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lunedì 17 dicembre 2012

Cambia, tutto cambia.

Quando ho scritto l'ultimo post su questo blog, non potevo immaginare come si sarebbero evoluti gli eventi nell'arco di poche settimane. Tra poco ripartirò per la Svezia, e stavolta per rimanerci.
Mi sento come se qualcuno mi avesse infilata in un frullatore. Sarà perché è successo tutto troppo in fretta, sarà perché avevo perso le speranze, sarà perché mi sono resa conto che realizzare il più grande sogno della mia vita mi terrorizza e mi affascina in egual misura. Sono curiosa, ansiosa e felice di scoprire di più, di avere una vita tutta mia, di poter prendere le mie decisioni e non dover rendere conto a nessuno, ma, allo stesso tempo, sono spaventata all'idea di lasciare tutto ciò che finora ho definito casa, anche se, in fin dei conti, questa "casa" è una città che detesto, in un paese che mi ha fatto venire lo schifo della vita.
Voglio scoprire se in Svezia sarò di nuovo capace di sognare, di immaginare un futuro per me e per le persone che amo. Per il momento l'Italia mi ha tolto davvero tutto. Ha tolto dignità e speranza ad un'intera generazione, e vorrei poterla cancellare dalla mia vita, bruciare i miei documenti, e rinascere in un altro paese, con un altro nome ed una nuova identità, pronta a riscrivere la mia vita. Purtroppo non si può.
Non potrò mai cancellare i 27 anni di vita italiana, la dura e terrificante istruzione cattolica, la convivenza con la camorra, la sofferenza delle malattie causate dall'inquinamento e dalla "crisi dei rifiuti" (molte di queste malattie mi seguiranno in Svezia, tra l'altro). Questa è stata casa mia, che mi piaccia o no. Per il momento è l'unica casa che ho avuto la possibilità di conoscere, e mi ci sono adattata in qualche modo.
Ora mi sembra di saltare nel vuoto. Dovrò scoprire tutto della città in cui andrò a vivere, crearmi una nuova rete di amicizie, stabilire delle nuove routine, scegliere i miei nuovi piatti preferiti (e abbandonare la mozzarella e la pizza), trovarmi un "posto delle fragole" o almeno un bar accogliente in cui rifugiarmi durante le fredde giornate invernali. E pensare che non ho metà di queste cose nemmeno in Italia, ma non ne sento la mancanza perché qui ci sono le persone che amo. Abbandonarli ora, a due mesi dalle prossime (temo catastrofiche) elezioni, mi sembra ancor più crudele e meschino, come se stessi abbandonando la nave che affonda utilizzando l'unica scialuppa disponibile. E mi sembra quasi di tradirli, se penso che lì altre persone riempiranno la mia vita. Avrò altri vicini, altri amici, altri postini (si spera non idioti come quelli italiani!), altri negozianti da salutare la mattina, altri compagni di viaggio nei bus, altri compagni di scuola di lingue. Mi sembra così strano pensare che tutte queste persone già vivono da qualche parte nel mondo; magari, come me, sono spaventate dalla partenza, oppure stanno penando per avere il loro personnummer, o vivono in paesi così distrutti che a confronto l'Italia è il paradiso. Ci ritroveremo tutti nella stessa aula, per imparare la stessa lingua, e sono sicura che sarà meraviglioso scoprire tante culture e tante storie diverse. Sarebbe tutto entusiasmante ed emozionante, se non lasciassi qui la mia famiglia e il mio fidanzato.
E poi c'è da fare la valigia. Come fare a riassumere 27 anni di vita in 23 kg di roba? I miei vestiti non sono adatti all'inverno svedese, dovrò comprarne di nuovi e lasciare qui quelli vecchi. I miei libri sono davvero troppi per poter essere infilati in valigia, e dovrò solo sperare che la mia famiglia non li tratti troppo male in mia assenza. I biglietti di auguri che ho conservato nel corso degli anni diventano improvvisamente inutili. La tazza per il latte che uso ogni mattina, e che è stata il mio primo tentativo di indipendenza, sarà sostituita da un'altra, già in Svezia ad aspettarmi. I regali del mio fidanzato, che mi circondano e mi fanno sentire in ogni momento la sua presenza accanto, dovranno rimanere qui, e già so che mi sentirò tremendamente sola senza questi piccoli segni d'amore intorno.
Credo che molte delle persone che leggono questo blog siano già passate per questa fase. So bene che, una volta salita sull'aereo (e dopo un disperato pianto liberatorio) tutte queste paure lasceranno spazio alla voglia di scoprire e all'entusiasmo di un nuovo inizio. Per il momento, però, prevale la tristezza. Spero davvero che il mio fidanzato mi raggiunga presto, come ha promesso di fare, ma credo anche che per lui sarà più difficile e  sto tentando di rassegnarmi all'idea di rimanere senza di lui per parecchi mesi.
Insomma, come vi dicevo, e come si capisce benissimo dai miei discorsi sconclusionati, mi sento davvero in un frullatore. Troppe emozioni in pochissimo tempo, e una partenza troppo vicina. Ho la sensazione di essere stata spinta in un burrone, e la caduta mi fa paura anche se so che ad aspettarmi c'è un morbido materasso.
Dopo due anni, il titolo di questo blog non ha più ragione d'essere. Non so se scriverò ancora, se avrò il tempo di farlo, se avrò voglia di dire qualcosa o sarò così perfettamente felice (o così disperatamente depressa) da non sentire il bisogno di parlare. Mi rendo conto che certe emozioni sono davvero difficili da descrivere, e ancor di più da capire, se non si sono provate in prima persona. Per il momento si chiude un capitolo importante, e quel "se solo fosse la Svezia" diventerà presto un "adesso sì che è la Svezia".
E chissà cosa ci sarà ad attendermi, in Svezia.


domenica 27 novembre 2011

WTF?

Oggi ho avuto una conversazione kafkiana con SuperZia. Roba che ancora sto a chiedermi che diamine volesse dire. Prima di rendervi partecipi di cotali perversioni, devo spiegarvi come funzionano le telefonate della zia.
Prima di litigare furiosamente con mia madre e distruggere quel poco di tranquillità che c'era in famiglia, SuperZia telefonava ogni sera e ogni sera faceva a tutti noi sempre le stesse domande. A ripetizione. Roba del tipo "ciao nipote! Come stai? Come sta Frato? Come sta tua madre? Come sta tuo padre? Passamelo, va. Ciao fratello! Come stai? Come sta tua figlia? Come sta tuo figlio? Come sta tua moglie? Passamela, va. Ciao cognata! Come stai? Come sta tuo marito? Come sta tua figlia? Come sta tuo figlio? Passamelo, va" e via così per un'ora a sera, tutte le sere. Poi mia madre è riuscita a scaricarla e almeno lei si è salvata. In parte è stato un bene, perchè così dobbiamo sopportare SuperZia una volta a settimana. D'altra parte, però, siamo costretti a recuperare le ore di telefonate perse in un colpo solo, con conseguente suicidio di svariati neuroni a botta.
La cosa peggiore è che SuperZia sta regredendo con la vecchiaia. Se prima era semplicemente irritante, adesso sembra che sia tornata ai tre anni, alla fase dei perchè. Solo che, avendone 60 in più, la domanda si è arricchita di altre due parole ed è diventata "perchè non fai...?".
E così, ogni settimana, devo sopportare un paio d'ore di "perchè non fai giurisprudenza? Perchè non fai un concorso pubblico? Perchè non fai quella cura cancerogena? Perchè non fai medicina? Perchè non fai un corso di cucina? Perchè non fai una bella preghiera?"...
Solitamente cerca di (nell'ordine preciso):
- convincermi a cambiare facoltà
- convincermi a lasciare l'università
- convincermi a rimanere in Italia
- convincermi ad emigrare
- convincermi che il mio fidanzato morirà giovane (e nel remoto caso dovesse sopravvivere, le carte per il divorzio sono già pronte)
- convincermi che il mio fidanzato è l'uomo della mia vita
- convincermi che il mio fidanzato è troppo per me, ed io sono una merdina che non si merita un uomo del genere
- ri-convincermi a rimanere in Italia
- ri-convincermi a lasciare l'università
- convincermi a pregare, credere in dio e in un miliardo di santi diversi.
Di solito il mio cervello ha un'unica possibilità di sopravvivenza: lo stand by. Solo se non ascolto e/o non capisco ciò che mi dice riesco a rimanere una personcina civile e a non trasformarmi in un mostro sbranazie. Purtroppo non posso scollegare i neuroni anche quando siamo insieme. Proprio pochi giorni fa, durante un funerale (!!!) mi aveva costretta a dire sempre di sì ad una serie di cazzate immani, del tipo "ti passerà il tumore al cervello e guarirai completamente perchè sto pregando san tizio, e san tizio, in vita, era un medico. Lui saprà cosa fare!". Ma anche "io non capisco com'è che vivi ancora a casa dei tuoi. Eppure la badante di tua nonna, leggendoti la mano, ti aveva predetto tantissima ricchezza".
Oggi, però, davvero  non l'ho capita. Lo ammetto, non prestavo la dovuta attenzione, però...
"Hai sentito di quella ragazza uccisa in America?"
"No" (le risposte che do a mia zia di solito sono monosillabi. Tanto lei nemmeno le ascolta)
"Povera ragazza, era una studentessa. Eh, però viveva in un brutto quartiere. Aveva quasi 30 anni e studiava ancora. Eh, però non era ancora laureata. Si era sistemata lì. Eh, però conviveva. Aveva trovato pure il fidanzato. Eh, però è stata vista con un altro uomo".
Dunque, dall'attenta analisi del discorso, unita alla profonda conoscenza delle perversioni mentali di mia zia, riesco solo a capire che: la ragazza era una poco di buono, perchè conviveva col fidanzato. Sicuramente era una sprovveduta, perchè era emigrata senza avere una laurea e faceva la cameriera per mantenersi. Infine, era stata vista con un altro uomo, che doveva necessariamente essere un amante, perchè il concetto di amicizia tra uomo e donna (magari anche appartenenti ad etnie diverse) non è accettabile secondo gli standard morali della zia. Quindi diciamo pure che se l'è cercata. Vi prego, se riuscite a trovare un altro senso al suo monologo, scrivetemelo. Perchè io davvero non riesco ad immaginare una diversa interpretazione di tutti quei "eh, però".
Considerando che spero di emigrare tra un paio d'anni (prima della laurea), insieme al mio fidanzato (prima del matrimonio), e che spero di fare amicizia con altri esseri viventi lì in Svezia, non posso fare a meno di pensare che qualche idiota, nel caso venissi uccisa, potrebbe pensare che me la sono meritata.
Sono una persona tanto cattiva se stasera (solo stasera, giuro!) odio SuperZia con tutto il cuore?

martedì 13 settembre 2011

Virilità, questa sconosciuta!

Quest'estate le mie vacanze sono state un po' penose. Ho trascorso 15 giorni in una piccola località calabrese inquinata e squallida, cercando di sopravvivere al mal di denti, ai problemi di stomaco e ad altri doloretti vari, conscia del fatto che, se la situazione fosse diventata davvero critica, avrei fatto prima a tornare a Napoli piuttosto che ricevere cure mediche in quel buco di paese.
Puntualmente, ogni anno, il mio fidanzato, un po' per sfiga, un po' perchè circondato da bambini pestiferi, è costretto a farsi un giro in pronto soccorso. Parte la mattina alle 8 e torna a casa alle 17, se tutto funziona a dovere. E bisogna anche sottolineare che gli va di lusso, perchè avendo una malattia rara scavalca la fila dei poveri vecchietti moribondi e viene curato d'urgenza. In 15 anni, anno più anno meno, non gli è mai capitato di veder curare una persona.
Ma abbiamo il miglior sistema sanitario del mondo, noi!
Torniamo a noi. Il mio fidanzato. Vi confesso che è lui la principale causa delle mie preoccupazioni. Dopo aver trascorso 15 giorni con i nostri vicini di ombrellone mi sono venuti seri dubbi sulla sua virilità. Dubbi che erano nati già all'inizio dell'estate, durante una festa a casa di mia cognata. Festa che merita una piccola digressione: se sono invitata a cena a casa di una riccona per il suo compleanno, il minimo che mi aspetto è un servizio di catering impeccabile. Invece, su 25 invitati, ero l'unica a saper tagliare l'aglio per cucinare spaghetti aglio e olio. Ora, dico io, non è che ci voglia una laurea per capire come si cucinano gli spaghetti aglio e olio. Direi che, così, per intuito, si può indovinare che ci vogliono l'aglio, l'olio e gli spaghetti. Andatevene per un'idea, no? No. Tra tutti gli invitati -età media 30 anni, molti anche laureati- io ero l'unica a saper tagliare e friggere l'aglio. E qui dovrebbe partire un'altra luuunga digressione sul "che cazzo te ne fai di una laurea se poi non sai cucinare nemmeno lo stretto indispensabile per mantenerti in vita?"; ma oggi mi sento buona e ve la risparmio. Quella stronza gran brava ragazza di mia cognata, dopo aver torturato decine di spicchi d'aglio insieme ai suoi amici, appena sono entrata in cucina ha battuto in ritirata. Al grido "lei è bravissima a cucinare, lasciamole campo libero e non disturbiamo la sua arte" tutti i suoi amici sono tornati comodamente a sedersi mentre io ho dovuto cucinare per 25 persone. E così mi sono ritrovata a friggere, in piena estate, in una stanza di 2 metri per 2, su un tacco a spillo di 10 cm, senza aria condizionata, ad una temperatura che sfiorava i 50°. Non era proprio una situazione da festa. Fortunatamente è intervenuta la madre di mia cognata, la quale, per sicurezza, ha aggiunto un altro paio di litri d'olio e mi ha sostituita ai fornelli. A quel punto io, con i piedi doloranti, sono crollata su una sedia, ripromettendomi di non alzarmi più fino alla fine della serata (e così è stato). Improvvisamente, sento mia cognata chiamare il mio ragazzo. La madre, dal canto suo, continua a ripeterle "ma cosa vuoi che ne sappia lui? Chiedi alla fidanzata!". Io, sempre intenzionata a rimanere inchiodata alla sedia, punto i tacchi a spillo sul pavimento. Mia cognata continua a chiamare il mio fidanzato, sua madre continua a ripeterle che deve chiedere a me. Dopo lunghissimi minuti di attesa, durante i quali io continuavo a chiedermi cosa avessi fatto di male per dover coinvolgere addirittura il mio fidanzato -e, vi assicuro, mi è passato per la mente davvero di tutto, perfino il dubbio di aver sbagliato a friggere l'aglio- riesco a scoprire l'arcano mistero: mia cognata, dovendo cucinare la schifosissima pasta per celiaci per il mio fidanzato in una pentola a parte, voleva sapere da lui quanta calarne. Ma, insomma, cosa volete che ne sappia un uomo di quanta pasta deve mangiare? Come avrebbe potuto, il mio fidanzato, capire quanti spaghetti entrano in un piatto? Ovviamente questa è roba da donne! Eppure lui ha risposto. Ha saputo dire di voler mangiare precisamente 70 gr di pasta. Assurdo, no?
Ho cercato per tutta l'estate di farmene una ragione; mi dicevo che forse l'aveva sentito dire in giro, che magari aveva sbirciato mentre la mammina cucinava, ma in cuor mio sapevo che la verità era un'altra: il mio fidanzato SA quanta pasta vuole mangiare.
Il colpo di grazia me l'hanno dato i miei vicini di ombrellone. Per 15 giorni ho dovuto subire una tipica famiglia cafona napoletana: madre, padre, tre figli, la compagna del figlio, ragazza madre con bimba di due anni al seguito, la zia della ragazza madre, moglie di un ergastolano, il compagno della zia della ragazza madre e la madre del compagno della zia della ragazza madre. Bella gente. Di quella che se l'incontri per strada ti nascondi nel primo negozio disponibile per sopravvivere. La ragazza, in particolare, dovrebbe ringraziare quanti santi ci sono in paradiso se non l'ho denunciata ai servizi sociali, dal momento che nutriva la bambina a suon di merendine per non darle da mangiare durante i pasti, e la picchiava se osava fare la cacca.
Un giorno, lamentandosi perchè l'amorevole madre non badava alla bambina, il capofamiglia ci ha raccontato un episodio raccapricciante: la piccola aveva fatto cadere qualcosa per terra e lui aveva dovuto pulire. Il tutto era aggravato dal fatto che c'erano altri due uomini nella stanza e, cito testualmente, "dovessero credere di essere più uomini di me?". Sì, insomma, il fatto era grave! L'avevano visto con scopa e paletta in mano!
A questo punto devo confessarvelo, sebbene la vergogna sia tanta: il mio fidanzato pulisce, se sporca. Pulisce anche se non è lui, ma il suo fratellino, a sporcare. Toglie la polvere. Rifà il letto. Lui... lui... questa non riesco nemmeno a scriverla! Lui lava i piatti!
E se Salemme, in amore a prima vista, ha provato ad insegnarci che lavare i piatti è roba da femmine (purtroppo non sono riuscita a trovare il video su youtube), Caparezza mi ridà un pochino di speranza.



domenica 24 luglio 2011

Perchè io valgo!

Bloccata da uno schifosissimo esame universitario, in questi giorni mi sono passati per la mente centinaia di post che non ho avuto il tempo di scrivere. Ovviamente, ora che il tempo abbonda la mia mente li ha cancellati tutti.
Intanto, per sfogare il mio bisogno di scrivere, ho invaso il blog di Fiammetta con un numero di commenti tale da meritare la denuncia per stalking. Non posso farci niente, è più forte di me! Lei domanda (e solleva questioni davvero interessantissime) ed io mi sento in dovere di risponderle. Proprio nei commenti ad un suo messaggio è emersa una fondamentale differenza tra il modo di vivere italiano e quello svedese. Non ricordo come è saltato fuori, ma tante persone emigrate in Svezia si lamentano del concetto di "uguaglianza" applicato alla cultura. Insomma, non si può essere "uguali" su certe cose. C'è chi apprende prima, chi ci mette più tempo, chi è più portato per le materie scientifiche e chi, come me, impara le lingue al ritmo di una ogni due anni, ma va in tilt davanti alla tabellina del tre. Il sistema svedese, da quel che ho capito, punta a far arrivare la classe ad un certo traguardo; se qualcuno è più lento, saranno quelli bravi a doversi adeguare. La cosa, sempre da quel che raccontano le persone sui blog, sembra estendersi anche al mondo universitario: più di una volta mi è capitato di leggere i messaggi di una ragazza (che, credo, sia sempre la stessa) criticata dai professori universitari perchè ha acquisito più crediti di quanti richiesti dal programma di studio.
Io, ovviamente, posso basarmi solo su quello che leggo in giro, non avendo alcuna esperienza diretta del modo di vivere svedese. Però il tono di certi messaggi mi fa riflettere anche sul mio modo di vivere. Prima di esporvi il mio punto di vista, premetto che sono stata una bambina prodigio. Questo per bloccare sul nascere i commenti di certi troll, che potrebbero accusarmi di essere invidiosa di quelli bravi, un po' come capita alle blogger che denunciano modelle che incitano all'anoressia e vengono etichettate come racchie invidiose.
Io ero bravissima. Quando ho iniziato le elementari, con un anno di anticipo (all'epoca si chiamava primina, ora non so), già sapevo leggere, scrivere e far di conto. All'asilo, le suore si disperavano perchè io rifiutavo caparbiamente ogni tipo di gioco, troppo impegnata a leggere tutti i libri a mia disposizione. Tra un libro e l'altro, miglioravo la grafia, perchè le a e le o non perfettamente rotonde mi facevano saltare i nervi. A cinque anni ho fatto amicizia con le principali leggi della fisica, a dieci ho iniziato a studiare chimica, a tredici parlavo correntemente inglese, a quindici ho deciso di aggiungere il francese, a diciotto, per complicarmi la vita, ho scelto il russo - e già mi immagino la faccia di qualcuno che urlerà KOMUNISTA (con la k perchè loro non si sono presi il disturbo di imparare nemmeno la lingua madre). Quindi posso garantirvi che non parlo spinta dall'invidia. 
Passare gli anni dell'asilo immersa in qualche libro non ha certo favorito la mia vita sociale. Non ho ricordi di giochi, nè di amici, nè di giochi fatti con gli amici. Ero sola, sempre e comunque. Se qualche bambino mi invitava a casa sua andavo in tilt. Sapevo come studiare, sapevo come compiacere gli adulti, ma non avevo alcuna idea su come comportarmi in presenza di miei coetanei. E certe cose non possono essere insegnate dalle maestre, nè si possono trovare sui libri. Soprattutto, se non si impara da bambini, non si impara più.
Ricordo bene che odiavo Pippi Calzelunghe: lei doveva studiare, doveva fare la brava, doveva comportarsi come una bambina civile. Che razza di mostro era quella bimba che faceva ciò che voleva, che non imparava, che addirittura rispondeva male alla maestra! Io, invece, ero la gioia di tutta la famiglia: ero educata, brava, sempre pronta ad esibirmi davanti ad amici, parenti e vicini di casa.
Forse mi illudo, ma penso che, se fossi nata il Svezia, la maestra mi avrebbe strappato i libri dalle mani e mi avrebbe costretta a giocare come tutti gli altri bambini. Lì è una colpa ciò che qui è un pregio: imparare più degli altri. Capisco che un genitore si senta orgoglioso dei progressi del figlio, ma forse bisognerebbe chiedersi qual è il prezzo di certi "vantaggi". Molte persone si preoccupano perchè, un giorno, il loro intelligentissimo bambino potrebbe venir bloccato da un mezzo idiota che proprio non riesce ad imparare. E allora? Siete davvero certi che memorizzare le tabelline renda vostro figlio più felice degli altri? Questo è un discorso che può essere applicato anche all'università. Imparare di più vi rende felici? Dare un numero maggiore di esami rispetto alla media, seguire più corsi, approfondire le materie studiate rende felici? Forse dà l'illusione di essere migliore degli altri, ma è davvero questo che importa, nella vita? Sentirsi -non essere- migliori degli altri vuol dire vivere sempre in competizione con qualcuno, dover dimostrare continuamente la propria superiorità, prendere ogni impegno quotidiano come una sfida, essere sempre sotto stress, sempre alla prova, sempre tesi come corde di violino. E mai, mai soddisfatti di sè.
Da quando ho ricominciato a studiare, colleziono voti dal 27 in su (tra l'altro, quel 27 in chimica proprio non se ne scende. Bastarda di un'assistente!). Eppure ho accettato un 18 in biologia cellulare. L'ho accettato perchè l'abbiamo superato in 8 su 110: tre 18, tre 19 un 20 e un 21. Rispetto agli altri, sono andata bene. Rispetto alle 102 persone bocciate, il mio 18 era migliore, quindi era accettabile; ma un 18 rimane sempre un 18, e comunque influisce negativamente sulla media. Sul mio libretto non ci sarà scritto "18, ma migliore degli altri", però mi basta sapere di aver raggiunto un risultato superiore alla media. Che senso ha tutto ciò? Quale perverso meccanismo mentale mi spinge a sentirmi bene se gli altri vengono bocciati, mentre mi porta a vergognarmi di me se i miei colleghi ottengono un risultato migliore?
Aspettare che tutti i bambini raggiungano lo stesso livello forse non permetterà a qualcuno di loro di diventare un futuro premio nobel (cazzata colossale, ma prendiamo per buone le paure di certi genitori), ma aiuterà tutti loro a sentirsi uguali e a considerare i propri limiti come normali e non come disabilità mentali. Dire ad un bambino "non capisci? Va bene, non fa nulla, riproviamoci insieme" equivale a dirgli "tu non sei diverso, non sei inferiore, hai solo bisogno di riflettere di più su questo argomento"; allo stesso tempo, però, si invia un chiaro messaggio anche ai bambini che fanno della loro bravura un'arma per affrontare il mondo: tu non sei umanamente migliore degli altri. Impari più in fretta, sei più veloce nel fare i conti, leggi meglio, ma questo non ti rende speciale. Ci saranno cose che non capirai, materie in cui andrai male, e allora sarai tu ad aver bisogno di aiuto. E l'aiuto ti verrà dato, i tuoi compagni rispetteranno i tuoi tempi ed i tuoi limiti, perchè tu sei uguale a loro e, come loro, hai diritto ad avere dei dubbi, hai il diritto di sbagliare, e non per questo devi sentirti inferiore a qualcuno.
Un bambino, durante i 5 anni delle elementari, deve imparare a leggere, a scrivere, a svolgere le quattro operazioni fondamentali e ad avere un vago concetto di cosa siano la storia e la geografia; tutte cose per le quali basta pochissimo tempo. Tutto il resto della sua vita scolastica deve essere incentrato sui rapporti con i compagni e sulla crescita della sua personalità. Il ruolo della scuola deve essere questo. Non importa quante nozioni riescano a memorizzare i bambini, se poi non riescono a giocare serenamente tra di loro.
Infine, una piccola considerazione rivolta a certe mamme che temono che la genialità del loro piccolo bimbo prefetto possa essere gravemente ed irreversibilmente danneggiata dalla presenza, nella stessa aula, di alcuni idioti senza speranza. Sappiate, care signore, che Einstain ha iniziato a parlare a tre anni e, da piccolo, era proprio uno di quegli stessi idioti senza speranza.

martedì 28 giugno 2011

La figlia di C.

Mi ci è voluto un mese per riprendermi dall'ultima visita dall'endocrinologo. In breve, il tumore c'è e me lo tengo caro caro, vita natural durante. Capirete anche voi che una notizia del genere va digerita. Per questo mi scuso con Silvia, B. e Francesca se sono sparita dalla circolazione e non ho più risposto alle loro mail.
Ora, per vostra sfortuna, sono tornata; e quale argomento migliore se non una delle perle di SuperZia per ricominciare a raccontarvi la mia vita?
Credo di non essere la sola che, ad ogni festa comandata, è stata costretta a subire i parenti, i giudizi dei parenti, i commenti dei parenti e, soprattutto, i paragoni dei parenti. Perchè è matematicamente certo che, anche a 50 anni, qualche nonna, zia o lontana cugina del nipote del suocero del vostro trisnonno vi troverà cresciuti, vi chiederà della vostra vita sentimentale o lavorativa (ma solo se fallimentare) e poi partirà col racconto delle meraviglie e dei prodigi di quel tale che...
Non importa se siete dei premi nobel o dei modesti impiegati, se avete 11 anni o 60, se conoscete 5 lingue o se non parlate nemmeno l'italiano. Quel tale sarà più intelligente, più bravo, più colto, più alto, più muscoloso, più biondo, più bruno, più attraente, più lavoratore, più premio nobel, più poliglotta, più ignorante, più abbronzato, più pallido, più bianco, più colorato, più... più!
Nel mio caso, quel parente insopportabile che non poteva assolutamente perdere l'occasione per umiliarmi era, ovviamente, SuperZia, anche se gli altri facevano del loro meglio per reggere il confronto.
Quel tale, invece, era la figlia di C.
C. era il capo di SuperZia.
A 11 anni, la figlia di C. suonava il pianoforte. Io, invece, ancora oggi non riesco a distinguere un organo da una fisarmonica (sul serio!) e non me ne poteva fregar di meno del pianoforte. Però, ecco... la figlia di C. era così brava a suonare il pianoforte!
A 15 anni ho iniziato il liceo dopo un ginnasio disastroso. Fare il classico non è stata una mia scelta, quindi latino e greco mi stavano allegramente sulle palle (anche se avevo il debito in geografia. No, dico, geografia! Quanto bisogna essere cretini per beccarsi il corso di recupero in geografia?). La figlia di C., ovviamente, era felicissima di fare il classico, di studiare lingue morte e sepolte e di farsi quel miliardo di seghe mentali necessarie per calarsi nella mentalità e nella cultura greca. E infatti lei aveva il massimo dei voti. Inoltre, nello stesso periodo ha abbandonato momentaneamente il pianoforte per dedicarsi al violino.
Alla fine del liceo (io 88/100, lei 110 e lode), io mi sono rifiutata categoricamente di iscrivermi a medicina. Ma che razza di secchiona volevano che fossi? Liceo classico, laurea in medicina... bleah!
Con mia somma gioia e grande disappunto di tutta la mia famiglia fino ai cugini di terzo grado, ho deciso di non continuare gli studi, scoprendo un grande interesse per tutto ciò che richiedeva un minimo di creatività e diventando una squattrinatissima artigiana.
La figlia di C., invece, si è iscritta alla Bocconi. Che non è certo medicina, ma è pur sempre una laurea! E, manco a dirlo, si è laureata nei tempi prestabiliti, col massimo dei voti.
Ah, la figlia di C. faceva equitazione. Non l'ho mai vista, ma sono pronta a scommettere che era bionda, coi boccoli, e con gli occhioni azzurri. Sicuramente era alta e magra, come non mancava mai di ricordarmi SuperZia, per poi aggiungere che non è la bellezza che conta. Io, però, rimanevo un cesso.
La figlia di C. ora vive a Milano. Si è sposata, ha trovato un lavoro e ha tanti di quei soldi che potrebbe adottare a distanza un intero quartiere di Napoli.
Quando stavo per perderci le speranze e sulla barbie-bambolina-voodoo era finito lo spazio per gli spilli, il grande C. ne ha avuto abbastanza di SuperZia e l'ha mandata a farsi friggere. Così sua figlia è diventata un po' meno brava a suonare, i capelli le si sono scoloriti, dal suo passato sono emersi dei vergognosi 18 e le è spuntata pure la cellulite, oltre ad un bel paio di corna. A questo punto, lo ammetto, pensavo (speravo) di essermene liberata una volta per tutte.
Ah, beata ingenuità.
Devo ammettere che SuperZia ce ne ha messo di tempo per trovare la sostituta adatta, ma alla fine c'è riuscita.
Lei non ha ancora un nome. Per il momento è la marinaia. SuperZia ha versato metà delle sue lacrime, quando ero appena una bambina, all'idea che non ammettessero le donne in marina. L'altra metà l'ha versata quando hanno ammesso le donne in marina, ma io ero troppo bassa per entrarci, senza considerare gli occhiali a fondo di bottiglia. Lei, dunque, è riuscita ad entrare in marina. E questo già la rende molto più alta, magra e in salute di me.
Lei ha la mia stessa età, ma già lavora. Lei ha già un lavoro, ma ha comunque preso una laurea. Lei ha già una laurea, ma sta studiando per prendere la seconda. Lei sta studiando per prendere la seconda laurea, ma già sta pensando alla terza.
Ma, più di ogni altra cosa, Lei vuole iscriversi a medicina.
E già mi manca la figlia di C.

mercoledì 20 aprile 2011

She's afraid of the light in the dark

Sfrutto la frase di una splendida canzone di Tori Amos per introdurre la seconda parte della discussione sui miei disturbi alimentari. Non essendo anoressica nel vero senso del termine, non mi permetto di dare consigli su come guarire da questa patologia, ma spero che condividere la mia esperienza aiuti qualche ragazza di passaggio a capire che il problema va affrontato. Una delle chiavi di ricerca grazie alle quali le persone finiscono sul mio blog è proprio anoressia, e il post più visitato in assoluto è quello su Isabelle Caro, quindi è evidente che l'argomento interessa.
"Aver paura della luce nel buio" è un ottimo punto di partenza per spiegare come ci si sente quando si affronta una sfida del genere; anche se dovrebbe essere una speranza, quella luce è un'incognita, la fine di un tunnel che a suo modo è rassicurante. Non vedere e non sentire è il primo passo per cadere nell'anoressia. Bisogna essere ciechi, veramente, per non accorgersi di come il proprio corpo si riduce, giorno dopo giorno. Quando mi sono rivolta al mio nutrizionista per la prima volta perdevo i capelli a ciocche, avevo la pelle secca, che spesso mi bruciava come se mi fossi scottata, le mie unghie avevano la stessa consistenza di fogli di carta, i miei ormoni erano completamente impazziti, avevo sbalzi d'umore degni di una schizofrenica, eppure mi sono rivolta a lui per dimagrire! O, meglio ancora, per mangiare di meno, dal momento che per me "dieta" significava fare a meno del cibo.
Fortunatamente ho incontrato una persona molto preparata e sensibile. Non so come abbia fatto, ma ha capito tutto appena mi ha vista. Mi ha fatto una serie di domande che mi sembravano del tutto inutili (ti piace cucinare? Bevi molta acqua? Secondo te, quanto è grande la tua gamba?), poi mi ha detto che, anche se non presentavo tutti i sintomi, il mio comportamento era da anoressica. Peggio ancora, non avendo una patologia ben definita, avrei potuto trasformarmi in bulimica. Come ho scritto nel messaggio precedente, non riuscivo a credergli. Mi ha convinta quando è riuscito ad "indovinare" certi miei comportamenti; evidentemente ero un caso da manuale. Molto onestamente, mi ha detto che non sapeva se il suo intervento sarebbe bastato o se sarebbe stato necessario ricorrere all'aiuto di uno psicologo; avendo avuto pessime esperienze con gli psicologi, ho deciso che mi sarebbe bastato lui e che, in alternativa, avrei accettato l'anoressia. Comunque lui non si è mai presentato come un guaritore con la soluzione ad ogni mio male, ma mi ha sempre detto che avremmo lavorato insieme, e che insieme avrammo affrontato i problemi.
In effetti, mi sembra davvero che ci sia stato uno scambio: io, come paziente, ho seguito le sue regole ed ho imparato come lavorare su me stessa senza alcun aiuto esterno; lui, come medico, ha potuto (e dovuto) imparare dalle mie reazioni, adattandosi a sbalzi d'umore, crisi isteriche, momenti di rabbia, depressioni più o meno passeggere... di sicuro sono stata un'ottima palestra.
In mesi di incontri non mi ha mai detto quanto avrebbe dovuto essere il mio peso forma. A parte il peso che leggevo dalla bilancia, non abbiamo mai parlato di grasso, di diete, di dimagrimento, di metabolismo. Mai. Non mi ha mai detto di mangiare una cosa piuttosto che un'altra, mai vietato dolci e grassi. L'unica condizione era riuscire a fare cinque pasti al giorno: un primo, un secondo ed un contorno a pranzo e a cena, due spuntini e la colazione. Per una che era abituata a farne solo uno, la cena, era una missione impossibile.
Non mi ha mai posto limiti di quantità. Volendo, avrei potuto fare una colazione all'americana, con bacon e uova fritte, e mangiare un cucchiaio di brodo per pranzo; l'importante era abituarmi a mangiare e non saltare i pasti. La cosa più facile di tutte è stata la colazione. Una tazza di latte, tre biscotti e via, già finita. La cosa più dura di tutte è stata la verdura. Anche se non avevo quantità minime da mangiare, perfino una forchettata mi sembrava troppo.
Continuavo ad odiare il cibo con tutta me stessa. Imparare a mangiare non mi sembrava affatto una cosa positiva, mi sembrava una sconfitta! Avevo sofferto per anni, costretta a mangiare roba che non volevo, prima di riuscire a liberarmi dal cibo, e stavo tornando indietro. Ero furiosa! Furiosa con me stessa, perchè non riuscivo a fare a meno di mangiare. Pur non provando un vero e proprio senso di fame, quindi non sentendo il bisogno di pranzare, il mio corpo mi stava chiaramente dimostrando che non poteva farne a meno. E, di conseguenza, io odiavo il mio corpo. Avevo la capacità di rimanere digiuna per giorni, con costanza e senza alcuno sforzo e il mio corpo mi tradiva così. Cedeva molto prima della mia mente. Ero costretta ad ammettere che avevo bisogno di imparare a nutrirmi correttamente, ma non volevo farlo.
Così, sempre nella speranza di riuscire a risparmiarmi lo psicologo, il nutrizionista mi ha chiesto di tenere un diario dei pasti, in cui scrivere le quantità di ogni cibo mangiato, il senso di fame o sazietà e il mio stato d'animo.
I primi giorni sono stati durissimi. Ero davvero tentata di vomitare tutto, sentivo il cibo riempirmi come un palloncino e mi sembrava di esplodere. Sul diario la parola ricorrente era "schifo":
- oggi ho mangiato la sogliola. Il pesce puzza, mi fa schifo;
- come verdura ho scelto la lattuga. Non sono una capra, tutto quel verde nel piatto mi fa sentire un ruminante. E poi è viscida! Che schifo;
- ho assaggiato degli animali nuovi. Calamari? Seppie? Polipi? Non lo so e non voglio saperlo. Sono tutti pieni di zampette, sembrano insetti. Mi fanno schifo;
- la frutta sembra fatta di capelli bagnati, è piena di fili di chissà che e perde liquidi, sporcandomi tutte le mani. Devo lavare via questo schifo.
Per una settimana, non ho fatto altro che scrivere cose del genere. Odiavo il cibo, odiavo il mio corpo, odiavo me stessa. Fortunatamente la situazione è cambiata in pochissimo tempo. Dopo aver sfogato tutta la mia rabbia durante i primi giorni, aver pianto, urlato, maledetto tutto e tutti e riempito quattro righe del diario con la scritta ODIO MANGIARE, mi sono calmata. Il tono dei miei scritti è cambiato e si è trasformato in una sorta di riflessione. Di tanto in tanto scrivevo cose che nemmeno sapevo di pensare. Solo dopo averle scritte mi rendevo conto di cosa significavano. Ho scoperto che mi infastidiva assaggiare piatti nuovi davanti agli altri, perchè avevo paura di essere derisa; ho capito che mi piaceva scoprire il sapore di cose "esotiche", spesso cucina cinese, ma non quello dei cibi conosciuti e usati abitualmente a casa mia.
Dopo le prime due settimane di diario, sono tornata dal nutrizionista, forte delle mie nuove scoperte. Ne abbiamo discusso insieme, abbiamo adattato la cura ai miei limiti e alle mie esigenze, e poi ho ricominciato. Di nuovo, non so come abbia fatto, ma ha individuato ancora una volta il problema e mi ha spinta a concentrarmi solo su quello: il rapporto tra me ed i miei genitori, relativamente al cibo. Bisogna tener conto del fatto che entrambi i miei genitori hanno problemi col cibo: mio padre non mangia pesce e alcuni tipi di carne, mia madre non mangia frutta e verdura, quindi la mia dieta non comprendeva nessuna di queste cose. Il loro comportamento influiva (e influisce ancora) molto negativamente sul mio senso di fame, un po' per come mi hanno trattata da bambina, associando sempre il cibo a sgridate, urla e a volte perfino botte, un po' perchè rifiutando il cibo rifiutavo loro. Ho dovuto quindi imparare a distinguere le due cose: il senso di fame o sazietà che era realmente presente e quello che era legato al mio stato d'animo. Vi è mai capitato di avere la "fame nervosa"? Il concetto è lo stesso. Ho chiuso la mia mente ad ogni emozione e ho affrontato il cibo per quello che era. All'inizio è stato difficile e ancora non posso dire di essermici abituata, ma ci sto lavorando.
Il passo successivo è stato imparare a comprendere il mio corpo. In quanto essere umano, non potevo certo pensare di non aver bisogno di cibo; se non riuscivo a sentire la fame, non voleva dire che il mio fisico non aveva bisogno di mangiare, ma solo che ero abituata al dolore.
Distinguere gli stimoli fisici dagli stati mentali non è semplice come sembra. Sempre tornando all'esempio della fame nervosa, molte persone provano in situazioni di stress un impulso irrefrenabile di masticare, pur non avendo fisiologicamente bisogno di assumere cibo. Si confonde il bisogno fisico con  quello psicologico e ci si lascia andare ad entrambi, non riuscendo a distinguerli.
Infine, una volta capito qual era il problema, dopo aver abituato (più o meno) il mio corpo a quantità di cibo sempre maggiori, ho dovuto scoprire il gusto delle cose. Non avevo mai guardato il cibo come una cosa piacevole, al massimo era commestibile. Per me non c'era differenza tra un risotto ai funghi e uno di quei piatti esotici pieni di vermi: entrambi erano gusti nuovi, incognite, problemi da affrontare. Non c'era niente che poteva sembrarmi più o meno appetibile, quindi ho dovuto scoprire tutti i gusti da zero, separando il cibo dallo stato d'animo che l'accompagnava, in una sorta di svezzamento. Ci sono quasi riuscita. Da quando ho conosciuto il mio nutrizionista, la mia dieta si è arricchita di: gamberi, tonno, dentice, orata, anguilla, capitone, platessa, tacchino, lattuga, indivia, bietole, zucca, cavolo, spinaci, carciofi, mozzarella, fiordilatte, yogurt, pere, ananas, kiwi, arance, limoni, cous cous, alcuni tipi di fagioli, zuppe varie. Tutte cose che non avevo mai mangiato (sì, non avevo mai assaggiato lo yogurt!). Posso finalmente dire, con cognizione di causa, che non mi piacciono le mele e il merluzzo. L'unico scoglio che non riesco a superare sono i latticini: quando ero piccola, per farmi assaggiare le sottilette mia madre ha minacciato di lasciarmi sola in ospedale il giorno prima dell'intervento di appendicite. Avevo più o meno 10 anni e già in passato le avevo chiaramente dimostrato che i latticini mi facevano schifo, ma mia madre sa essere infame quando vuole e quella sera le giravano male. E, come ricorda anche la bibbia, le colpe dei padri (e delle madri) ricadono sui figli.
Ovviamente i miei genitori non hanno creduto ad una sola parola di ciò che ho raccontato: per loro il nutrizionista è un incompetente, io sono una bambina capricciosa che vuole scaricare su di loro le proprie responsabilità, non ci sono disturbi alimentari in famiglia. E dire che mio fratello, sovrappeso, ha dovuto affrontare la stessa battaglia contro di loro per riuscire a non cadere nell'obesità. Invece, i miei genitori non solo hanno negato spudoratamente l'evidenza, ma mi hanno anche ostacolata: siccome molti alimenti non facevano parte della nostra dieta, spesso mi impedivano di comprarli e cucinarli. Oppure mi deridevano e tentavano di scoraggiarmi, non perdendo mai l'occasione di ricordarmi quanto tutto ciò che stavo facendo fosse inutile. Infine, per una sorta di perversa gelosia, più volte mia madre mi ha detto di sentirsi offesa dal fatto che seguissi i consigli di un estraneo, mentre avevo sempre rifiutato il cibo che mi dava lei. Io ho fatto la mia buona azione annuale e non le ho risposto.
Affrontando temi delicati come il rapporto con i miei, la paura dei gusti nuovi, l'incapacità di ascoltare il mio corpo e l'eccessiva emotività con cui vivo certe cose, avevo bisogno di una spalla su cui piangere. Anche su questo il mio nutrizionista è stato bravissimo: non è stato solo un medico, è diventato un po' psicologo, un amico, un confidente, un angelo custode. Eppure, è riuscito a non farsi coinvolgere, a non diventare uno scoglio a cui troppo spesso avevo la tentazione di aggrapparmi. Nei momenti difficili mi ha sempre fatto sentire il suo appoggio, ma se capiva che mi stavo lasciando andare, mi dava un metaforico calcio nel posteriore per "aiutarmi" a rialzarmi e ricordarmi che dovevo camminare con le mie gambe. Tutto dipendeva da me, sempre e comunque. Mi ha dato gli strumenti per poter reagire, nel caso dovessi caderci di nuovo, senza l'aiuto di nessuno. E questo è stato il suo regalo più grande.
Certo, ci sarebbe ancora tantissimo da dire. Per ognuno le motivazioni sono diverse, ma i disturbi alimentari non sono mai un capriccio. Nascono sempre dalla sofferenza, che ne siamo coscienti o meno. Il passo più difficile è proprio individuare il problema. Limitarsi a mangiare di più o di meno può risolvere momentaneamente un problema di peso, ma non guarisce le ferite profonde che portano a desiderare perfino la morte attraverso il cibo.
Alla base c'è sempre un disperato bisogno d'amore.

martedì 12 aprile 2011

Morire di fame.

Sto progettando questo post da tantissimo tempo. Mesi ormai. Eppure ancora non so come iniziare il discorso, cosa dire, quali argomenti trattare e quali no.
Mi piacerebbe parlare di anoressia.
Inizio col dire che io non sono un'anoressica "vera". Quando il nutrizionista me l'ha detto, la mia risposta è stata "anoressica? Chi, io? Ma noooo! Non ci credo!"; in effetti peso 55 kg e sono alta un metro e mezzo, quindi non sono proprio una mazza da scopa. Anzi, ho un po' di pancetta, il culo grosso, i fianchi larghi, tutti i muscoli flaccidi... insomma, non sono proprio il ritratto della fame. E nemmeno quello della salute, purtroppo.
Volevo prendere spunto da un meraviglioso post di Orma, "educare all'obesità", per raccontare come mi hanno educata al digiuno, ma non sarò mai brava quanto lei a descrivere, in poche frasi, quei meccanismi che portano ad avere un rapporto sbagliato col cibo.
Forse dovrei iniziare con la distinzione tra persone che non sanno mangiare e persone che vivono il cibo come "altro". Alla prima categoria appartiene quella gente che, troppo pigra per cucinare un piatto di pasta, strafoga schifezze nei fast food pensando di essere immortale; alla stessa categoria appartengono anche tutte quelle cretine che non mangiano perchè "vogliono fare le modelle" (ma quanto era diseducativa la pubblicità del philadelphia?). Questi non sono disturbi alimentari; si tratta di ignoranza, cattiva educazione e stupidità.
Escludendo quindi le persone che non sanno mangiare, rimangono quelli che vedono nel cibo qualcosa di più: la concretizzazione dei sentimenti, la soddisfazione dei bisogni, il piacere di scoprire nuovi gusti. L'anoressia è la negazione di tutto ciò, è il rifiuto dell'affetto altrui, è il desiderio di autodistruzione, è la chiusura verso il mondo e ciò che può offrire. Credo che sia la più grande forma di odio, quello verso se stessi. Vuol dire non sentirsi mai all'altezza, mai amate, mai in grado di affrontare la vita, e colpevolizzarsi per questo.
Io ho iniziato a digiunare a 5 anni, a scuola. Quelle adorabili suore non controllavano certo che mangiassi, nè si sono mai preoccupate di avvisare i miei genitori che saltavo i pasti, le volte che se ne sono accorte. Ricordo che mi sedevo in disparte, a volte da sola, in un angolo del refettorio, e giocavo con il cibo finchè tutti i miei compagni di classe non finivano di mangiare. A quel punto la suora mi ricordava che razza di problema fossi, così lenta, così svogliata, così dannatamente decisa a rifiutare il cibo che dio mi aveva concesso, poi chiamava a rapporto tutti gli altri bambini e mi lasciava sola nella stanza. A sua discolpa, devo dire che ha provato a convincermi a mangiare con diverse argomentazioni: pensa ai bambini poveri, sei una schifosa egoista, tutte le altre classi hanno già finito e noi stiamo aspettando te, tutto il cibo che non mangi adesso dovrai mangiarlo all'inferno, stai facendo piangere Gesù bambino, brucerai per l'eternità e sentirai un dolore atroce. Un bel modo, insomma, di insegnarmi ad associare il cibo alla sofferenza, al demonio, alla cattiveria. Io resistevo, comunque. Sfidavo tutte le mie paure, venivo pubblicamente umiliata ogni giorno, ma non ingoiavo un maccherone. Appena rimasta sola, buttavo tutto e aspettavo un po' prima di tornare in classe. Alcune compagne di classe mi hanno anche insegnato a spargere la pasta sui tavoli, visto che il mucchietto nel bidone era facilmente individuabile e non ci sarebbe voluta una laurea per capire chi l'aveva buttata. E così ho imparato a non ascoltare il mio corpo, a non sentire la fame, a non mangiare dalla colazione alle 7 alla cena alle 21. Questo mi ha aiutata quando, a casa, ho iniziato a rifiutare i pasti che mi preparava mamma: una volta ha provato la tecnica del "se non vuoi questo piatto di verdura, allora non avrai altro" e ho resistito per due giorni, finchè lei, preoccupatissima, non si è arresa.
I ricordi che ho dei miei pasti sono tremendi. Almeno a scuola c'era un tempo limite, dopo il quale la suora mi lasciava sola e potevo liberarmi del cibo. A casa, invece, impiegavo ore a finire un pasto. Una volta una fettina di carne mi è durata da pranzo a cena, dalle 12 alle 22. Non potevo alzarmi da tavola finchè non finivo ciò che avevo nel piatto. Non so se fossero realmente porzioni esagerate, ma io vedevo ogni piatto come una montagna da scalare. Non sono mai stata grassa, quindi credo che le quantità fossero adeguate al mio bisogno fisico. Tuttavia, non si teneva conto della sofferenza psicologica. Ogni pasto era una tortura, ogni cibo, dalla carne alla cioccolata, era il male. Odiavo mangiare. Odiavo nutrirmi, sentire il sapore delle cose, masticare, sentirmi sazia. Ho ancora davanti agli occhi lo sguardo furioso di mia madre che, esasperata, mi chiudeva il naso per obbligarmi ad aprire la bocca e poterci infilare cibo. Masticavo per ore senza ingoiare, così da non dover passare al boccone successivo. Dovevano picchiarmi per costringermi ad assaggiare cose nuove, ed anche di questi episodi ho il chiaro ricordo di me con le spalle al muro e dei miei genitori a bloccarmi ogni via di fuga finchè non avessi ceduto. Vincevano loro, ovviamente, ma ad ogni pasto, ad ogni boccone, mi ripromettevo che da grande non avrei mai e poi mai mangiato.
Sognavo la libertà dal cibo.
Crescendo ho imparato a controllarmi, a mangiare in tempi decenti se c'erano testimoni e ad inventare pasti inesistenti ogni volta che non ce n'erano; raccontavo di aver mangiato da amici, oppure per strada, sporcavo i piatti di salsa prima che i miei genitori tornassero da lavoro, inventavo nausee e mal di testa, rifilavo la mia porzione a quell'aspiratutto ambulante che era mio fratello.
A 12 anni ho vissuto una splendida esperienza in un centro estivo. Camminavo, facevo sport, ero continuamente in giro. A pranzo mangiavo due fettine di pane, a cena non mi presentavo nemmeno. Potevo farlo, ero libera e mi godevo la sensazione che mi procurava una vita senza pasti: ero felice. Ho perso 7 kg in 6 giorni; quando i miei genitori sono venuti a riprendermi non mi hanno nemmeno riconosciuta.
A 13 anni calcolavo quanto tempo mi ci sarebbe voluto per morire di fame, per poi concludere che non ce l'avrei mai fatta, perchè i miei se ne sarebbero accorti e mi avrebbero obbligata a recuperare giorni e giorni di pasti. Però sognavo comunque di morire, lasciandomi andare allo stato di confusione e spossatezza che causa il digiuno. Perfino il mal di stomaco e i crampi mi piacevano. Non avevo, psicologicamente, la forza necessaria ad affrontare la vita, quindi puntavo a togliermi ogni forza fisica, a rimanere stesa sul letto fino a svenire dalla fame, per non risvegliarmi mai più.
A 18 anni la mia dieta consisteva in sogliola, pollo, mucca, legumi, tantissimi dolci. Non mangiavo nessun altro tipo di pesce, nè frutta, nè verdura. Già durante le elementari avevo imparato che una buona botta di zuccheri mi sosteneva per tantissimo tempo e mi evitava anche il mal di testa, quindi dosavo i dolci in modo da non sentire mai la fame. Piuttosto che mangiare una merendina a pranzo, la dividevo in tante parti e ne mangiavo un boccone ogni ora; in tal modo mi sembrava di avere continuamente un apporto di energie sufficiente a tirare avanti, senza però dover mangiare davvero. Il problema, in fondo, era sempre lo stesso: mangiare. Non mi è mai interessato dimagrire.
Io non volevo mangiare.
Ho tenuto fede alle mie promesse di bambina: appena ho potuto oppormi alla volontà dei miei genitori, non solo non ho assaggiato cibi nuovi, ma ho anche smesso di mangiare i vecchi. Ho limitato la mia dieta a carne, pasta e legumi una volta a settimana. Non c'era niente che mi piacesse. Persino i dolci, che mangiavo tanto spesso, non mi "piacevano" nel vero senso della parola. Li preferivo ad altro, ma non mi procuravano quel piacere che il cibo dovrebbe dare. In realtà, non ho mai provato piacere nel mangiare. Mi sento come una cieca, che immagina i colori ma non può vederli. Io so che esistono persone che si sentono bene quando mangiano, che si sentono appagate, che provano il gusto di assaporare le cose; io stessa provo curiosità quando sento un buon profumo provenire da un ristorante, ma il gusto non mi soddisfa mai. Quando sento il profumo della frittura, ad esempio, provo un fortissimo impulso verso il cibo, mi viene voglia di assaggiarlo, mi sembra addirittura di aver fame; poi, però, passare dal gusto dedotto e immaginato dall'odore a quello reale è sempre una delusione. Ho un palato estremamente sensibile e tutto mi disgusta. Sento il profumo e penso "diamine, come mi piacerebbe mangiare questa cosa!", e quando la assaggio mi rendo conto che mi fa schifo come il resto e che mai, mai potrò provare il piacere di mangiare, di soddisfare una voglia. Per questo non sono mai tentata da niente, anche quando certi profumi mi fanno venire il mal di stomaco dal desiderio.
La mia dieta, assolutamente priva di tutte le sostanze necessarie, non mi ha portata a dimagrire. Al contrario, il mio corpo ha "capito" che il cibo scarseggia e ha  sviluppato la tendenza a trasformare tutto in riserve di grasso. Ecco perchè nessuno mi ha mai considerata anoressica. Ecco perchè nemmeno io ci ho mai pensato, nonostante i segnali. Durante i periodi più difficili della mia vita, arrivavo a pesarmi anche una volta all'ora, come se saltare il pranzo o fare la pipì potessero avere un effetto immediato sul mio peso. Ma poi io stessa frenavo questa follia e mi dicevo che l'importante non era dimagrire, era non mangiare.
Non ero anoressica, io.
Le anoressiche erano quelle ossessionate dal peso, io ero una ragazza normale a cui non piacevano certi cibi. Ok, tutti i cibi. Ma, in fondo, ogni persona ha le sue preferenze, no?
E poi ho dovuto ammettere che qualcosa non andava. Ho perso i capelli (e non riesco a recuperarli), gli ormoni mi si sono completamente sballati, non sono cresciuta, mi bruciava la pelle (letteralmente!), la vista andava e veniva a seconda della giornata, avevo un sistema immunitario praticamente inesistente, non riuscivo a concentrarmi.
Anche se mi ero resa conto che la dieta sbagliata mi stava facendo male, non è stato facile credere alla diagnosi del nutrizionista. Ancor più difficile è stato iniziare un percorso di guarigione, continuamente ostacolata dai miei genitori. Ma di questo parlerò la prossima volta.

domenica 19 dicembre 2010

14 Novembre 2010

Stamattina, al mio risveglio, mi son ritrovata un mio zio in cucina. I miei zii (e le mie zie, ovviamente) sono tutti soggetti piuttosto particolari, ma è troppo tardi per dilungarmi con le spiegazioni di certe perversioni mentali. Fortunatamente stavo ancora dormendo, sebbene il mio corpo deambulasse autonomamente per casa, perchè così non sono stata in grado di capire le infamità che mi ha detto mio zio. Meglio ancora, non sono riuscita a rispondergli. Così non mi sono incazzata di prima mattina e ho fatto pure la figura di quella "superiore" che non si abbassa al suo livello di coglionaggine acuta. Dovrei vivere la vita in dormiveglia.
Comunque... chiacchieravamo amabilmente di quanto fossi fallita, egoista e irrecuperabile, quando mio fratello è entrato in cucina.
Occhiata dello zio.
Frase fatidica: "e tu quando ti laurei?".
Cosa abbia risposto mio fratello mi è sfuggito, pensavo al biscottino che si stava inzuppando nel mio delizioso cappuccino e, in generale, figuriamoci se mi passa per l'anticamera del cervello di ascoltare quello che dice mio zio. Piuttosto riflettevo su quanto fosse stato stupido mio fratello, pur sapendo della sua presenza, ad entrare in cucina. Cioè, io mica lo sapevo che c'era lo zio! Altrimenti col cavolo che mi alzavo dal letto...
All'improvviso, però, alzo lo sguardo dalla schiumina del cappuccino e vedo mio zio con la bocca spalancata e gli occhi sgranati. E poi lo sento urlare contro il mio innocente fratellino: "tu vuoi rimanere a Napoli?".
Sorrido.
Io so che la sincera risposta a questa domanda è sì. Cerco spesso di convincere i miei parenti ad emigrare in capo al mondo. Faccio loro presente che perfino il ghiaccio del polo nord, sciolto sul fuoco, è più salutare dell'acqua che beviamo. E gli orsi polari sono una compagnia migliore dei nostri vicini di casa. E potremmo pure incontrare Babbo Natale. E le aspettative di vita di un uomo nudo a -70°C sono sempre superiori a quelle di una persona onesta in quel di Napoli. Ma niente, mio fratello proprio non riesco a convincerlo! Lui, qui, si trova bene. Contento lui... tuttavia è consapevole che questa sua vena masochistica risulta incomprensibile ai più (è incomprensibile pure per me che sono la sorella!), così si è subito corretto, evitando un infarto al povero zio: "ma no, io voglio stare dove trovo lavoro e posso vivere bene". Diplomatico. Peccato per l'infarto, io un po' ci speravo. Sarei stata comunque troppo stordita per godermi appieno l'evento, ma sono sicura che mi sarebbe rimasta una bella sensazione di leggerezza per tutto il giorno.
Rimane evidente che, per chiunque, l'idea di voler vivere a Napoli, come libera scelta, o è un concetto estraneo ed incomprensibile, o è qualcosa di cui vergognarsi, da buttar lì in un discorso tra amici per poi rimangiarsi tutto, abbassare lo sguardo e soffrire in silenzio, perchè dentro di te sai che Napoli è bella, sai che è la tua casa, sai che le apparterrai per sempre. Ma sai anche che ciò a cui ti senti legato è già stato distrutto, sai che della tua città, della tua casa, non rimane altro che un cumulo di macerie seppellite sotto tonnellate di spazzatura.