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domenica 5 maggio 2013

Meglio Napoli.

Dedicato all'anonimo che ha commentato le foto del post precedente dicendomi che "è molto meglio Napoli".
Stasera, dalla finestra della mia camera, potevo godermi questo spettacolo.



Lo confesso, si vedevano anche altre case e tante persone che avrebbero respirato questo schifo, ma le ho tagliate perché non si può mai sapere, certi camorristi potrebbero prendersela a male per queste foto. Magari c'era qualcuno di loro che si stava facendo la doccia... 
Al momento il cielo sopra casa mia è nero.Ma proprio nero nero nero. E la colonna di fumo diventa sempre più densa e larga. Cosa diamine hanno fatto i vigili del fuoco nelle ultime due ore? Chissà! Mistero!

EDIT:
ecco cos'è successo: enorme rogo tossico. Mi mancava questa sensazione di soffocamento a Goteborg. Quando sono arrivata in Svezia non ero più abituata a respirare, tutto quell'ossigeno mi dava alla testa. Fortuna che sono tornata in Italia. Adesso posso tornare al mio destino di miserabile meridionale e morire come il vermiciattolo che sono.

giovedì 23 febbraio 2012

Troppo da fare, poco tempo per farlo.

Ormai sono ridotta a scrivere di notte. Studio, studio, studio, fino a che il mio cervello non inizia a parlare da solo. Cucino, e la mia mente ripete. Cerco di dormire, e mi assalgono dubbi su reazioni chimiche. Provo a fantasticare e l'unica cosa che mi fa sentire veramente bene è controllare se ricordo ancora tutto il necessario o sto dimenticando qualcosa. Dormo, e sogno di fare l'esame - e a volte mi va male pure nei sogni.
Vorrei scrivere un sacco di cose. Vorrei innanzitutto chiedervi se anche a voi è capitato di trovare un prof bastardo che si diverte ad umiliare gli studenti. Ma sì che vi è capitato. Capita a tutti. Solo io, però, mi chiedo perché mai una persona debba comportarsi così, perché si diverta tanto a creare paure ed insicurezze. Sono professori, cavolo! Dovrebbero semplicemente testare la conoscenza che ho della materia, non farmi domande che nemmeno nel quesito con la Susi! Odio l'università con tutta me stessa.
Vorrei scrivere a Sana, la mia migliore amica, che attualmente vive a più di 2000 km da me. Ma sono triste, depressa, angosciata, e davvero non è il caso di abbatterla con considerazioni pessimistiche sulla vita e sul futuro. Goditela, tesoro, finché non ti raggiungo.
Vorrei migliorare quella sorta di amicizia che si sta creando con Vera, ma sono troppo timida (e patetica) e il massimo che sono riuscita ad escogitare è stato farle avances sessuali ai sims social. Geniale, no?
Vorrei ripetere un po' di francese, dal momento che lo capisco meno del russo. Ma più della biochimica. Il che vuol dire che ne capisco più di russo che di biochimica, e dovrei iniziare a preoccuparmene, dal momento che l'esame è tra 5 giorni, e non è un esame di lingua russa. E, a proposito del francese, è proprio vero che l'uomo propone e dio dispone: di tutte le lingue che conosco era l'unica che avevo completamente abbandonato e per la quale avevo perso ogni speranza di miglioramento. E invece, proprio in questi giorni, avrò la possibilità di recuperare un po' del tempo perso.
Vorrei essere più presente per il mio fidanzato, che sto trascurando un po'. E magari avere il tempo per chattare con Francy, perché è una vita che non la sento (so che leggi. Perdonami).
Vorrei dirvi di come i camorristi del mio quartiere hanno messo in pericolo la vita di un passante per nascondere un pacco di droga; vorrei potervi raccontare i dettagli delle minacce che sono arrivate alla direttrice di una biblioteca, solo perché un dipendente non vuole fare il suo lavoro.
Vorrei capire com'è possibile decidere di cambiare il sesso ad un bambino di 5 anni, basando la diagnosi di disturbo di identità di genere sul fatto che volesse vestire di rosa e pettinare le bambole. Spiegatemi, per favore, cosa vuol dire "trattare da femminuccia", perché io davvero non riesco a comprendere come una maestra possa comportarsi in maniera diversa con un maschietto (spero tanto che questa notizia sia uno scherzo di carnevale).
Vorrei sfogarmi un po', dal momento che, inspiegabilmente, appena prendo in mano un libro si scatena l'inferno: bambini che urlano, clacson che suonano, telefoni che non fanno altro che squillare, mamma e papà che decidono di vedere la tv a tutto volume, finestre che sbattono, vasi che volano dal balcone... allora, ditemi a che ora posso avere un po' di silenzio. Così, almeno, mi preparo spiritualmente a poter studiare, ripetere, dormire e rilassarmi 15 minuti a notte (in totale) e mi metto l'anima in pace.
E poi, non vi sembra un bruttissimo scherzo del destino che proprio in questi giorni io debba sopportare entrambi i miei genitori a casa, troppo malati per andare a lavoro, ma non abbastanza per perdere la voglia di lamentarsi? Io tremo al pensiero del week end, figuratevi come sto all'idea di doverli sopportare per tutta la settimana. Sul serio, saranno giornate pesantissime.
Infine, ricollegandomi al pensiero sui prof bastardi, mi chiedo perché mai tutti abbiano conosciuto un infame, mentre io ho conosciuto soltanto infami. Ormai non mi chiedo più se sono preparata o no, tanto è del tutto ininfluente. L'unica cosa che mi dà la forza di andare avanti è il pensiero di espatriare. Non voglio più vivere in un paese dove succedono cose come questa o questa, e dove i militari che hanno stuprato e tentato di uccidere una ragazza sono assegnati dopo 10 giorni alla "sicurezza" di una città.
Mi mancano 14 esami. Saranno 14 bastardi, 14 battaglie  combattute in nome della logica e del buon senso, 28 giorni di prove tra scritto e orale. E poi sarò libera di odiare questa città, questo paese, questa politica, questo sistema, da 2000 km di distanza. E speriamo che bastino!

mercoledì 18 gennaio 2012

Ora urlo!

Qui a Napoli si dice che la benedizione di un prete gay porti particolarmente bene. Ecco, io adesso avrei bisogno di un trans fatto suora, altro che "semplice" gay!
Il lettore mp3, quello nuovo, quello comprato inutilmente, era difettoso. Vado al negozio e chiedo di cambiarlo.  Il commesso mi concede il cambio senza troppe storie e me lo sostituisce con un altro modello. Difettoso. Ora mi vergogno di tornare al negozio per la terza volta, quindi mi tengo i tasti montati al contrario (su per indicare giù e avanti per indicare indietro. Posso farcela).
Ieri notte, alle 3, inizio improvvisamente a tremare, perché il mio corpo ha deciso di aumentare la sua temperatura di un paio di gradi in mezz'ora. Ok, teniamoci la terza influenza dell'anno. Cosa sarà mai?
Infine, ho fatto le analisi. Ovviamente la cura alternativa non sta facendo effetto e dovrò ricominciare quella che crea problemi al cuore ed è cancerogena. Ma cosa potevo aspettarmi da un mese tanto sfigato?
Mi sento a pezzi. Ora come ora non c'è una sola cosa che riesca a tirarmi su di morale. Sono consapevole del fatto che dovrò tenermi un tumore al cervello che non farà altro che crescere e che dovrò curarlo con una sostanza pericolosa. Non posso uscire di casa senza passare tre giorni a letto e, un po' perché mi sento sempre male, un po' perché ho perso la fiducia nel futuro, non riesco a portare avanti nessun progetto. Come diceva Silente (sì, sono orgogliosamente Harry Potter addicted):
la felicità si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo qualcuno si ricorda di accendere la luce.
Peccato che io non riesca a trovare l'interruttore da nessuna parte.

giovedì 5 maggio 2011

Ma quante belle diagnosi, madamadorè.

Stare male mi rende cattiva.
Ieri ho aggredito una vecchietta. Stronza, volgare, cafona, che cercava di sfogare su di me le sue frustrazioni, ma pur sempre una vecchietta. E invece di dirle sempre di sì, come si dovrebbe fare con tutti i vecchi rompipalle, l'ho mandata dove meritava e le ho detto chiaro e tondo cosa penso di lei. Ha cercato di sbranarmi e ho seriamente temuto per la mia vita.
Oggi sono andata ad infastidire un altro blogger. Ho ragione, ovviamente, dal momento che ha copiato un post da un altro sito e non ha citato le fonti, ma avrei potuto farmi i fatti miei e tirare dritto per la mia strada. Invece ho deciso di dare anche a lui una lezione di buona educazione.
Intanto si susseguono analisi e diagnosi. Per uno scherzo del destino, sono stata molto male proprio all'asl, e in un attimo sono stata circondata da medici, infermieri, tecnici di laboratorio, genetisti, inservienti e altri malati.
Ognuno con una sua diagnosi.
La più gettonata è "crisi di panico". Ho provato a far notare che sono un'esperta di crisi di panico e che queste proprio non possono esserlo, ma tutti continuavano a fare su e giù con la testa come i cagnolini da cruscotto ogni volta che qualcuno pronunciava la parola "panico". Contenti loro...
Le diagnosi che ho raccolto finora, però, meritano di essere elencate una per una, perchè la genialità di certi medici non può rimanere nell'ombra di una stanzetta dell'asl:
attacco d'ansia (simile a quello di panico, ma più soft. Era la versione edulcorata per non farmi sentire malata di mente, credo);
squilibrio elettrolitico;
crisi epilettica (il neurologo in questione ha anche provato ad ammazzarmi di antiepilettici);
trombosi;
pressione bassa;
pressione alta;
allergia a tutto ciò che mi circonda;
crisi vagale;
infiammazione allo stomaco;
problemi non meglio specificati ai polmoni;
problemi non meglio specificati al cuore (e qui è partita una bella grattata);
incapacità nel respirare (da prendersi alla lettera: secondo la tipa io, dopo 26 anni di vita, non so come si riempiono i polmoni d'aria. Sono sopravvissuta in apnea!);
stitichezza (e qui ho avuto brutte visioni di polmoni pieni di cacca... forza, confessate! Quanti di voi hanno problemi respiratori dovuti alla stitichezza?)
altri problemi neurologici non meglio specificati;
effetti indesiderati della pillola anticoncezionale;
uso improprio di acqua oligominerale (diagnosticata dallo stesso neurologo che voleva uccidermi).
Fino ad ora, considerando i rislutati delle analisi che ho fatto, reggono solo le ipotesi di reazione allergica e di effetto della pillola.
Però.
C'è un però.
Non è un caso se ho soprannominato mio padre papansia.Non perde occasione per predirmi la morte nelle maniere più fantasiose possibili. Ieri era la trombosi, oggi l'acqua in bottiglia. A nulla serve fargli notare che sono ipotesi che non stanno nè in cielo nè in terra, l'acqua oligominerale ci ucciderà tutti.
E la mia risposta (oltre alle solite grattate a roba che non ho) può essere una sola (che poi è anche quello che ho pensato quando ho visto il video):

martedì 26 aprile 2011

Benvenuti a casa mia

La mia geniale amica Francesca ha modificato lo sfondo del mio blog. Erano mesi che volevo farlo, la rosa era bellissima ma non rispecchiava affatto il mio carattere. Per questo splendido lavoro non mi sembrava abbastanza ringraziarla privatamente su internet, così lo faccio pubblicamente, e a caratteri cubitali, su questo blog.
GRAZIE FRANCESCA!
Ognuno di noi ha un'immagine speciale dentro, qualcosa che fa parte di noi, che ci ricorda un momento bello, che riflette il nostro modo di vivere, la nostra personalissima filosofia...
Io adoro la pioggia.
Quando la gente apre gli ombrelli è costretta a mantenere una certa distanza. Non ci si ferma per strada a chiacchierare. Non si perde tempo in shopping e passeggiate romantiche. Non si esce se non si è costretti. E così perfino una città caotica come Napoli diventa più silenziosa, le strade si svuotano, le vaiasse non urlano da vicolo a vicolo, i teppistelli non escono dai loro bassi, e la cosa peggiore che può capitarmi è ritrovarmi bloccata nel traffico in bus. Ma anche a quello c'è rimedio: basta alzare la voce del lettore mp3. E poi, quando piove, nemmeno i vecchietti in pullman hanno voglia di parlare.
L'immagine che fa da sfondo a questa pioggia virtuale rappresenta tutto ciò che c'è di negativo nella mia vita. Signore e signori, benvenuti nel mio quartiere.
Su internet bisognerebbe fare attenzione a dare il proprio indirizzo (e non è che quelle case ce l'abbiano scritto sopra), ma io non mi preoccupo più di tanto: innanzitutto non abito proprio in quei casermoni, quindi scrivervi che vivo nel raggio di 500 mt dal cosiddetto bronx  non vi sarebbe di nessun aiuto; più di tutto, però, mi fa sentire sicura il fatto che qualsiasi non-napoletano non uscirebbe vivo da quei mostri di cemento. Non è un'esagerazione, prendetemi pure alla lettera. Se non ci sei nato, non puoi entrare in certi posti.
Credo che siano stati costruiti per abituare gli abitanti a vivere rinchiusi in qualcosa di molto simile ad un carcere; il passaggio a Poggioreale  (praticamente obbligatorio, se vivi lì) è una promozione sociale.
Mi piaceva tantissimo l'idea di usare un'immagine così brutta e squallida unendola a qualcosa che mi fa sentire bene. Fonde il meglio e il peggio della mia personalità e rispecchia la mia anima, nel vero senso della parola. L'immagine sfocata, poi, mi fa sognare una bella pioggia acida capace di liquefare tutto questo orrore.
Ma forse ora sto chiedendo troppo.

martedì 12 aprile 2011

Morire di fame.

Sto progettando questo post da tantissimo tempo. Mesi ormai. Eppure ancora non so come iniziare il discorso, cosa dire, quali argomenti trattare e quali no.
Mi piacerebbe parlare di anoressia.
Inizio col dire che io non sono un'anoressica "vera". Quando il nutrizionista me l'ha detto, la mia risposta è stata "anoressica? Chi, io? Ma noooo! Non ci credo!"; in effetti peso 55 kg e sono alta un metro e mezzo, quindi non sono proprio una mazza da scopa. Anzi, ho un po' di pancetta, il culo grosso, i fianchi larghi, tutti i muscoli flaccidi... insomma, non sono proprio il ritratto della fame. E nemmeno quello della salute, purtroppo.
Volevo prendere spunto da un meraviglioso post di Orma, "educare all'obesità", per raccontare come mi hanno educata al digiuno, ma non sarò mai brava quanto lei a descrivere, in poche frasi, quei meccanismi che portano ad avere un rapporto sbagliato col cibo.
Forse dovrei iniziare con la distinzione tra persone che non sanno mangiare e persone che vivono il cibo come "altro". Alla prima categoria appartiene quella gente che, troppo pigra per cucinare un piatto di pasta, strafoga schifezze nei fast food pensando di essere immortale; alla stessa categoria appartengono anche tutte quelle cretine che non mangiano perchè "vogliono fare le modelle" (ma quanto era diseducativa la pubblicità del philadelphia?). Questi non sono disturbi alimentari; si tratta di ignoranza, cattiva educazione e stupidità.
Escludendo quindi le persone che non sanno mangiare, rimangono quelli che vedono nel cibo qualcosa di più: la concretizzazione dei sentimenti, la soddisfazione dei bisogni, il piacere di scoprire nuovi gusti. L'anoressia è la negazione di tutto ciò, è il rifiuto dell'affetto altrui, è il desiderio di autodistruzione, è la chiusura verso il mondo e ciò che può offrire. Credo che sia la più grande forma di odio, quello verso se stessi. Vuol dire non sentirsi mai all'altezza, mai amate, mai in grado di affrontare la vita, e colpevolizzarsi per questo.
Io ho iniziato a digiunare a 5 anni, a scuola. Quelle adorabili suore non controllavano certo che mangiassi, nè si sono mai preoccupate di avvisare i miei genitori che saltavo i pasti, le volte che se ne sono accorte. Ricordo che mi sedevo in disparte, a volte da sola, in un angolo del refettorio, e giocavo con il cibo finchè tutti i miei compagni di classe non finivano di mangiare. A quel punto la suora mi ricordava che razza di problema fossi, così lenta, così svogliata, così dannatamente decisa a rifiutare il cibo che dio mi aveva concesso, poi chiamava a rapporto tutti gli altri bambini e mi lasciava sola nella stanza. A sua discolpa, devo dire che ha provato a convincermi a mangiare con diverse argomentazioni: pensa ai bambini poveri, sei una schifosa egoista, tutte le altre classi hanno già finito e noi stiamo aspettando te, tutto il cibo che non mangi adesso dovrai mangiarlo all'inferno, stai facendo piangere Gesù bambino, brucerai per l'eternità e sentirai un dolore atroce. Un bel modo, insomma, di insegnarmi ad associare il cibo alla sofferenza, al demonio, alla cattiveria. Io resistevo, comunque. Sfidavo tutte le mie paure, venivo pubblicamente umiliata ogni giorno, ma non ingoiavo un maccherone. Appena rimasta sola, buttavo tutto e aspettavo un po' prima di tornare in classe. Alcune compagne di classe mi hanno anche insegnato a spargere la pasta sui tavoli, visto che il mucchietto nel bidone era facilmente individuabile e non ci sarebbe voluta una laurea per capire chi l'aveva buttata. E così ho imparato a non ascoltare il mio corpo, a non sentire la fame, a non mangiare dalla colazione alle 7 alla cena alle 21. Questo mi ha aiutata quando, a casa, ho iniziato a rifiutare i pasti che mi preparava mamma: una volta ha provato la tecnica del "se non vuoi questo piatto di verdura, allora non avrai altro" e ho resistito per due giorni, finchè lei, preoccupatissima, non si è arresa.
I ricordi che ho dei miei pasti sono tremendi. Almeno a scuola c'era un tempo limite, dopo il quale la suora mi lasciava sola e potevo liberarmi del cibo. A casa, invece, impiegavo ore a finire un pasto. Una volta una fettina di carne mi è durata da pranzo a cena, dalle 12 alle 22. Non potevo alzarmi da tavola finchè non finivo ciò che avevo nel piatto. Non so se fossero realmente porzioni esagerate, ma io vedevo ogni piatto come una montagna da scalare. Non sono mai stata grassa, quindi credo che le quantità fossero adeguate al mio bisogno fisico. Tuttavia, non si teneva conto della sofferenza psicologica. Ogni pasto era una tortura, ogni cibo, dalla carne alla cioccolata, era il male. Odiavo mangiare. Odiavo nutrirmi, sentire il sapore delle cose, masticare, sentirmi sazia. Ho ancora davanti agli occhi lo sguardo furioso di mia madre che, esasperata, mi chiudeva il naso per obbligarmi ad aprire la bocca e poterci infilare cibo. Masticavo per ore senza ingoiare, così da non dover passare al boccone successivo. Dovevano picchiarmi per costringermi ad assaggiare cose nuove, ed anche di questi episodi ho il chiaro ricordo di me con le spalle al muro e dei miei genitori a bloccarmi ogni via di fuga finchè non avessi ceduto. Vincevano loro, ovviamente, ma ad ogni pasto, ad ogni boccone, mi ripromettevo che da grande non avrei mai e poi mai mangiato.
Sognavo la libertà dal cibo.
Crescendo ho imparato a controllarmi, a mangiare in tempi decenti se c'erano testimoni e ad inventare pasti inesistenti ogni volta che non ce n'erano; raccontavo di aver mangiato da amici, oppure per strada, sporcavo i piatti di salsa prima che i miei genitori tornassero da lavoro, inventavo nausee e mal di testa, rifilavo la mia porzione a quell'aspiratutto ambulante che era mio fratello.
A 12 anni ho vissuto una splendida esperienza in un centro estivo. Camminavo, facevo sport, ero continuamente in giro. A pranzo mangiavo due fettine di pane, a cena non mi presentavo nemmeno. Potevo farlo, ero libera e mi godevo la sensazione che mi procurava una vita senza pasti: ero felice. Ho perso 7 kg in 6 giorni; quando i miei genitori sono venuti a riprendermi non mi hanno nemmeno riconosciuta.
A 13 anni calcolavo quanto tempo mi ci sarebbe voluto per morire di fame, per poi concludere che non ce l'avrei mai fatta, perchè i miei se ne sarebbero accorti e mi avrebbero obbligata a recuperare giorni e giorni di pasti. Però sognavo comunque di morire, lasciandomi andare allo stato di confusione e spossatezza che causa il digiuno. Perfino il mal di stomaco e i crampi mi piacevano. Non avevo, psicologicamente, la forza necessaria ad affrontare la vita, quindi puntavo a togliermi ogni forza fisica, a rimanere stesa sul letto fino a svenire dalla fame, per non risvegliarmi mai più.
A 18 anni la mia dieta consisteva in sogliola, pollo, mucca, legumi, tantissimi dolci. Non mangiavo nessun altro tipo di pesce, nè frutta, nè verdura. Già durante le elementari avevo imparato che una buona botta di zuccheri mi sosteneva per tantissimo tempo e mi evitava anche il mal di testa, quindi dosavo i dolci in modo da non sentire mai la fame. Piuttosto che mangiare una merendina a pranzo, la dividevo in tante parti e ne mangiavo un boccone ogni ora; in tal modo mi sembrava di avere continuamente un apporto di energie sufficiente a tirare avanti, senza però dover mangiare davvero. Il problema, in fondo, era sempre lo stesso: mangiare. Non mi è mai interessato dimagrire.
Io non volevo mangiare.
Ho tenuto fede alle mie promesse di bambina: appena ho potuto oppormi alla volontà dei miei genitori, non solo non ho assaggiato cibi nuovi, ma ho anche smesso di mangiare i vecchi. Ho limitato la mia dieta a carne, pasta e legumi una volta a settimana. Non c'era niente che mi piacesse. Persino i dolci, che mangiavo tanto spesso, non mi "piacevano" nel vero senso della parola. Li preferivo ad altro, ma non mi procuravano quel piacere che il cibo dovrebbe dare. In realtà, non ho mai provato piacere nel mangiare. Mi sento come una cieca, che immagina i colori ma non può vederli. Io so che esistono persone che si sentono bene quando mangiano, che si sentono appagate, che provano il gusto di assaporare le cose; io stessa provo curiosità quando sento un buon profumo provenire da un ristorante, ma il gusto non mi soddisfa mai. Quando sento il profumo della frittura, ad esempio, provo un fortissimo impulso verso il cibo, mi viene voglia di assaggiarlo, mi sembra addirittura di aver fame; poi, però, passare dal gusto dedotto e immaginato dall'odore a quello reale è sempre una delusione. Ho un palato estremamente sensibile e tutto mi disgusta. Sento il profumo e penso "diamine, come mi piacerebbe mangiare questa cosa!", e quando la assaggio mi rendo conto che mi fa schifo come il resto e che mai, mai potrò provare il piacere di mangiare, di soddisfare una voglia. Per questo non sono mai tentata da niente, anche quando certi profumi mi fanno venire il mal di stomaco dal desiderio.
La mia dieta, assolutamente priva di tutte le sostanze necessarie, non mi ha portata a dimagrire. Al contrario, il mio corpo ha "capito" che il cibo scarseggia e ha  sviluppato la tendenza a trasformare tutto in riserve di grasso. Ecco perchè nessuno mi ha mai considerata anoressica. Ecco perchè nemmeno io ci ho mai pensato, nonostante i segnali. Durante i periodi più difficili della mia vita, arrivavo a pesarmi anche una volta all'ora, come se saltare il pranzo o fare la pipì potessero avere un effetto immediato sul mio peso. Ma poi io stessa frenavo questa follia e mi dicevo che l'importante non era dimagrire, era non mangiare.
Non ero anoressica, io.
Le anoressiche erano quelle ossessionate dal peso, io ero una ragazza normale a cui non piacevano certi cibi. Ok, tutti i cibi. Ma, in fondo, ogni persona ha le sue preferenze, no?
E poi ho dovuto ammettere che qualcosa non andava. Ho perso i capelli (e non riesco a recuperarli), gli ormoni mi si sono completamente sballati, non sono cresciuta, mi bruciava la pelle (letteralmente!), la vista andava e veniva a seconda della giornata, avevo un sistema immunitario praticamente inesistente, non riuscivo a concentrarmi.
Anche se mi ero resa conto che la dieta sbagliata mi stava facendo male, non è stato facile credere alla diagnosi del nutrizionista. Ancor più difficile è stato iniziare un percorso di guarigione, continuamente ostacolata dai miei genitori. Ma di questo parlerò la prossima volta.

lunedì 21 febbraio 2011

Un altro addio, con tanta rabbia.

Ieri sera, a casa mia, si è spenta un'altra piccola vita. Dopo la canarina di cui vi avevo parlato, è stato il turno di quella nella foto natalizia. Mi dispiace, ovviamente, ma non quanto mi è dispiaciuto vedere l'altra soffrire, con il corpo tutto deformato dalla malattia. Per questa ho fatto davvero tutto il possibile, ho consultato 3 veterinari anche se non ce n'era realmente bisogno, l'ho amata e curata, quindi non ho rimpianti.
Partendo quindi dal presupposto che non ci sono state mancanze da parte mia, rimango a chiedermi perchè sia morta improvvisamente. L'ho comprata in un negozio di animali, non al mercato, e aveva l'anellino che la identificava come un esemplare nato nel 2009. Speravo di poter avere delle garanzie, credevo che fosse praticamente impossibile infilare l'anellino agli esemplari adulti; per cui, quando ha iniziato a dare segni di sofferenza alle zampe e l'ho portata dal veterinario, lui ha pensato agli acari. Fatta la cura per gli acari, non abbiamo risolto nulla. Ho provato a portarla da un altro veterinario, ma la conclusione era sempre la stessa: la canarina era vecchia. Tre veterinari, stessa risposta. E quando chiedevo come potevano averle infilato l'anellino del 2009, non sapevano darmi una spiegazione. L'ho portata in giro insieme all'altra, facendola visitare anche quando non ce n'era bisogno, perchè aveva le zampine storte e non riusciva più a saltare, e ormai nessuno mi toglie dalla testa che gliele abbiano rotte per infilarle quel maledetto anello! L'alternativa, piuttosto fantasiosa, è che soffrisse di invecchiamento precoce. L'ultima visita, sempre inutile, l'ha fatta due settimane fa, per un falso allarme. Per scrupolo, il veterinario le ha dato l'antibiotico e le vitamine, quindi sicuramente non aveva un'infezione, nè carenze alimentari. La controllavamo spesso, quindi posso dire con certezza che non aveva affanno, problemi di acari, segni di malattia di alcun tipo.
Semplicemente, si è addormentata. Proprio come una vecchietta, si è accovacciata, ha chiuso gli occhietti ed è morta. Se mi avessero detto che era un animale non più tanto giovane, l'avrei comprata comunque. Invece, evidentemente, le hanno fatto del male per infilarle un anellino falso, per rivenderla a 25 euro.
Venticinque euro. Ecco quanto valeva per quella gente la salute della mia canarina. Ecco per quale cifra le hanno rotto le zampette e le hanno tolto la possibilità di muoversi, se non con grande difficoltà ed una buona dose di dolore per la posizione innaturale che era costretta a tenere.
Lo so, era solo una canarina. Fosse stato un cane, l'idea di rompergli una zampa avrebbe fatto inorridire gli eventuali acquirenti. Però era la mia canarina, e se non mi avessero truffato, l'avrei comprata, coccolata e amata lo stesso. Come si può disprezzare la vita a tal punto? Come si può accettare di torturare gli animali per un guadagno tanto misero? Mi verrebbe voglia di tornare al negozio e dire al proprietario tutto ciò che penso di lui. Vorrei buttargli in faccia 25 euro in monetine da 5 centesimi, con un insulto per ogni monetina. Ma sapete cosa mi ha detto quando sono andata a protestare perchè mi aveva venduto un esemplare malato (e non per riportarglielo, nè per riavere i soldi, ma solo per dirgli che era stato uno schifoso disonesto)? "Noi non vendiamo esemplari malati!" con un'espressione offesa degna del miglior attore hollywoodiano.
Siccome metà delle chiavi di ricerca di questo blog contiene parolacce, mi ero ripromessa di non usarne più, per cui esprimo la mia opinione citando una splendida perifrasi letta su un blog:
recati laddove tu possa qualificarti come partner passivo in un rapporto tra maschi adulti consenzienti.

venerdì 18 febbraio 2011

Sana educazione cattolica

Visto che stasera sono di pessimo umore, sorvolerò su tutti i "bei" ricordi che ho della scuola elementare, quando per la prima volta ho incontrato quella particolare razza di esseri viventi definiti, a scelta, "suore/sorelle/madri". Qualche volta, per sadismo divino, anche maestre.
Stasera ho deciso di sorvolare sulle accurate descrizioni dei forni crematori, sulle processioni per baciare le bare delle suore morte, sulle giornate di digiuno, sulle ore passate a pregare e quelle passate a spazzare, lavare e ripulire, come novelle Cenerentole.
Stasera vi scrivo una filastrocca. Me l'hanno insegnata in prima elementare, ed ero così carina quando la recitavo che i miei genitori hanno registrato la mia voce e, non paghi, me l'hanno anche fatta ripetere per anni.

La gallinella sciocca.

Disse un giorno una gallina:
"la campagna non fa per me!
Son graziosa e son carina
e so fare coccodè.
Io non voglio stare qua
voglio andarmene in città."
Così fece una mattina
quella stupida gallina.
E sapete come andò?
Passò un tram e la schiacciò!


E ora spiegatemi perchè la gallina della filastrocca che hanno insegnato al mio fidanzato -che andava alla scuola pubblica- riusciva a diventare una cantante famosa!

venerdì 21 gennaio 2011

29 Novembre 2010

Vado via perchè... #1
Oggi Monaco è completamente ricoperta di neve. Chissenefrega, direte voi. Il problema è che io, dopo la mia vacanza, ci ho lasciato il cuore, a Monaco. Quando sono stata lì mi è capitato spesso di svegliarmi piangendo all'idea di dover tornare a Napoli. Ed ora che sono tornata a "casa", mi sveglio spesso piangendo all'idea di non essere più a Monaco.
E a me la Germania nemmeno piace!
Come promesso, a Francesca ma soprattutto a me stessa, ecco la lista dei motivi per cui voglio andarmene da Napoli, che ricorda vagamente i "vado/resto" di Saviano e Fazio, con la differenza che io non resterei qui per niente al mondo. D'altra parte, l'ho già scritto una volta: lui è Saviano, io non sono nessuno, lui ha il coraggio di lottare e rimanere, io me ne scappo vigliaccamente in un posto dove non sarò costretta a lottare.
La mia lista si può dividere in due diversi elenchi: i motivi per cui la sopravvivenza stessa, mia e dei miei cari, è a rischio a Napoli e i "capricci", le piccole incompatibilità culturali per cui io non vivo bene qui.
Nell'elenco di cose che non mi permettono di vivere bene qui ci vanno sicuramente l'inquinamento, i rifiuti, la totale disorganizzazione, l'assoluta mancanza di regole.
Prima di tutto, ovviamente, a Napoli sento la mancanza dell'acqua. Acqua calda in inverno, acqua corrente in estate, acqua potabile per cucinare... prima o poi mi ridurrò come Paperone, sul tetto a riempire secchi d'acqua piovana. Anzi, nemmeno quella, visto che Napoli è la città europea col maggior inquinamento da biossido d'azoto, l'agente inquinante responsabile delle piogge acide.
Arrivando dunque all'inquinamento, oltre a quello ufficialmente registrato e denunciato, esiste un inquinamento da rifiuti tossici di cui sono in pochi a parlare. Dal momento che lo smaltimento dei rifiuti è completamente in mano alla camorra, le discariche non sono certo a norma e può capitare facilmente che i palazzi siano costruiti con amianto "riciclato" o che il terreno sia contaminato da metalli pesanti. Non a caso io ho avuto il primo tumore a 13 anni, mentre una mia cara amica ne stava morendo a 18.
Veniamo quindi alla famigerata "emergenza rifiuti". Mi ero ripromessa di non parlarne, ma visto che mi trovo costretta a metterla nell'elenco, ne approfitto per fare una piccola digressione.
A tutti quelli che pensano che Napoli si trovi sepolta dai rifiuti per colpa della sinistra, perchè i napoletani sono sporchi, perchè non sanno gestirsi, perchè sono così stupidi che non sanno portare la spazzatura fino ai bidoni, perchè non capiscono che aprendo una nuova discarica risolverebbero il problema: andate a fanculo. Innanzitutto perchè non avete capito un cazzo, ma anche perchè sparate sentenze senza documentarvi e vi permettete di giudicarci in base a stupidissimi luoghi comuni. Vi auguro di trovarvi nella stessa situazione, di vedere i vostri bambini che muoiono di cancro e leucemia senza nemmeno sapere il perchè, di dovervi chiedere ogni volta che mangiate "quella che ho davanti è sanissima verdura o è veleno?", di dover subire i giudizi di gente stupida come voi, di dover guardare, impotenti, come la criminalità organizzata distrugge le vostre vite e di essere costretti, nonostante tutto, a tirare avanti. Non vi concedo nemmeno il suicidio. Stronzi come voi devono soffrire fino all'ultimo respiro.
Tornando a noi, la spazzatura è uno dei motivi per cui vivere a Napoli è diventato impossibile. Infine, tra i motivi seri per cui vorrei scappare da qui, c'è la completa mancanza di organizzazione. Proprio qualche giorno fa ho avuto una piccola incomprensione linguistica con una mia amica di Asti. Ho usato l'espressione "a mazzo", che evidentemente è dialettale, per dirle che non riesco ad usare il nuovo msn. Bene, credo che in quell'espressione sia espresso perfettamente lo stile di vita partenopeo. Qui, ma penso anche altrove in Italia, "mazzo" vuol dire "culo", che a sua volta è utilizzato come termine per "fortuna" - sarà capitato a tutti dire "che culo!" invece di "che fortuna!". La mia vita va avanti a fortuna; anche Pino Daniele, in una famosissima canzone, diceva "e ognuno aspetta 'a ciorta" (che è un altro termine per destino). Ogni mattina, quando mi sveglio, devo avere la fortuna di trovare l'acqua per lavarmi, devo avere la fortuna di trovare il bus che mi porta all'università, devo avere la fortuna di trovare il prof in aula, devo avere la fortuna di tornare a casa in meno di 3 ore... qui non esiste il diritto, esiste la ciorta. E, a proposito di bus, a Napoli non esistono orari per i bus. Anzi, non esistono proprio i trasporti pubblici. La nuova metropolitana passa una volta ogni 10 minuti, che per gli standard partenopei è un miracolo, ma rispetto ai secondi di attesa di Monaco, Stoccarda o Londra, fa schifo. Comunque non è di questo che mi lamento. Io vivo a 12 km dall'università e devo svegliarmi alle 6.30 per arrivare in aula alle 9. Considerando che, quando faccio proprio tardissimo, esco di casa alle 7.30, impiego più di un'ora e mezza per fare 12 km, con una velocità media di 8 km/h. OTTO! Ma solo perchè mi accompagnano in auto fino alla metropolitana, altrimenti dovrei uscire alle 6.30. Sotto casa mia i pullman passano in media una volta ogni 45 min; in media, perchè mi è capitato di aspettare anche due ore.
Devo avere fortuna per fare una visita medica, perchè l'ultima volta che ci ho provato il dottore è stato chiamato a soccorrere... sua moglie! La poverina, alla quale improvvisamente quanto inspiegabilmente si è spenta la macchina, ha chiesto aiuto al marito, il quale ha ritenuto giusto abbandonare i suoi pazienti in attesa (che avevano già pagato il ticket e si erano fatti mesi di fila per ottenere quella visita) con la scusa delle "urgenti visite a domicilio".
Devo aver fortuna quando mi reco ad un ufficio pubblico, perchè gli orari sono a discrezione dell'impiegato e può capitare che lui non abbia poi tanta voglia di lavorare e ti lasci morire in attesa.
Devo aver fortuna dopo la morte, perchè se non ho parenti che mi portano i fiori, il mio corpo viene buttato in una discarica da gente che poi si rivende il loculo. Sì, a Napoli devi essere fortunato anche da morto.
Per farla breve, io non ho diritti. Non ho diritto al lavoro, alla casa, alla salute. Qui si vive di favori e fortuna e non si hanno certezze. Ed è per questo che voglio andarmene: voglio vivere in un paese dove avere dei diritti e dei doveri, dove le cose funzionano veramente e non bisogna affrontare questo caos anche per le attività più semplici. Voglio un posto in cui far crescere i miei figli senza la paura di vederli morire da un momento all'altro, voglio avere la certezza che, se vengono calpestati i miei diritti, il problema diventa della comunità, e non rimane mio in quanto singolo.
Ecco, questo era il primo dei due elenchi. Al secondo ci penso domani.

domenica 16 gennaio 2011

Nuovi mezzi di comunicazione

Anche se dovrei copiare gli ultimi post del vecchio blog, proprio non riesco a fare a meno di condividere con voi le avventure che questo nuovo anno mi sta regalando.
Oggi vi voglio parlare dei nuovi (e/o vecchi) sistemi di comunicazione in uso nel mio condominio. In particolare, spiegherò in dettaglio: lo scalofono, lo scopotelegrafo, il campanellomorse e l'urlo disumano. Quest'ultimo è usato dalla notte dei tempi e ci sono testimonianze del suo uso sin dall'antichità, ma evidentemente è talmente utile e funzionale che non verrà mai soppiantato da banalità come il telefono cellulare.
Ma procediamo con ordine.
Il mio palazzo consta di sei piani, con tre abitazioni a piano, per un totale di 18 famiglie (più un barbone che vive sul tetto). Un giorno, la sfortunata signora del terzo piano ha scoperto che il suo gabinetto le riportava su ciò che invece sarebbe dovuto scendere giù ed è stata costretta a chiamare l'idraulico. Non so quanto sia vero, visto che di certa gente non mi fido minimamente, ma il suddetto idraulico ha decretato la morte della nostra colonna fecale, il che vuol dire lavori in tutte le case e migliaia di euro di spese. I lavori sono partiti dal terzo piano e sono arrivati fino al quinto (evitando, per miracolo divino, proprio la mia casetta) ed è stato proprio in questo periodo di profonda sofferenza per le famiglie coinvolte che si è fatto il più largo uso dello scalofono di cui io abbia memoria. Nemmeno per la sparatoria hanno fatto tanto casino. Evidentemente molto provate per la dipartita della signora Colonna, le tre famiglie hanno usato la tromba delle scale come amplificatore per le loro urla.
Non sto scherzando.
Ognuna sul suo pianerottolo, oppure direttamente in casa, le signore dei tre piani interessati hanno comunicato per tutto il giorno a suon di urla. Come si distingue lo scalofono dall'urlo disumano? Semplice: nel primo caso, la signora urlante si posiziona in un punto preciso del pianerottolo, oppure sporge la testa dalla porta con una ben calcolata inclinazione, in modo tale che il palazzo tutto possa fungere da cassa di risonanza e che nessuno nel quartiere possa fingere di non aver sentito. Eccetto la sottoscritta, ovviamente!
Io avevo già capito che, quel giorno, stava succedendo qualcosa di grosso. Siccome l'ultima volta che ho sentito urlare tante persone contemporaneamente c'era una sparatoria in corso, io ho chiuso la porta blindata a più mandate e, per sicurezza, ho tirato pure il chiavistello e mi sono rintanata con lo stereo a palla nella stanza più esterna della casa.
Solo quando ho avuto bisogno del bagno e ho tirato lo scarico, qualcuno si è degnato di avvertirmi che c'erano dei lavori in corso. E qui, signori miei, si è palesata la maestria dell'idraulico nell'uso del campanellomorse. Tempo dieci secondi scarsi dallo sciacquone (io stavo ancora seduta a leggere il topolino, insomma), qualcuno inizia a scampanellare furiosamente alla mia porta. Ma io, provetta giovane marmotta, ho capito subito che non si trattava di uno scampanellio qualsiasi. Era codice morse. In particolare, mi diceva: esimia signora, sono l'idraulico che lei ha tanto gentilmente innaffiato con i suoi bisogni fisiologici dieci secondi or sono. La prego di essere tanto cortese dal volersi asterere dall'uso dell'acqua per la giornata di oggi. La ringrazio e colgo l'occasione per porgerle i miei più distinti saluti.
Io avevo vagamente intuito che la questione fosse di una certa gravità, così, nonostante avessi già capito tutto il messaggio, ho pensato che sarebbe stato gentile da parte mia aprirgli la porta. La genialità dell'idraulico, il quale stava facendo il suo meritato quarto d'ora di pausa appoggiato al mio campanello, mi ha convinta che forse non era il caso di far entrare un simile elemento nella mia umile dimora, dal momento che, nonostante stesse ancora scampanellando, era assolutamente al di fuori della visuale del mio spioncino. Ammetterete anche voi che ci vuole un livello di agilità non comune per riuscire a rimanere con la mano appoggiata al campanello, ma mettendosi di spalle, appoggiato al muro sul bordo esterno della porta.
E siccome nel mio palazzo continuavano ad urlare, nonostante il messaggio in codice fosse piuttosto chiaro, proprio non ho potuto fare a meno di pensare al peggio e sono nuovamente corsa nella stanza più esterna della casa. Evitando, ovviamente, di usare il bagno.
Quando, verso le due del pomeriggio, ho deciso che era arrivato il momento di cucinare e ho sciacquato le verdurine, usando il rubinetto della cucina, ecco arrivare l'urlo disumano.
No, non era l'idraulico.
Era la signora del piano di sotto. Solo che io non sono riuscita a distinguere il mio nome, tra tutte quelle urla (lo scalofono era ancora in piena attività). C'è anche da dire che avevo sia la veranda che il balcone completamente chiusi e che la voce della signora, la quale mi stava simpaticamente chiamando proprio dal balcone, non mi giungeva molto chiara. Sentivo che qualcuno ripeteva sempre la stessa parola, ma pensavo che fosse un "apri-spingi-tira-chiudi" urlato dall'idraulico all'assistente. Dobbiamo ammettere che l'urlo disumano sta perdendo punti. Infatti, la signora (sempre lei!) è costretta ogni giorno ad urlare per almeno mezz'ora il nome della figlia, prima che questa riesca a sentirla e le risponda dal palazzo accanto. Non so, forse è lei che si sta facendo vecchia e non ha più la voce di un tempo. Comunque, scoraggiata, la povera donna ha dovuto fare l'enorme sforzo di salire ben due rampe di scale per usare nuovamente il campanellomorse per ordinarmi di non usare l'acqua.
Dopo una cascata di idee geniali su come riuscire a preparare un piatto di pasta senza usare l'acqua, il resto della giornata è passato senza altre comunicazioni. Finchè la signora, la quale evidentemente aveva capito che non siamo attrezzati per la ricezione dell'urlo disumano, ha spedito la figlia (troppa fatica venire ad avvisarci di persona) per dirci che potevamo nuovamente utilizzare l'acqua. Tempismo perfetto, aggiungerei. Se avesse aspettato dieci minuti in più, mamma avrebbe ordinato le pizze, invece di preparare cavolo bollito. Grrrrazie, figlia della signora.
Così, da brava famiglia svedese, abbiamo preso il numerino e abbiamo fatto la fila per il bagno. Al quarto sciacquone (il mio, per intenderci. Che ciorta!) la signora ci ha comunicato tramite scopotelegrafo che no, non potete usare lo sciacquone. Mettiti d'accordo con te stessa, cara!
La giornata si è conclusa così, con la cara donna che ci comunicava a suon di colpi di scopa sul soffitto (o sotto al pavimento, a seconda dei punti di vista) se e quando potevamo scaricare. Geniale, no?


Caro Babbo Natale,
          lo so che sei appena tornato a casa e ti stai godendo il meritato riposo insieme agli elfi e alla Befana, prima di ricominciare a produrre giocattoli per i bimbi di tutto il mondo, ma qui c'è disperato bisogno di te. Potresti, per la salute mentale di tutte le persone civili abitanti in questo palazzo (cioè me), regalare un bel cellulare a tutte queste care signore che ne hanno tanto bisogno? Prometto che pago io. In alternativa, accetto anche di essere portata al circolo polare artico e di essere messa sotto ghiaccio fino all'estinzione della razza umana. Sono certa che non mi deluderai.
Masochisticamente tua
Eve

giovedì 13 gennaio 2011

In Svezia si vive di merda

L'anno appena iniziato, è iniziato di merda.
Il titolo del post, invece, l'ho preso dalle "parole chiave per la ricerca" nelle statistiche di questo blog. Vorrei capire a quale mente malata può venire in mente di ricercare una frase del genere. Perchè gli sia uscito il mio blog tra i risultati è facile comprenderlo: "di merda" è un'espressione che uso un po' per tutto ciò che riguarda Napoli. Rimane il fatto che "in Svezia si vive di merda" è un'affermazione e non una domanda. Se ho affermazioni del genere da fare, le scrivo su un blog, non chiedo conferma a google! E, soprattutto, utente decerebrato che fai certe ricerche, se sai (dal momento che affermi) che in Svezia si vive male, che cazzo cerchi?
Ma vabbè, passiamo avanti.
Vorrei potervi scrivere che l'anno nuovo ha portato una nuova luce sulle mie considerazioni, ma mi trovo costretta a riferire solo cose negative. Innanzitutto, come buon augurio, dal momento che ciò che si fa a capodanno si fa tutto l'anno, io ho passato il 1 gennaio a guardare i pasti altrui. Per educazione, visto che ero ospite, sono rimasta a tavola fino alla fine del lunghissimo pranzo, preda di mal di pancia e dolori di stomaco che MAI avevo provato prima di quel giorno - e dire che io ho una lunga e fruttuosa esperienza in fatto di mal di pancia. Così ho passato metà giornata inchiodata ad una sedia come se mi avessero piantato il manico di una scopa su per il sedere, a fare colossali figure di niente davanti ai miei suoceri, e l'altra metà a desiderare tutti i dolci che mia madre aveva comprato per l'occasione.
Bell'inizio, davvero.
Il secondo giorno l'ho passato a piangere perchè la mia canarina, già da tempo malata, è improvvisamente peggiorata. Ovviamente avevo ancora mal di stomaco.
Il terzo giorno l'ho passato a piangere perchè la mia canarina, già da tempo malata, è improvvisamente morta. Colgo l'occasione per ringraziare il dottor Noviello per la pazienza, la disponibilità e la cortesia che ha sempre dimostrato con lei e con noi e il dottor D'Ovidio per aver tentato l'impossibile per salvarla. Loro magari non leggeranno mai, ma qualche povera canarina malata potrebbe aver bisogno del nome di un buon veterinario.
Sempre quel giorno, per consolarmi un po', il mio fidanzato mi ha portata a fare shopping ed ho scoperto che l'epilatore che avevo comprato tre giorni prima in un altro negozio, all'auchan vicino casa del mio amore costava 20 euro in meno.
Il quarto giorno ho scoperto di aver perso lo scontrino dell'epilatore, e di conseguenza il diritto di recesso e i 20 euro.
Il quinto giorno è morta la direttrice dell'ufficio dove lavora mamma. Non la vedevo da più di 8 anni, ma mi è dispiaciuto comunque, perchè ha sofferto tantissimo.
Vorrei evidenziare il fatto che sia la direttrice che la canarina sono morte di cancro. E, in quanto a tumori, sia io che mia madre abbiamo abbondantemente dato. Quindi brucerò nell'acido chiunque proverà a dirmi che l'emergenza rifiuti è colpa nostra e che noi napoletani ce la siamo cercata e ci va bene così.
Dal sesto giorno in poi ho strafogato la cioccolata dell'enorme calza che mi ha regalato il mio amore. Due chili e seicento grammi di schifezze ingrassanti (non tutti, eh!).
Sabato ho deciso di darmi allo shopping sfrenato e ho speso ben 60 euro in: quattro magliette, due vestiti, un paio di pantofole. Per poi scoprire che una maglietta e un vestito erano rotti.
Capisco che sia colpa mia, visto che non ho controllato prima di uscire dal negozio, però è evidente che la stoffa non è strappata, ma il tessuto non è stato proprio cucito. Stasera sono tornata al negozio e ho mostrato il problema alla commessa. La quale, con la gentilezza tipica delle commesse napoletane, mi ha detto che li avevo rotti io e che non poteva cambiarmeli. Se fossi stata un tantinello più napoletana e meno svedese, le avrei risposto per le rime. Invece sono tornata a casa senza dire una parola, ho acceso il pc, ho stampato la legge che afferma che lei è obbligata a cambiare la merce difettata e sono tornata da lei.
Speravo che mettere in evidenza il fatto che stesse infrangendo la legge la riducesse a più miti consigli, invece...
Lei ha preso i fogli e li ha lanciati per aria, dicendomi cose tipo "chi se ne frega, sei ridicola, io la maglietta non te la cambio". Così l'ho informata del fatto che, in caso di ulteriore rifiuto, sarei stata costretta a chiamare la polizia. E mentre lei continuava ad inveire contro di me, l'ho fatto.
Non ci posso credere!
L'ho fatto veramente!
Mi sono ribellata ad una commessa arrogante, aggressiva, ignorante e presuntuosa ed ho chiamato le forze dell'ordine a proteggermi!
Cioè... 'nzomma...
Ho chiamato il 113 e NON MI HANNO RISPOSTO! (Della serie: iniziamo bene...)
Allora ho chiamato il 112 e un gentilissimo carabiniere mi ha detto che non è compito loro, ma della polizia, intervenire in certi casi, e che comunque avrebbe chiamato la polizia per me e li avrebbe informati dell'accaduto. Mi ha anche suggerito di ritelefonare al 113 per sollecitarli. Devo dire, invece, che sono arrivati dopo pochissimo tempo e che sono stati gentilissimi. Mi hanno spiegato che, per procedere contro il negozio, avrei dovuto querelarli e hanno dovuto ammettere che ("fatta la legge, trovato l'inganno") per me non c'era altra scelta.
L'atteggiamento della commessa, comunque, è cambiato tantissimo. Appena ha visto le divise mi ha proposto di contattare la responsabile e di risolvere la cosa tra di noi. Io speravo che la polizia potesse fare qualcosa in più, tipo dirle che rischiava una multa o roba del genere, visto che stava palesemente contravvenendo alla legge. Invece, nisba. Mi hanno dato ragione, mi hanno consigliato di contattare un'associazione di consumatori e mi hanno detto che loro avrebbero potuto fare qualcosa solo in caso di rissa. Ricorderò di farmi picchiare, la prossima volta.
Sembra strano a dirsi, visto tutto ciò che si racconta di loro, ma devo ringraziare i poliziotti che sono stati gentilissimi, disponibili, e anche velocissimi, nonostante le previsioni del carabiniere. Anzi, ammetto che tutte le esperienze avute con la polizia ed i carabinieri fino ad oggi sono state positive. A parte una cosa degna di una barzelletta successa tempo fa al mio ragazzo, ma di quella ve ne parlerò in un altro post.
Io, comunque, ho ancora una maglietta ed un vestito rotti nell'armadio ed un'intossicazione da bile causata dalla commessa. Anche se sembra una frase fatta, non sono scesa al suo livello: mentre io le facevo semplicemente notare che la legge è legge, anche se lei non è la titolare del negozio, lei continuava a provocarmi e ad arrampicarsi sugli specchi. E forse è stata proprio questa la soddisfazione più grande di tutte: vedere quella piccola arrogante cambiare tono, chiedere scusa e proporre una soluzione come la personcina civile che non è. Il tutto senza che io le rispondessi nemmeno. Comunque vi aggiornerò sugli sviluppi tra due giorni, quando è prevista la chiacchierata con la famosa responsabile.
Il negozio in questione, tanto per la cronaca, è Cache Chace, al primo piano dell'Auchan di via Argine.
Nel caso vi capitasse di acquistarci qualcosa, fate estremamente attenzione, perchè mi hanno venduto tre capi difettati su cinque! La prima volta si trattava di un piccolo difetto che poteva anche capitare, e la commessa non ha creato problemi per cambiare il vestito. Stavolta, evidentemente, hanno deciso di liberarsi di un po' di merce scadente approfittando dei saldi. E, dalla reazione della commessa, la quale ci ha tenuto particolarmente a sottolineare che è lei stessa a mettere i vestiti sui ripiani e che MAI le sarebbe passato per la mente di vendere roba rotta, ho capito che non si è trattato di un errore, bensì di una cosa più che voluta. Un po' come quando mi hanno venduto la canarina assicurandomi che era solo un po' giù di tono perchè faceva freddo, perchè loro MAI avrebbero venduto animali malati!
A volte mi chiedo se sarei capace di capire certe sottigliezze di significato in frasi del tutto innocenti, se fossi nata in un posto diverso da Napoli. Sono così abituata a leggere tra le righe e ad interpretare gli atteggiamenti di chi mi circonda che ho la "nausea da doppi sensi". Mi piacerebbe, di tanto in tanto, trovare qualcuno sincero, capace di dirmi quello che realmente pensa; come faccio io che, al massimo, mi astengo dal commentare. Non sono andata mica a dire alla commessa "sai, non litigherei MAI con te, mi stai troppo simpatica". Eppure lei avrebbe capito, vi assicuro che avrebbe capito.
Infine, giusto per coronare il quadro della disperazione, mi sono tornate le crisi di panico.
Bell'inizio, davvero.


EDIT: qualcosa di buono c'è, ed è il mio fidanzato, il cavaliere senza macchia e senza paura che ha lasciato che portassi avanti la mia causa senza interferire, ma al quale sono saltati completamente i nervi quando mi ha sentita definire "ridicola" e che, a quel punto, ha sbranato la commessa.
Ti amo, angelo mio!

mercoledì 29 dicembre 2010

23 Novembre 2010

Parità 2
La parità secondo mio padre, fratello di SuperZia:
ore 00.30, si sentono rumori di piatti dalla cucina. Mio padre si gira verso di me e mi fa "ma tuo fratello sta lavando i piatti?". Se dio m'avesse dotata di vista a raggi x, forse potrei saperlo. Dai rumori deduco di sì. Continua con "ma non va bene". Io, pensando malignamente che volesse dirmi che non va bene per un uomo lavare i piatti, gli chiedo spiegazioni. E lui "stamattina si è svegliato presto, è andato all'università, poi a fare tirocinio, poi in palestra e al ritorno si è pure preparato la cena. E domani deve svegliarsi presto". Ok, sono io che penso subito al peggio. In realtà esprimeva solo una paterna preoccupazione per lo stato psicofisico di mio fratello dopo una giornata di merda del genere. Più che giusto.
Ma.
Ma lui mi guarda.
Io lo guardo.
Lui continua a guardarmi.
Io ricomincio a giocare al pc.
Lui insiste.
Capendo che non me ne può fregar di meno, conclude "magari si sente obbligato dal fatto che tua madre non sta bene".
E continua a guardarmi.
Ora, io SO cosa voleva dirmi. Voleva dirmi "alzati e vai a lavare i piatti, donna!". Anzi, donna nullafacente.
Ma porco cazzo, UNA volta, UNA, che mio fratello fa il grande sforzo di infilare i piatti in lavastoviglie, posso permettermi il lusso di rimanere al pc? No, perchè sono donna. O meglio, perchè se mamma sta male e Frato è stanco, non è da considerarsi l'idea che lui alzi il suo culo dalla sedia e faccia qualcosa. Pretenderà che lo faccia io, per esclusione. A mio padre piace comandare. E poi farti una merda perchè non hai eseguito gli ordini secondo i suoi schemi mentali, del tutto arbitrari ed imprevedibili. Perchè, tra l'altro, una delle sue malattie mentali lo porta a considerare i piatti lavati in lavastoviglie ancora sporchi, a meno che non siano sistemati in posizioni strategiche a 20 cm l'uno dall'altro. Praticamente, le rarissime volte (un paio in tutta la sua vita) che ci ha fatto l'onore di mettere i piatti in lavastoviglie ci sono entrati 3 tazzine da caffè, 4 piatti e due pentole. Ma stretti, eh!
E pensare che stasera non volevo scrivere per non pensare a cose che mi avrebbero fatta incazzare...

lunedì 27 dicembre 2010

18 Novembre 2010

Chi ha il pane non ha i denti...
...e chi ha i denti non ha il pane.
Può succedere che l'unico giorno, dopo mesi, in cui l'acqua non è mancata nemmeno per un minuto ed era perfino di un colore accettabile la si usi tutta per sturare (anzi, per tentare di sturare) il gabinetto. Ovviamente, tutti sforzi inutili.
Però ho imparato una cosa fondamentale. Anzi, due.
La prima è che la raccolta differenziata è una rottura di coglioni di quelle colossali.
La seconda è che l'università, a volte, può rivelarsi utile. Se mai vi capitasse di chiedervi a che cazzo vi serve studiare la struttura atomica dell'esoscheletro dei gamberi se volete diventare genetisti, sappiate che certe informazioni prima o poi possono tornare davvero utili. Ad esempio, nel caso in cui vostro padre decida di buttare il suddetto esoscheletro nel gabinetto invece che nell'organico (per non farlo decomporre sotto il vostro naso, visto che puzza già di suo e conservarselo due giorni non è proprio il caso) e quello ve lo intasi completamente. Certo, nel caso aveste studiato bene, sareste consapevoli fin da subito che non c'è più niente da fare. La chitina è una delle strutture più resistenti esistenti in natura. E mo' sono cazzi.