La mia geniale amica Francesca ha modificato lo sfondo del mio blog. Erano mesi che volevo farlo, la rosa era bellissima ma non rispecchiava affatto il mio carattere. Per questo splendido lavoro non mi sembrava abbastanza ringraziarla privatamente su internet, così lo faccio pubblicamente, e a caratteri cubitali, su questo blog.
GRAZIE FRANCESCA!
Ognuno di noi ha un'immagine speciale dentro, qualcosa che fa parte di noi, che ci ricorda un momento bello, che riflette il nostro modo di vivere, la nostra personalissima filosofia...
Io adoro la pioggia.
Quando la gente apre gli ombrelli è costretta a mantenere una certa distanza. Non ci si ferma per strada a chiacchierare. Non si perde tempo in shopping e passeggiate romantiche. Non si esce se non si è costretti. E così perfino una città caotica come Napoli diventa più silenziosa, le strade si svuotano, le vaiasse non urlano da vicolo a vicolo, i teppistelli non escono dai loro bassi, e la cosa peggiore che può capitarmi è ritrovarmi bloccata nel traffico in bus. Ma anche a quello c'è rimedio: basta alzare la voce del lettore mp3. E poi, quando piove, nemmeno i vecchietti in pullman hanno voglia di parlare.
L'immagine che fa da sfondo a questa pioggia virtuale rappresenta tutto ciò che c'è di negativo nella mia vita. Signore e signori, benvenuti nel mio quartiere.
Su internet bisognerebbe fare attenzione a dare il proprio indirizzo (e non è che quelle case ce l'abbiano scritto sopra), ma io non mi preoccupo più di tanto: innanzitutto non abito proprio in quei casermoni, quindi scrivervi che vivo nel raggio di 500 mt dal cosiddetto bronx non vi sarebbe di nessun aiuto; più di tutto, però, mi fa sentire sicura il fatto che qualsiasi non-napoletano non uscirebbe vivo da quei mostri di cemento. Non è un'esagerazione, prendetemi pure alla lettera. Se non ci sei nato, non puoi entrare in certi posti.
Credo che siano stati costruiti per abituare gli abitanti a vivere rinchiusi in qualcosa di molto simile ad un carcere; il passaggio a Poggioreale (praticamente obbligatorio, se vivi lì) è una promozione sociale.
Mi piaceva tantissimo l'idea di usare un'immagine così brutta e squallida unendola a qualcosa che mi fa sentire bene. Fonde il meglio e il peggio della mia personalità e rispecchia la mia anima, nel vero senso della parola. L'immagine sfocata, poi, mi fa sognare una bella pioggia acida capace di liquefare tutto questo orrore.
Ma forse ora sto chiedendo troppo.
martedì 26 aprile 2011
mercoledì 20 aprile 2011
She's afraid of the light in the dark
Sfrutto la frase di una splendida canzone di Tori Amos per introdurre la seconda parte della discussione sui miei disturbi alimentari. Non essendo anoressica nel vero senso del termine, non mi permetto di dare consigli su come guarire da questa patologia, ma spero che condividere la mia esperienza aiuti qualche ragazza di passaggio a capire che il problema va affrontato. Una delle chiavi di ricerca grazie alle quali le persone finiscono sul mio blog è proprio anoressia, e il post più visitato in assoluto è quello su Isabelle Caro, quindi è evidente che l'argomento interessa.
"Aver paura della luce nel buio" è un ottimo punto di partenza per spiegare come ci si sente quando si affronta una sfida del genere; anche se dovrebbe essere una speranza, quella luce è un'incognita, la fine di un tunnel che a suo modo è rassicurante. Non vedere e non sentire è il primo passo per cadere nell'anoressia. Bisogna essere ciechi, veramente, per non accorgersi di come il proprio corpo si riduce, giorno dopo giorno. Quando mi sono rivolta al mio nutrizionista per la prima volta perdevo i capelli a ciocche, avevo la pelle secca, che spesso mi bruciava come se mi fossi scottata, le mie unghie avevano la stessa consistenza di fogli di carta, i miei ormoni erano completamente impazziti, avevo sbalzi d'umore degni di una schizofrenica, eppure mi sono rivolta a lui per dimagrire! O, meglio ancora, per mangiare di meno, dal momento che per me "dieta" significava fare a meno del cibo.
Fortunatamente ho incontrato una persona molto preparata e sensibile. Non so come abbia fatto, ma ha capito tutto appena mi ha vista. Mi ha fatto una serie di domande che mi sembravano del tutto inutili (ti piace cucinare? Bevi molta acqua? Secondo te, quanto è grande la tua gamba?), poi mi ha detto che, anche se non presentavo tutti i sintomi, il mio comportamento era da anoressica. Peggio ancora, non avendo una patologia ben definita, avrei potuto trasformarmi in bulimica. Come ho scritto nel messaggio precedente, non riuscivo a credergli. Mi ha convinta quando è riuscito ad "indovinare" certi miei comportamenti; evidentemente ero un caso da manuale. Molto onestamente, mi ha detto che non sapeva se il suo intervento sarebbe bastato o se sarebbe stato necessario ricorrere all'aiuto di uno psicologo; avendo avuto pessime esperienze con gli psicologi, ho deciso che mi sarebbe bastato lui e che, in alternativa, avrei accettato l'anoressia. Comunque lui non si è mai presentato come un guaritore con la soluzione ad ogni mio male, ma mi ha sempre detto che avremmo lavorato insieme, e che insieme avrammo affrontato i problemi.
In effetti, mi sembra davvero che ci sia stato uno scambio: io, come paziente, ho seguito le sue regole ed ho imparato come lavorare su me stessa senza alcun aiuto esterno; lui, come medico, ha potuto (e dovuto) imparare dalle mie reazioni, adattandosi a sbalzi d'umore, crisi isteriche, momenti di rabbia, depressioni più o meno passeggere... di sicuro sono stata un'ottima palestra.
In mesi di incontri non mi ha mai detto quanto avrebbe dovuto essere il mio peso forma. A parte il peso che leggevo dalla bilancia, non abbiamo mai parlato di grasso, di diete, di dimagrimento, di metabolismo. Mai. Non mi ha mai detto di mangiare una cosa piuttosto che un'altra, mai vietato dolci e grassi. L'unica condizione era riuscire a fare cinque pasti al giorno: un primo, un secondo ed un contorno a pranzo e a cena, due spuntini e la colazione. Per una che era abituata a farne solo uno, la cena, era una missione impossibile.
Non mi ha mai posto limiti di quantità. Volendo, avrei potuto fare una colazione all'americana, con bacon e uova fritte, e mangiare un cucchiaio di brodo per pranzo; l'importante era abituarmi a mangiare e non saltare i pasti. La cosa più facile di tutte è stata la colazione. Una tazza di latte, tre biscotti e via, già finita. La cosa più dura di tutte è stata la verdura. Anche se non avevo quantità minime da mangiare, perfino una forchettata mi sembrava troppo.
Continuavo ad odiare il cibo con tutta me stessa. Imparare a mangiare non mi sembrava affatto una cosa positiva, mi sembrava una sconfitta! Avevo sofferto per anni, costretta a mangiare roba che non volevo, prima di riuscire a liberarmi dal cibo, e stavo tornando indietro. Ero furiosa! Furiosa con me stessa, perchè non riuscivo a fare a meno di mangiare. Pur non provando un vero e proprio senso di fame, quindi non sentendo il bisogno di pranzare, il mio corpo mi stava chiaramente dimostrando che non poteva farne a meno. E, di conseguenza, io odiavo il mio corpo. Avevo la capacità di rimanere digiuna per giorni, con costanza e senza alcuno sforzo e il mio corpo mi tradiva così. Cedeva molto prima della mia mente. Ero costretta ad ammettere che avevo bisogno di imparare a nutrirmi correttamente, ma non volevo farlo.
Così, sempre nella speranza di riuscire a risparmiarmi lo psicologo, il nutrizionista mi ha chiesto di tenere un diario dei pasti, in cui scrivere le quantità di ogni cibo mangiato, il senso di fame o sazietà e il mio stato d'animo.
I primi giorni sono stati durissimi. Ero davvero tentata di vomitare tutto, sentivo il cibo riempirmi come un palloncino e mi sembrava di esplodere. Sul diario la parola ricorrente era "schifo":
- oggi ho mangiato la sogliola. Il pesce puzza, mi fa schifo;
- come verdura ho scelto la lattuga. Non sono una capra, tutto quel verde nel piatto mi fa sentire un ruminante. E poi è viscida! Che schifo;
- ho assaggiato degli animali nuovi. Calamari? Seppie? Polipi? Non lo so e non voglio saperlo. Sono tutti pieni di zampette, sembrano insetti. Mi fanno schifo;
- la frutta sembra fatta di capelli bagnati, è piena di fili di chissà che e perde liquidi, sporcandomi tutte le mani. Devo lavare via questo schifo.
Per una settimana, non ho fatto altro che scrivere cose del genere. Odiavo il cibo, odiavo il mio corpo, odiavo me stessa. Fortunatamente la situazione è cambiata in pochissimo tempo. Dopo aver sfogato tutta la mia rabbia durante i primi giorni, aver pianto, urlato, maledetto tutto e tutti e riempito quattro righe del diario con la scritta ODIO MANGIARE, mi sono calmata. Il tono dei miei scritti è cambiato e si è trasformato in una sorta di riflessione. Di tanto in tanto scrivevo cose che nemmeno sapevo di pensare. Solo dopo averle scritte mi rendevo conto di cosa significavano. Ho scoperto che mi infastidiva assaggiare piatti nuovi davanti agli altri, perchè avevo paura di essere derisa; ho capito che mi piaceva scoprire il sapore di cose "esotiche", spesso cucina cinese, ma non quello dei cibi conosciuti e usati abitualmente a casa mia.
Dopo le prime due settimane di diario, sono tornata dal nutrizionista, forte delle mie nuove scoperte. Ne abbiamo discusso insieme, abbiamo adattato la cura ai miei limiti e alle mie esigenze, e poi ho ricominciato. Di nuovo, non so come abbia fatto, ma ha individuato ancora una volta il problema e mi ha spinta a concentrarmi solo su quello: il rapporto tra me ed i miei genitori, relativamente al cibo. Bisogna tener conto del fatto che entrambi i miei genitori hanno problemi col cibo: mio padre non mangia pesce e alcuni tipi di carne, mia madre non mangia frutta e verdura, quindi la mia dieta non comprendeva nessuna di queste cose. Il loro comportamento influiva (e influisce ancora) molto negativamente sul mio senso di fame, un po' per come mi hanno trattata da bambina, associando sempre il cibo a sgridate, urla e a volte perfino botte, un po' perchè rifiutando il cibo rifiutavo loro. Ho dovuto quindi imparare a distinguere le due cose: il senso di fame o sazietà che era realmente presente e quello che era legato al mio stato d'animo. Vi è mai capitato di avere la "fame nervosa"? Il concetto è lo stesso. Ho chiuso la mia mente ad ogni emozione e ho affrontato il cibo per quello che era. All'inizio è stato difficile e ancora non posso dire di essermici abituata, ma ci sto lavorando.
Il passo successivo è stato imparare a comprendere il mio corpo. In quanto essere umano, non potevo certo pensare di non aver bisogno di cibo; se non riuscivo a sentire la fame, non voleva dire che il mio fisico non aveva bisogno di mangiare, ma solo che ero abituata al dolore.
Distinguere gli stimoli fisici dagli stati mentali non è semplice come sembra. Sempre tornando all'esempio della fame nervosa, molte persone provano in situazioni di stress un impulso irrefrenabile di masticare, pur non avendo fisiologicamente bisogno di assumere cibo. Si confonde il bisogno fisico con quello psicologico e ci si lascia andare ad entrambi, non riuscendo a distinguerli.
Infine, una volta capito qual era il problema, dopo aver abituato (più o meno) il mio corpo a quantità di cibo sempre maggiori, ho dovuto scoprire il gusto delle cose. Non avevo mai guardato il cibo come una cosa piacevole, al massimo era commestibile. Per me non c'era differenza tra un risotto ai funghi e uno di quei piatti esotici pieni di vermi: entrambi erano gusti nuovi, incognite, problemi da affrontare. Non c'era niente che poteva sembrarmi più o meno appetibile, quindi ho dovuto scoprire tutti i gusti da zero, separando il cibo dallo stato d'animo che l'accompagnava, in una sorta di svezzamento. Ci sono quasi riuscita. Da quando ho conosciuto il mio nutrizionista, la mia dieta si è arricchita di: gamberi, tonno, dentice, orata, anguilla, capitone, platessa, tacchino, lattuga, indivia, bietole, zucca, cavolo, spinaci, carciofi, mozzarella, fiordilatte, yogurt, pere, ananas, kiwi, arance, limoni, cous cous, alcuni tipi di fagioli, zuppe varie. Tutte cose che non avevo mai mangiato (sì, non avevo mai assaggiato lo yogurt!). Posso finalmente dire, con cognizione di causa, che non mi piacciono le mele e il merluzzo. L'unico scoglio che non riesco a superare sono i latticini: quando ero piccola, per farmi assaggiare le sottilette mia madre ha minacciato di lasciarmi sola in ospedale il giorno prima dell'intervento di appendicite. Avevo più o meno 10 anni e già in passato le avevo chiaramente dimostrato che i latticini mi facevano schifo, ma mia madre sa essere infame quando vuole e quella sera le giravano male. E, come ricorda anche la bibbia, le colpe dei padri (e delle madri) ricadono sui figli.
Ovviamente i miei genitori non hanno creduto ad una sola parola di ciò che ho raccontato: per loro il nutrizionista è un incompetente, io sono una bambina capricciosa che vuole scaricare su di loro le proprie responsabilità, non ci sono disturbi alimentari in famiglia. E dire che mio fratello, sovrappeso, ha dovuto affrontare la stessa battaglia contro di loro per riuscire a non cadere nell'obesità. Invece, i miei genitori non solo hanno negato spudoratamente l'evidenza, ma mi hanno anche ostacolata: siccome molti alimenti non facevano parte della nostra dieta, spesso mi impedivano di comprarli e cucinarli. Oppure mi deridevano e tentavano di scoraggiarmi, non perdendo mai l'occasione di ricordarmi quanto tutto ciò che stavo facendo fosse inutile. Infine, per una sorta di perversa gelosia, più volte mia madre mi ha detto di sentirsi offesa dal fatto che seguissi i consigli di un estraneo, mentre avevo sempre rifiutato il cibo che mi dava lei. Io ho fatto la mia buona azione annuale e non le ho risposto.
Affrontando temi delicati come il rapporto con i miei, la paura dei gusti nuovi, l'incapacità di ascoltare il mio corpo e l'eccessiva emotività con cui vivo certe cose, avevo bisogno di una spalla su cui piangere. Anche su questo il mio nutrizionista è stato bravissimo: non è stato solo un medico, è diventato un po' psicologo, un amico, un confidente, un angelo custode. Eppure, è riuscito a non farsi coinvolgere, a non diventare uno scoglio a cui troppo spesso avevo la tentazione di aggrapparmi. Nei momenti difficili mi ha sempre fatto sentire il suo appoggio, ma se capiva che mi stavo lasciando andare, mi dava un metaforico calcio nel posteriore per "aiutarmi" a rialzarmi e ricordarmi che dovevo camminare con le mie gambe. Tutto dipendeva da me, sempre e comunque. Mi ha dato gli strumenti per poter reagire, nel caso dovessi caderci di nuovo, senza l'aiuto di nessuno. E questo è stato il suo regalo più grande.
Certo, ci sarebbe ancora tantissimo da dire. Per ognuno le motivazioni sono diverse, ma i disturbi alimentari non sono mai un capriccio. Nascono sempre dalla sofferenza, che ne siamo coscienti o meno. Il passo più difficile è proprio individuare il problema. Limitarsi a mangiare di più o di meno può risolvere momentaneamente un problema di peso, ma non guarisce le ferite profonde che portano a desiderare perfino la morte attraverso il cibo.
Alla base c'è sempre un disperato bisogno d'amore.
"Aver paura della luce nel buio" è un ottimo punto di partenza per spiegare come ci si sente quando si affronta una sfida del genere; anche se dovrebbe essere una speranza, quella luce è un'incognita, la fine di un tunnel che a suo modo è rassicurante. Non vedere e non sentire è il primo passo per cadere nell'anoressia. Bisogna essere ciechi, veramente, per non accorgersi di come il proprio corpo si riduce, giorno dopo giorno. Quando mi sono rivolta al mio nutrizionista per la prima volta perdevo i capelli a ciocche, avevo la pelle secca, che spesso mi bruciava come se mi fossi scottata, le mie unghie avevano la stessa consistenza di fogli di carta, i miei ormoni erano completamente impazziti, avevo sbalzi d'umore degni di una schizofrenica, eppure mi sono rivolta a lui per dimagrire! O, meglio ancora, per mangiare di meno, dal momento che per me "dieta" significava fare a meno del cibo.
Fortunatamente ho incontrato una persona molto preparata e sensibile. Non so come abbia fatto, ma ha capito tutto appena mi ha vista. Mi ha fatto una serie di domande che mi sembravano del tutto inutili (ti piace cucinare? Bevi molta acqua? Secondo te, quanto è grande la tua gamba?), poi mi ha detto che, anche se non presentavo tutti i sintomi, il mio comportamento era da anoressica. Peggio ancora, non avendo una patologia ben definita, avrei potuto trasformarmi in bulimica. Come ho scritto nel messaggio precedente, non riuscivo a credergli. Mi ha convinta quando è riuscito ad "indovinare" certi miei comportamenti; evidentemente ero un caso da manuale. Molto onestamente, mi ha detto che non sapeva se il suo intervento sarebbe bastato o se sarebbe stato necessario ricorrere all'aiuto di uno psicologo; avendo avuto pessime esperienze con gli psicologi, ho deciso che mi sarebbe bastato lui e che, in alternativa, avrei accettato l'anoressia. Comunque lui non si è mai presentato come un guaritore con la soluzione ad ogni mio male, ma mi ha sempre detto che avremmo lavorato insieme, e che insieme avrammo affrontato i problemi.
In effetti, mi sembra davvero che ci sia stato uno scambio: io, come paziente, ho seguito le sue regole ed ho imparato come lavorare su me stessa senza alcun aiuto esterno; lui, come medico, ha potuto (e dovuto) imparare dalle mie reazioni, adattandosi a sbalzi d'umore, crisi isteriche, momenti di rabbia, depressioni più o meno passeggere... di sicuro sono stata un'ottima palestra.
In mesi di incontri non mi ha mai detto quanto avrebbe dovuto essere il mio peso forma. A parte il peso che leggevo dalla bilancia, non abbiamo mai parlato di grasso, di diete, di dimagrimento, di metabolismo. Mai. Non mi ha mai detto di mangiare una cosa piuttosto che un'altra, mai vietato dolci e grassi. L'unica condizione era riuscire a fare cinque pasti al giorno: un primo, un secondo ed un contorno a pranzo e a cena, due spuntini e la colazione. Per una che era abituata a farne solo uno, la cena, era una missione impossibile.
Non mi ha mai posto limiti di quantità. Volendo, avrei potuto fare una colazione all'americana, con bacon e uova fritte, e mangiare un cucchiaio di brodo per pranzo; l'importante era abituarmi a mangiare e non saltare i pasti. La cosa più facile di tutte è stata la colazione. Una tazza di latte, tre biscotti e via, già finita. La cosa più dura di tutte è stata la verdura. Anche se non avevo quantità minime da mangiare, perfino una forchettata mi sembrava troppo.
Continuavo ad odiare il cibo con tutta me stessa. Imparare a mangiare non mi sembrava affatto una cosa positiva, mi sembrava una sconfitta! Avevo sofferto per anni, costretta a mangiare roba che non volevo, prima di riuscire a liberarmi dal cibo, e stavo tornando indietro. Ero furiosa! Furiosa con me stessa, perchè non riuscivo a fare a meno di mangiare. Pur non provando un vero e proprio senso di fame, quindi non sentendo il bisogno di pranzare, il mio corpo mi stava chiaramente dimostrando che non poteva farne a meno. E, di conseguenza, io odiavo il mio corpo. Avevo la capacità di rimanere digiuna per giorni, con costanza e senza alcuno sforzo e il mio corpo mi tradiva così. Cedeva molto prima della mia mente. Ero costretta ad ammettere che avevo bisogno di imparare a nutrirmi correttamente, ma non volevo farlo.
Così, sempre nella speranza di riuscire a risparmiarmi lo psicologo, il nutrizionista mi ha chiesto di tenere un diario dei pasti, in cui scrivere le quantità di ogni cibo mangiato, il senso di fame o sazietà e il mio stato d'animo.
I primi giorni sono stati durissimi. Ero davvero tentata di vomitare tutto, sentivo il cibo riempirmi come un palloncino e mi sembrava di esplodere. Sul diario la parola ricorrente era "schifo":
- oggi ho mangiato la sogliola. Il pesce puzza, mi fa schifo;
- come verdura ho scelto la lattuga. Non sono una capra, tutto quel verde nel piatto mi fa sentire un ruminante. E poi è viscida! Che schifo;
- ho assaggiato degli animali nuovi. Calamari? Seppie? Polipi? Non lo so e non voglio saperlo. Sono tutti pieni di zampette, sembrano insetti. Mi fanno schifo;
- la frutta sembra fatta di capelli bagnati, è piena di fili di chissà che e perde liquidi, sporcandomi tutte le mani. Devo lavare via questo schifo.
Per una settimana, non ho fatto altro che scrivere cose del genere. Odiavo il cibo, odiavo il mio corpo, odiavo me stessa. Fortunatamente la situazione è cambiata in pochissimo tempo. Dopo aver sfogato tutta la mia rabbia durante i primi giorni, aver pianto, urlato, maledetto tutto e tutti e riempito quattro righe del diario con la scritta ODIO MANGIARE, mi sono calmata. Il tono dei miei scritti è cambiato e si è trasformato in una sorta di riflessione. Di tanto in tanto scrivevo cose che nemmeno sapevo di pensare. Solo dopo averle scritte mi rendevo conto di cosa significavano. Ho scoperto che mi infastidiva assaggiare piatti nuovi davanti agli altri, perchè avevo paura di essere derisa; ho capito che mi piaceva scoprire il sapore di cose "esotiche", spesso cucina cinese, ma non quello dei cibi conosciuti e usati abitualmente a casa mia.
Dopo le prime due settimane di diario, sono tornata dal nutrizionista, forte delle mie nuove scoperte. Ne abbiamo discusso insieme, abbiamo adattato la cura ai miei limiti e alle mie esigenze, e poi ho ricominciato. Di nuovo, non so come abbia fatto, ma ha individuato ancora una volta il problema e mi ha spinta a concentrarmi solo su quello: il rapporto tra me ed i miei genitori, relativamente al cibo. Bisogna tener conto del fatto che entrambi i miei genitori hanno problemi col cibo: mio padre non mangia pesce e alcuni tipi di carne, mia madre non mangia frutta e verdura, quindi la mia dieta non comprendeva nessuna di queste cose. Il loro comportamento influiva (e influisce ancora) molto negativamente sul mio senso di fame, un po' per come mi hanno trattata da bambina, associando sempre il cibo a sgridate, urla e a volte perfino botte, un po' perchè rifiutando il cibo rifiutavo loro. Ho dovuto quindi imparare a distinguere le due cose: il senso di fame o sazietà che era realmente presente e quello che era legato al mio stato d'animo. Vi è mai capitato di avere la "fame nervosa"? Il concetto è lo stesso. Ho chiuso la mia mente ad ogni emozione e ho affrontato il cibo per quello che era. All'inizio è stato difficile e ancora non posso dire di essermici abituata, ma ci sto lavorando.
Il passo successivo è stato imparare a comprendere il mio corpo. In quanto essere umano, non potevo certo pensare di non aver bisogno di cibo; se non riuscivo a sentire la fame, non voleva dire che il mio fisico non aveva bisogno di mangiare, ma solo che ero abituata al dolore.
Distinguere gli stimoli fisici dagli stati mentali non è semplice come sembra. Sempre tornando all'esempio della fame nervosa, molte persone provano in situazioni di stress un impulso irrefrenabile di masticare, pur non avendo fisiologicamente bisogno di assumere cibo. Si confonde il bisogno fisico con quello psicologico e ci si lascia andare ad entrambi, non riuscendo a distinguerli.
Infine, una volta capito qual era il problema, dopo aver abituato (più o meno) il mio corpo a quantità di cibo sempre maggiori, ho dovuto scoprire il gusto delle cose. Non avevo mai guardato il cibo come una cosa piacevole, al massimo era commestibile. Per me non c'era differenza tra un risotto ai funghi e uno di quei piatti esotici pieni di vermi: entrambi erano gusti nuovi, incognite, problemi da affrontare. Non c'era niente che poteva sembrarmi più o meno appetibile, quindi ho dovuto scoprire tutti i gusti da zero, separando il cibo dallo stato d'animo che l'accompagnava, in una sorta di svezzamento. Ci sono quasi riuscita. Da quando ho conosciuto il mio nutrizionista, la mia dieta si è arricchita di: gamberi, tonno, dentice, orata, anguilla, capitone, platessa, tacchino, lattuga, indivia, bietole, zucca, cavolo, spinaci, carciofi, mozzarella, fiordilatte, yogurt, pere, ananas, kiwi, arance, limoni, cous cous, alcuni tipi di fagioli, zuppe varie. Tutte cose che non avevo mai mangiato (sì, non avevo mai assaggiato lo yogurt!). Posso finalmente dire, con cognizione di causa, che non mi piacciono le mele e il merluzzo. L'unico scoglio che non riesco a superare sono i latticini: quando ero piccola, per farmi assaggiare le sottilette mia madre ha minacciato di lasciarmi sola in ospedale il giorno prima dell'intervento di appendicite. Avevo più o meno 10 anni e già in passato le avevo chiaramente dimostrato che i latticini mi facevano schifo, ma mia madre sa essere infame quando vuole e quella sera le giravano male. E, come ricorda anche la bibbia, le colpe dei padri (e delle madri) ricadono sui figli.
Ovviamente i miei genitori non hanno creduto ad una sola parola di ciò che ho raccontato: per loro il nutrizionista è un incompetente, io sono una bambina capricciosa che vuole scaricare su di loro le proprie responsabilità, non ci sono disturbi alimentari in famiglia. E dire che mio fratello, sovrappeso, ha dovuto affrontare la stessa battaglia contro di loro per riuscire a non cadere nell'obesità. Invece, i miei genitori non solo hanno negato spudoratamente l'evidenza, ma mi hanno anche ostacolata: siccome molti alimenti non facevano parte della nostra dieta, spesso mi impedivano di comprarli e cucinarli. Oppure mi deridevano e tentavano di scoraggiarmi, non perdendo mai l'occasione di ricordarmi quanto tutto ciò che stavo facendo fosse inutile. Infine, per una sorta di perversa gelosia, più volte mia madre mi ha detto di sentirsi offesa dal fatto che seguissi i consigli di un estraneo, mentre avevo sempre rifiutato il cibo che mi dava lei. Io ho fatto la mia buona azione annuale e non le ho risposto.
Affrontando temi delicati come il rapporto con i miei, la paura dei gusti nuovi, l'incapacità di ascoltare il mio corpo e l'eccessiva emotività con cui vivo certe cose, avevo bisogno di una spalla su cui piangere. Anche su questo il mio nutrizionista è stato bravissimo: non è stato solo un medico, è diventato un po' psicologo, un amico, un confidente, un angelo custode. Eppure, è riuscito a non farsi coinvolgere, a non diventare uno scoglio a cui troppo spesso avevo la tentazione di aggrapparmi. Nei momenti difficili mi ha sempre fatto sentire il suo appoggio, ma se capiva che mi stavo lasciando andare, mi dava un metaforico calcio nel posteriore per "aiutarmi" a rialzarmi e ricordarmi che dovevo camminare con le mie gambe. Tutto dipendeva da me, sempre e comunque. Mi ha dato gli strumenti per poter reagire, nel caso dovessi caderci di nuovo, senza l'aiuto di nessuno. E questo è stato il suo regalo più grande.
Certo, ci sarebbe ancora tantissimo da dire. Per ognuno le motivazioni sono diverse, ma i disturbi alimentari non sono mai un capriccio. Nascono sempre dalla sofferenza, che ne siamo coscienti o meno. Il passo più difficile è proprio individuare il problema. Limitarsi a mangiare di più o di meno può risolvere momentaneamente un problema di peso, ma non guarisce le ferite profonde che portano a desiderare perfino la morte attraverso il cibo.
Alla base c'è sempre un disperato bisogno d'amore.
martedì 12 aprile 2011
Morire di fame.
Sto progettando questo post da tantissimo tempo. Mesi ormai. Eppure ancora non so come iniziare il discorso, cosa dire, quali argomenti trattare e quali no.
Mi piacerebbe parlare di anoressia.
Inizio col dire che io non sono un'anoressica "vera". Quando il nutrizionista me l'ha detto, la mia risposta è stata "anoressica? Chi, io? Ma noooo! Non ci credo!"; in effetti peso 55 kg e sono alta un metro e mezzo, quindi non sono proprio una mazza da scopa. Anzi, ho un po' di pancetta, il culo grosso, i fianchi larghi, tutti i muscoli flaccidi... insomma, non sono proprio il ritratto della fame. E nemmeno quello della salute, purtroppo.
Volevo prendere spunto da un meraviglioso post di Orma, "educare all'obesità", per raccontare come mi hanno educata al digiuno, ma non sarò mai brava quanto lei a descrivere, in poche frasi, quei meccanismi che portano ad avere un rapporto sbagliato col cibo.
Forse dovrei iniziare con la distinzione tra persone che non sanno mangiare e persone che vivono il cibo come "altro". Alla prima categoria appartiene quella gente che, troppo pigra per cucinare un piatto di pasta, strafoga schifezze nei fast food pensando di essere immortale; alla stessa categoria appartengono anche tutte quelle cretine che non mangiano perchè "vogliono fare le modelle" (ma quanto era diseducativa la pubblicità del philadelphia?). Questi non sono disturbi alimentari; si tratta di ignoranza, cattiva educazione e stupidità.
Escludendo quindi le persone che non sanno mangiare, rimangono quelli che vedono nel cibo qualcosa di più: la concretizzazione dei sentimenti, la soddisfazione dei bisogni, il piacere di scoprire nuovi gusti. L'anoressia è la negazione di tutto ciò, è il rifiuto dell'affetto altrui, è il desiderio di autodistruzione, è la chiusura verso il mondo e ciò che può offrire. Credo che sia la più grande forma di odio, quello verso se stessi. Vuol dire non sentirsi mai all'altezza, mai amate, mai in grado di affrontare la vita, e colpevolizzarsi per questo.
Io ho iniziato a digiunare a 5 anni, a scuola. Quelle adorabili suore non controllavano certo che mangiassi, nè si sono mai preoccupate di avvisare i miei genitori che saltavo i pasti, le volte che se ne sono accorte. Ricordo che mi sedevo in disparte, a volte da sola, in un angolo del refettorio, e giocavo con il cibo finchè tutti i miei compagni di classe non finivano di mangiare. A quel punto la suora mi ricordava che razza di problema fossi, così lenta, così svogliata, così dannatamente decisa a rifiutare il cibo che dio mi aveva concesso, poi chiamava a rapporto tutti gli altri bambini e mi lasciava sola nella stanza. A sua discolpa, devo dire che ha provato a convincermi a mangiare con diverse argomentazioni: pensa ai bambini poveri, sei una schifosa egoista, tutte le altre classi hanno già finito e noi stiamo aspettando te, tutto il cibo che non mangi adesso dovrai mangiarlo all'inferno, stai facendo piangere Gesù bambino, brucerai per l'eternità e sentirai un dolore atroce. Un bel modo, insomma, di insegnarmi ad associare il cibo alla sofferenza, al demonio, alla cattiveria. Io resistevo, comunque. Sfidavo tutte le mie paure, venivo pubblicamente umiliata ogni giorno, ma non ingoiavo un maccherone. Appena rimasta sola, buttavo tutto e aspettavo un po' prima di tornare in classe. Alcune compagne di classe mi hanno anche insegnato a spargere la pasta sui tavoli, visto che il mucchietto nel bidone era facilmente individuabile e non ci sarebbe voluta una laurea per capire chi l'aveva buttata. E così ho imparato a non ascoltare il mio corpo, a non sentire la fame, a non mangiare dalla colazione alle 7 alla cena alle 21. Questo mi ha aiutata quando, a casa, ho iniziato a rifiutare i pasti che mi preparava mamma: una volta ha provato la tecnica del "se non vuoi questo piatto di verdura, allora non avrai altro" e ho resistito per due giorni, finchè lei, preoccupatissima, non si è arresa.
I ricordi che ho dei miei pasti sono tremendi. Almeno a scuola c'era un tempo limite, dopo il quale la suora mi lasciava sola e potevo liberarmi del cibo. A casa, invece, impiegavo ore a finire un pasto. Una volta una fettina di carne mi è durata da pranzo a cena, dalle 12 alle 22. Non potevo alzarmi da tavola finchè non finivo ciò che avevo nel piatto. Non so se fossero realmente porzioni esagerate, ma io vedevo ogni piatto come una montagna da scalare. Non sono mai stata grassa, quindi credo che le quantità fossero adeguate al mio bisogno fisico. Tuttavia, non si teneva conto della sofferenza psicologica. Ogni pasto era una tortura, ogni cibo, dalla carne alla cioccolata, era il male. Odiavo mangiare. Odiavo nutrirmi, sentire il sapore delle cose, masticare, sentirmi sazia. Ho ancora davanti agli occhi lo sguardo furioso di mia madre che, esasperata, mi chiudeva il naso per obbligarmi ad aprire la bocca e poterci infilare cibo. Masticavo per ore senza ingoiare, così da non dover passare al boccone successivo. Dovevano picchiarmi per costringermi ad assaggiare cose nuove, ed anche di questi episodi ho il chiaro ricordo di me con le spalle al muro e dei miei genitori a bloccarmi ogni via di fuga finchè non avessi ceduto. Vincevano loro, ovviamente, ma ad ogni pasto, ad ogni boccone, mi ripromettevo che da grande non avrei mai e poi mai mangiato.
Sognavo la libertà dal cibo.
Crescendo ho imparato a controllarmi, a mangiare in tempi decenti se c'erano testimoni e ad inventare pasti inesistenti ogni volta che non ce n'erano; raccontavo di aver mangiato da amici, oppure per strada, sporcavo i piatti di salsa prima che i miei genitori tornassero da lavoro, inventavo nausee e mal di testa, rifilavo la mia porzione a quell'aspiratutto ambulante che era mio fratello.
A 12 anni ho vissuto una splendida esperienza in un centro estivo. Camminavo, facevo sport, ero continuamente in giro. A pranzo mangiavo due fettine di pane, a cena non mi presentavo nemmeno. Potevo farlo, ero libera e mi godevo la sensazione che mi procurava una vita senza pasti: ero felice. Ho perso 7 kg in 6 giorni; quando i miei genitori sono venuti a riprendermi non mi hanno nemmeno riconosciuta.
A 13 anni calcolavo quanto tempo mi ci sarebbe voluto per morire di fame, per poi concludere che non ce l'avrei mai fatta, perchè i miei se ne sarebbero accorti e mi avrebbero obbligata a recuperare giorni e giorni di pasti. Però sognavo comunque di morire, lasciandomi andare allo stato di confusione e spossatezza che causa il digiuno. Perfino il mal di stomaco e i crampi mi piacevano. Non avevo, psicologicamente, la forza necessaria ad affrontare la vita, quindi puntavo a togliermi ogni forza fisica, a rimanere stesa sul letto fino a svenire dalla fame, per non risvegliarmi mai più.
A 18 anni la mia dieta consisteva in sogliola, pollo, mucca, legumi, tantissimi dolci. Non mangiavo nessun altro tipo di pesce, nè frutta, nè verdura. Già durante le elementari avevo imparato che una buona botta di zuccheri mi sosteneva per tantissimo tempo e mi evitava anche il mal di testa, quindi dosavo i dolci in modo da non sentire mai la fame. Piuttosto che mangiare una merendina a pranzo, la dividevo in tante parti e ne mangiavo un boccone ogni ora; in tal modo mi sembrava di avere continuamente un apporto di energie sufficiente a tirare avanti, senza però dover mangiare davvero. Il problema, in fondo, era sempre lo stesso: mangiare. Non mi è mai interessato dimagrire.
Io non volevo mangiare.
Ho tenuto fede alle mie promesse di bambina: appena ho potuto oppormi alla volontà dei miei genitori, non solo non ho assaggiato cibi nuovi, ma ho anche smesso di mangiare i vecchi. Ho limitato la mia dieta a carne, pasta e legumi una volta a settimana. Non c'era niente che mi piacesse. Persino i dolci, che mangiavo tanto spesso, non mi "piacevano" nel vero senso della parola. Li preferivo ad altro, ma non mi procuravano quel piacere che il cibo dovrebbe dare. In realtà, non ho mai provato piacere nel mangiare. Mi sento come una cieca, che immagina i colori ma non può vederli. Io so che esistono persone che si sentono bene quando mangiano, che si sentono appagate, che provano il gusto di assaporare le cose; io stessa provo curiosità quando sento un buon profumo provenire da un ristorante, ma il gusto non mi soddisfa mai. Quando sento il profumo della frittura, ad esempio, provo un fortissimo impulso verso il cibo, mi viene voglia di assaggiarlo, mi sembra addirittura di aver fame; poi, però, passare dal gusto dedotto e immaginato dall'odore a quello reale è sempre una delusione. Ho un palato estremamente sensibile e tutto mi disgusta. Sento il profumo e penso "diamine, come mi piacerebbe mangiare questa cosa!", e quando la assaggio mi rendo conto che mi fa schifo come il resto e che mai, mai potrò provare il piacere di mangiare, di soddisfare una voglia. Per questo non sono mai tentata da niente, anche quando certi profumi mi fanno venire il mal di stomaco dal desiderio.
La mia dieta, assolutamente priva di tutte le sostanze necessarie, non mi ha portata a dimagrire. Al contrario, il mio corpo ha "capito" che il cibo scarseggia e ha sviluppato la tendenza a trasformare tutto in riserve di grasso. Ecco perchè nessuno mi ha mai considerata anoressica. Ecco perchè nemmeno io ci ho mai pensato, nonostante i segnali. Durante i periodi più difficili della mia vita, arrivavo a pesarmi anche una volta all'ora, come se saltare il pranzo o fare la pipì potessero avere un effetto immediato sul mio peso. Ma poi io stessa frenavo questa follia e mi dicevo che l'importante non era dimagrire, era non mangiare.
Non ero anoressica, io.
Le anoressiche erano quelle ossessionate dal peso, io ero una ragazza normale a cui non piacevano certi cibi. Ok, tutti i cibi. Ma, in fondo, ogni persona ha le sue preferenze, no?
E poi ho dovuto ammettere che qualcosa non andava. Ho perso i capelli (e non riesco a recuperarli), gli ormoni mi si sono completamente sballati, non sono cresciuta, mi bruciava la pelle (letteralmente!), la vista andava e veniva a seconda della giornata, avevo un sistema immunitario praticamente inesistente, non riuscivo a concentrarmi.
Anche se mi ero resa conto che la dieta sbagliata mi stava facendo male, non è stato facile credere alla diagnosi del nutrizionista. Ancor più difficile è stato iniziare un percorso di guarigione, continuamente ostacolata dai miei genitori. Ma di questo parlerò la prossima volta.
Mi piacerebbe parlare di anoressia.
Inizio col dire che io non sono un'anoressica "vera". Quando il nutrizionista me l'ha detto, la mia risposta è stata "anoressica? Chi, io? Ma noooo! Non ci credo!"; in effetti peso 55 kg e sono alta un metro e mezzo, quindi non sono proprio una mazza da scopa. Anzi, ho un po' di pancetta, il culo grosso, i fianchi larghi, tutti i muscoli flaccidi... insomma, non sono proprio il ritratto della fame. E nemmeno quello della salute, purtroppo.
Volevo prendere spunto da un meraviglioso post di Orma, "educare all'obesità", per raccontare come mi hanno educata al digiuno, ma non sarò mai brava quanto lei a descrivere, in poche frasi, quei meccanismi che portano ad avere un rapporto sbagliato col cibo.
Forse dovrei iniziare con la distinzione tra persone che non sanno mangiare e persone che vivono il cibo come "altro". Alla prima categoria appartiene quella gente che, troppo pigra per cucinare un piatto di pasta, strafoga schifezze nei fast food pensando di essere immortale; alla stessa categoria appartengono anche tutte quelle cretine che non mangiano perchè "vogliono fare le modelle" (ma quanto era diseducativa la pubblicità del philadelphia?). Questi non sono disturbi alimentari; si tratta di ignoranza, cattiva educazione e stupidità.
Escludendo quindi le persone che non sanno mangiare, rimangono quelli che vedono nel cibo qualcosa di più: la concretizzazione dei sentimenti, la soddisfazione dei bisogni, il piacere di scoprire nuovi gusti. L'anoressia è la negazione di tutto ciò, è il rifiuto dell'affetto altrui, è il desiderio di autodistruzione, è la chiusura verso il mondo e ciò che può offrire. Credo che sia la più grande forma di odio, quello verso se stessi. Vuol dire non sentirsi mai all'altezza, mai amate, mai in grado di affrontare la vita, e colpevolizzarsi per questo.
Io ho iniziato a digiunare a 5 anni, a scuola. Quelle adorabili suore non controllavano certo che mangiassi, nè si sono mai preoccupate di avvisare i miei genitori che saltavo i pasti, le volte che se ne sono accorte. Ricordo che mi sedevo in disparte, a volte da sola, in un angolo del refettorio, e giocavo con il cibo finchè tutti i miei compagni di classe non finivano di mangiare. A quel punto la suora mi ricordava che razza di problema fossi, così lenta, così svogliata, così dannatamente decisa a rifiutare il cibo che dio mi aveva concesso, poi chiamava a rapporto tutti gli altri bambini e mi lasciava sola nella stanza. A sua discolpa, devo dire che ha provato a convincermi a mangiare con diverse argomentazioni: pensa ai bambini poveri, sei una schifosa egoista, tutte le altre classi hanno già finito e noi stiamo aspettando te, tutto il cibo che non mangi adesso dovrai mangiarlo all'inferno, stai facendo piangere Gesù bambino, brucerai per l'eternità e sentirai un dolore atroce. Un bel modo, insomma, di insegnarmi ad associare il cibo alla sofferenza, al demonio, alla cattiveria. Io resistevo, comunque. Sfidavo tutte le mie paure, venivo pubblicamente umiliata ogni giorno, ma non ingoiavo un maccherone. Appena rimasta sola, buttavo tutto e aspettavo un po' prima di tornare in classe. Alcune compagne di classe mi hanno anche insegnato a spargere la pasta sui tavoli, visto che il mucchietto nel bidone era facilmente individuabile e non ci sarebbe voluta una laurea per capire chi l'aveva buttata. E così ho imparato a non ascoltare il mio corpo, a non sentire la fame, a non mangiare dalla colazione alle 7 alla cena alle 21. Questo mi ha aiutata quando, a casa, ho iniziato a rifiutare i pasti che mi preparava mamma: una volta ha provato la tecnica del "se non vuoi questo piatto di verdura, allora non avrai altro" e ho resistito per due giorni, finchè lei, preoccupatissima, non si è arresa.
I ricordi che ho dei miei pasti sono tremendi. Almeno a scuola c'era un tempo limite, dopo il quale la suora mi lasciava sola e potevo liberarmi del cibo. A casa, invece, impiegavo ore a finire un pasto. Una volta una fettina di carne mi è durata da pranzo a cena, dalle 12 alle 22. Non potevo alzarmi da tavola finchè non finivo ciò che avevo nel piatto. Non so se fossero realmente porzioni esagerate, ma io vedevo ogni piatto come una montagna da scalare. Non sono mai stata grassa, quindi credo che le quantità fossero adeguate al mio bisogno fisico. Tuttavia, non si teneva conto della sofferenza psicologica. Ogni pasto era una tortura, ogni cibo, dalla carne alla cioccolata, era il male. Odiavo mangiare. Odiavo nutrirmi, sentire il sapore delle cose, masticare, sentirmi sazia. Ho ancora davanti agli occhi lo sguardo furioso di mia madre che, esasperata, mi chiudeva il naso per obbligarmi ad aprire la bocca e poterci infilare cibo. Masticavo per ore senza ingoiare, così da non dover passare al boccone successivo. Dovevano picchiarmi per costringermi ad assaggiare cose nuove, ed anche di questi episodi ho il chiaro ricordo di me con le spalle al muro e dei miei genitori a bloccarmi ogni via di fuga finchè non avessi ceduto. Vincevano loro, ovviamente, ma ad ogni pasto, ad ogni boccone, mi ripromettevo che da grande non avrei mai e poi mai mangiato.
Sognavo la libertà dal cibo.
Crescendo ho imparato a controllarmi, a mangiare in tempi decenti se c'erano testimoni e ad inventare pasti inesistenti ogni volta che non ce n'erano; raccontavo di aver mangiato da amici, oppure per strada, sporcavo i piatti di salsa prima che i miei genitori tornassero da lavoro, inventavo nausee e mal di testa, rifilavo la mia porzione a quell'aspiratutto ambulante che era mio fratello.
A 12 anni ho vissuto una splendida esperienza in un centro estivo. Camminavo, facevo sport, ero continuamente in giro. A pranzo mangiavo due fettine di pane, a cena non mi presentavo nemmeno. Potevo farlo, ero libera e mi godevo la sensazione che mi procurava una vita senza pasti: ero felice. Ho perso 7 kg in 6 giorni; quando i miei genitori sono venuti a riprendermi non mi hanno nemmeno riconosciuta.
A 13 anni calcolavo quanto tempo mi ci sarebbe voluto per morire di fame, per poi concludere che non ce l'avrei mai fatta, perchè i miei se ne sarebbero accorti e mi avrebbero obbligata a recuperare giorni e giorni di pasti. Però sognavo comunque di morire, lasciandomi andare allo stato di confusione e spossatezza che causa il digiuno. Perfino il mal di stomaco e i crampi mi piacevano. Non avevo, psicologicamente, la forza necessaria ad affrontare la vita, quindi puntavo a togliermi ogni forza fisica, a rimanere stesa sul letto fino a svenire dalla fame, per non risvegliarmi mai più.
A 18 anni la mia dieta consisteva in sogliola, pollo, mucca, legumi, tantissimi dolci. Non mangiavo nessun altro tipo di pesce, nè frutta, nè verdura. Già durante le elementari avevo imparato che una buona botta di zuccheri mi sosteneva per tantissimo tempo e mi evitava anche il mal di testa, quindi dosavo i dolci in modo da non sentire mai la fame. Piuttosto che mangiare una merendina a pranzo, la dividevo in tante parti e ne mangiavo un boccone ogni ora; in tal modo mi sembrava di avere continuamente un apporto di energie sufficiente a tirare avanti, senza però dover mangiare davvero. Il problema, in fondo, era sempre lo stesso: mangiare. Non mi è mai interessato dimagrire.
Io non volevo mangiare.
Ho tenuto fede alle mie promesse di bambina: appena ho potuto oppormi alla volontà dei miei genitori, non solo non ho assaggiato cibi nuovi, ma ho anche smesso di mangiare i vecchi. Ho limitato la mia dieta a carne, pasta e legumi una volta a settimana. Non c'era niente che mi piacesse. Persino i dolci, che mangiavo tanto spesso, non mi "piacevano" nel vero senso della parola. Li preferivo ad altro, ma non mi procuravano quel piacere che il cibo dovrebbe dare. In realtà, non ho mai provato piacere nel mangiare. Mi sento come una cieca, che immagina i colori ma non può vederli. Io so che esistono persone che si sentono bene quando mangiano, che si sentono appagate, che provano il gusto di assaporare le cose; io stessa provo curiosità quando sento un buon profumo provenire da un ristorante, ma il gusto non mi soddisfa mai. Quando sento il profumo della frittura, ad esempio, provo un fortissimo impulso verso il cibo, mi viene voglia di assaggiarlo, mi sembra addirittura di aver fame; poi, però, passare dal gusto dedotto e immaginato dall'odore a quello reale è sempre una delusione. Ho un palato estremamente sensibile e tutto mi disgusta. Sento il profumo e penso "diamine, come mi piacerebbe mangiare questa cosa!", e quando la assaggio mi rendo conto che mi fa schifo come il resto e che mai, mai potrò provare il piacere di mangiare, di soddisfare una voglia. Per questo non sono mai tentata da niente, anche quando certi profumi mi fanno venire il mal di stomaco dal desiderio.
La mia dieta, assolutamente priva di tutte le sostanze necessarie, non mi ha portata a dimagrire. Al contrario, il mio corpo ha "capito" che il cibo scarseggia e ha sviluppato la tendenza a trasformare tutto in riserve di grasso. Ecco perchè nessuno mi ha mai considerata anoressica. Ecco perchè nemmeno io ci ho mai pensato, nonostante i segnali. Durante i periodi più difficili della mia vita, arrivavo a pesarmi anche una volta all'ora, come se saltare il pranzo o fare la pipì potessero avere un effetto immediato sul mio peso. Ma poi io stessa frenavo questa follia e mi dicevo che l'importante non era dimagrire, era non mangiare.
Non ero anoressica, io.
Le anoressiche erano quelle ossessionate dal peso, io ero una ragazza normale a cui non piacevano certi cibi. Ok, tutti i cibi. Ma, in fondo, ogni persona ha le sue preferenze, no?
E poi ho dovuto ammettere che qualcosa non andava. Ho perso i capelli (e non riesco a recuperarli), gli ormoni mi si sono completamente sballati, non sono cresciuta, mi bruciava la pelle (letteralmente!), la vista andava e veniva a seconda della giornata, avevo un sistema immunitario praticamente inesistente, non riuscivo a concentrarmi.
Anche se mi ero resa conto che la dieta sbagliata mi stava facendo male, non è stato facile credere alla diagnosi del nutrizionista. Ancor più difficile è stato iniziare un percorso di guarigione, continuamente ostacolata dai miei genitori. Ma di questo parlerò la prossima volta.
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martedì 5 aprile 2011
Xkè v.v.1k.d.b
Oggi, miei cari lettori, ci addentreremo nel fantastico mondo dell'italiano da terza elementare.
Ma prima un doveroso ringraziamento a Luca e Fabrizio per aver lasciato una piccola, ma importante testimonianza di vita nei loro commenti al post precedente. Avrei voluto pensare ad una risposta un po' più articolata, ma non credo che ci sia molto da aggiungere. Nelle parole di Fabrizio è racchiusa la vita di migliaia di ragazzi, così fragile e precaria, e quelle di Luca danno speranza a chi sogna un futuro diverso.
Grazie di cuore ad entrambi.
Ed ora abbandoniamo il terreno solido e sicuro degli argomenti seri per addentrarci nell'intricata selva delle cazzate, perchè non si vive di sola depressione. Italiano da terza elementare, dunque; perchè, come vi ho scritto nel titolo, v.v.1k.d.b. e voglio condividere con voi la mia immensa conoscenza degli orrori ortografici e grammaticali. Non c'è ragione per soffrire da sola!
Io adoro dedicarmi a due diverse forme d'arte: la scrittura e il canto. Solo che, mentre la prima mi riesce discretamente, i timpani del mio fidanzato risentono dei gravi danni che causa il mio continuo gracchiare. Che posso farci se sono stonata?
In realtà posso fare (e faccio) un sacco di cose: astenermi dal cantare, per esempio, che è sempre l'opzione migliore; coprire il mio gracidio con rumori più forti, quali stereo, asciugacapelli, acqua della doccia, canto del canarino; aspettare di essere sola in casa e chiudermi in un angolino, lontano dalla porta; non usare il palazzo come cassa di risonanza per deliziare tutti i condomini con le mie personali interpretazioni di canzoni che, tra l'altro, nessuno conosce. Insomma, potrei semplicemente evitare di rompere i coglioni al prossimo!
Ogni forma di arte è un mezzo per esprimersi, quindi lungi da me l'idea di vietare a qualcuno di dare libero sfogo alla sua personalità. Solo che, una volta capito che non si è bravi a scrivere/dipingere/cantare/scolpire/ballare, bisognerebbe avere anche la decenza di farlo in privato, magari quando si è soli, e di non pubblicare i risultati dei propri aborti artistici su internet. Questo, evidentemente, è un concetto troppo complesso per certe categorie di persone, che si ostinano a riempire il web di video ripugnanti e racconti privi di ogni logica. Non ho ancora capito perchè (ma sto studiando il fenomeno) più si è incapaci di fare una cosa e più ci si ostina a farla. E così, ecco che nascono perle di rara bellezza ed inestimabile valore, quali, ad esempio:
infondo al corridoio (questa l'ho presa da un libro!);
passerei le ore a svegliare su di te;
"mettimi giù" mi orinò;
Londra. Buoi;
sono in cinta;
tutto apposto?;
tinta terrore;
verde marcioso;
cippole, caciofi e caffè che a perso il sotovuoto;
la scena gli era famigliare;
dolore tortissimo.
Potrei continuare così per ore, ma la mia mente rifiuta di ricordare oltre. Se il dolore tortissimo e la pulzella che orina sul cavaliere possono essere considerati errori di battitura, roba come infondo, in cinta, daccordo, d'avvero, famigliare sono errori che ritrovo ovunque, perfino su libri e giornali. Senza considerare l'uso ormai ad cazzum dell'apostrofo dopo l'articolo indeterminativo (e pure dopo quello determinativo, perchè no?).
E le "i" dove le mettiamo? Ovunque, ormai. Perchè "se la radice di roccia è -cia, allora il plurale dev'essere in -cie" (l'ho letto davvero, giuro!) , e allora vai con doccie, arancie, faccie, boccie... a meno che non stiamo scrivendo un sms, nel qual caso risparmiamo lettere e lasciamo che le camice e le ciliege piangano la morte del loro plurale, unendosi ai diti, ai bracci e ai labbri.
La mia lingua, la mia bella lingua, viene continuamente stuprata non solo dall'ignoranza dilagante, ma soprattutto dalla strafottenza. Perchè tanto si capisce lo stesso, perchè nessuno perde tempo a rileggere quello che ha scritto, perchè le regole sono roba da scuola elementare. Anzi, nemmeno più a scuola riescono ad insegnarle.
Vi propongo un giochino. Si tratta di un esercizio che ha realmente svolto il mio cognatino a scuola, roba da quinta elementare. Provate a completare la frase:
se Marco .............. (studiare) di più, non avrebbe preso un brutto voto.
Quanti di voi hanno pensato "avesse studiato"? 'Gnuranti! Pure quell'analfabeta del mio cognatino ha risposto così, ma quel faro che squarcia l'ignoranza che è la sua maestra di italiano gli ha mostrato la retta via: se Marco studiasse di più, non avrebbe preso un brutto voto. Eh! Almeno l'italiano sallo!
Ma prima un doveroso ringraziamento a Luca e Fabrizio per aver lasciato una piccola, ma importante testimonianza di vita nei loro commenti al post precedente. Avrei voluto pensare ad una risposta un po' più articolata, ma non credo che ci sia molto da aggiungere. Nelle parole di Fabrizio è racchiusa la vita di migliaia di ragazzi, così fragile e precaria, e quelle di Luca danno speranza a chi sogna un futuro diverso.
Grazie di cuore ad entrambi.
Ed ora abbandoniamo il terreno solido e sicuro degli argomenti seri per addentrarci nell'intricata selva delle cazzate, perchè non si vive di sola depressione. Italiano da terza elementare, dunque; perchè, come vi ho scritto nel titolo, v.v.1k.d.b. e voglio condividere con voi la mia immensa conoscenza degli orrori ortografici e grammaticali. Non c'è ragione per soffrire da sola!
Io adoro dedicarmi a due diverse forme d'arte: la scrittura e il canto. Solo che, mentre la prima mi riesce discretamente, i timpani del mio fidanzato risentono dei gravi danni che causa il mio continuo gracchiare. Che posso farci se sono stonata?
In realtà posso fare (e faccio) un sacco di cose: astenermi dal cantare, per esempio, che è sempre l'opzione migliore; coprire il mio gracidio con rumori più forti, quali stereo, asciugacapelli, acqua della doccia, canto del canarino; aspettare di essere sola in casa e chiudermi in un angolino, lontano dalla porta; non usare il palazzo come cassa di risonanza per deliziare tutti i condomini con le mie personali interpretazioni di canzoni che, tra l'altro, nessuno conosce. Insomma, potrei semplicemente evitare di rompere i coglioni al prossimo!
Ogni forma di arte è un mezzo per esprimersi, quindi lungi da me l'idea di vietare a qualcuno di dare libero sfogo alla sua personalità. Solo che, una volta capito che non si è bravi a scrivere/dipingere/cantare/scolpire/ballare, bisognerebbe avere anche la decenza di farlo in privato, magari quando si è soli, e di non pubblicare i risultati dei propri aborti artistici su internet. Questo, evidentemente, è un concetto troppo complesso per certe categorie di persone, che si ostinano a riempire il web di video ripugnanti e racconti privi di ogni logica. Non ho ancora capito perchè (ma sto studiando il fenomeno) più si è incapaci di fare una cosa e più ci si ostina a farla. E così, ecco che nascono perle di rara bellezza ed inestimabile valore, quali, ad esempio:
infondo al corridoio (questa l'ho presa da un libro!);
passerei le ore a svegliare su di te;
"mettimi giù" mi orinò;
Londra. Buoi;
sono in cinta;
tutto apposto?;
tinta terrore;
verde marcioso;
cippole, caciofi e caffè che a perso il sotovuoto;
la scena gli era famigliare;
dolore tortissimo.
Potrei continuare così per ore, ma la mia mente rifiuta di ricordare oltre. Se il dolore tortissimo e la pulzella che orina sul cavaliere possono essere considerati errori di battitura, roba come infondo, in cinta, daccordo, d'avvero, famigliare sono errori che ritrovo ovunque, perfino su libri e giornali. Senza considerare l'uso ormai ad cazzum dell'apostrofo dopo l'articolo indeterminativo (e pure dopo quello determinativo, perchè no?).
E le "i" dove le mettiamo? Ovunque, ormai. Perchè "se la radice di roccia è -cia, allora il plurale dev'essere in -cie" (l'ho letto davvero, giuro!) , e allora vai con doccie, arancie, faccie, boccie... a meno che non stiamo scrivendo un sms, nel qual caso risparmiamo lettere e lasciamo che le camice e le ciliege piangano la morte del loro plurale, unendosi ai diti, ai bracci e ai labbri.
La mia lingua, la mia bella lingua, viene continuamente stuprata non solo dall'ignoranza dilagante, ma soprattutto dalla strafottenza. Perchè tanto si capisce lo stesso, perchè nessuno perde tempo a rileggere quello che ha scritto, perchè le regole sono roba da scuola elementare. Anzi, nemmeno più a scuola riescono ad insegnarle.
Vi propongo un giochino. Si tratta di un esercizio che ha realmente svolto il mio cognatino a scuola, roba da quinta elementare. Provate a completare la frase:
se Marco .............. (studiare) di più, non avrebbe preso un brutto voto.
Quanti di voi hanno pensato "avesse studiato"? 'Gnuranti! Pure quell'analfabeta del mio cognatino ha risposto così, ma quel faro che squarcia l'ignoranza che è la sua maestra di italiano gli ha mostrato la retta via: se Marco studiasse di più, non avrebbe preso un brutto voto. Eh! Almeno l'italiano sallo!
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