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lunedì 17 dicembre 2012

Cambia, tutto cambia.

Quando ho scritto l'ultimo post su questo blog, non potevo immaginare come si sarebbero evoluti gli eventi nell'arco di poche settimane. Tra poco ripartirò per la Svezia, e stavolta per rimanerci.
Mi sento come se qualcuno mi avesse infilata in un frullatore. Sarà perché è successo tutto troppo in fretta, sarà perché avevo perso le speranze, sarà perché mi sono resa conto che realizzare il più grande sogno della mia vita mi terrorizza e mi affascina in egual misura. Sono curiosa, ansiosa e felice di scoprire di più, di avere una vita tutta mia, di poter prendere le mie decisioni e non dover rendere conto a nessuno, ma, allo stesso tempo, sono spaventata all'idea di lasciare tutto ciò che finora ho definito casa, anche se, in fin dei conti, questa "casa" è una città che detesto, in un paese che mi ha fatto venire lo schifo della vita.
Voglio scoprire se in Svezia sarò di nuovo capace di sognare, di immaginare un futuro per me e per le persone che amo. Per il momento l'Italia mi ha tolto davvero tutto. Ha tolto dignità e speranza ad un'intera generazione, e vorrei poterla cancellare dalla mia vita, bruciare i miei documenti, e rinascere in un altro paese, con un altro nome ed una nuova identità, pronta a riscrivere la mia vita. Purtroppo non si può.
Non potrò mai cancellare i 27 anni di vita italiana, la dura e terrificante istruzione cattolica, la convivenza con la camorra, la sofferenza delle malattie causate dall'inquinamento e dalla "crisi dei rifiuti" (molte di queste malattie mi seguiranno in Svezia, tra l'altro). Questa è stata casa mia, che mi piaccia o no. Per il momento è l'unica casa che ho avuto la possibilità di conoscere, e mi ci sono adattata in qualche modo.
Ora mi sembra di saltare nel vuoto. Dovrò scoprire tutto della città in cui andrò a vivere, crearmi una nuova rete di amicizie, stabilire delle nuove routine, scegliere i miei nuovi piatti preferiti (e abbandonare la mozzarella e la pizza), trovarmi un "posto delle fragole" o almeno un bar accogliente in cui rifugiarmi durante le fredde giornate invernali. E pensare che non ho metà di queste cose nemmeno in Italia, ma non ne sento la mancanza perché qui ci sono le persone che amo. Abbandonarli ora, a due mesi dalle prossime (temo catastrofiche) elezioni, mi sembra ancor più crudele e meschino, come se stessi abbandonando la nave che affonda utilizzando l'unica scialuppa disponibile. E mi sembra quasi di tradirli, se penso che lì altre persone riempiranno la mia vita. Avrò altri vicini, altri amici, altri postini (si spera non idioti come quelli italiani!), altri negozianti da salutare la mattina, altri compagni di viaggio nei bus, altri compagni di scuola di lingue. Mi sembra così strano pensare che tutte queste persone già vivono da qualche parte nel mondo; magari, come me, sono spaventate dalla partenza, oppure stanno penando per avere il loro personnummer, o vivono in paesi così distrutti che a confronto l'Italia è il paradiso. Ci ritroveremo tutti nella stessa aula, per imparare la stessa lingua, e sono sicura che sarà meraviglioso scoprire tante culture e tante storie diverse. Sarebbe tutto entusiasmante ed emozionante, se non lasciassi qui la mia famiglia e il mio fidanzato.
E poi c'è da fare la valigia. Come fare a riassumere 27 anni di vita in 23 kg di roba? I miei vestiti non sono adatti all'inverno svedese, dovrò comprarne di nuovi e lasciare qui quelli vecchi. I miei libri sono davvero troppi per poter essere infilati in valigia, e dovrò solo sperare che la mia famiglia non li tratti troppo male in mia assenza. I biglietti di auguri che ho conservato nel corso degli anni diventano improvvisamente inutili. La tazza per il latte che uso ogni mattina, e che è stata il mio primo tentativo di indipendenza, sarà sostituita da un'altra, già in Svezia ad aspettarmi. I regali del mio fidanzato, che mi circondano e mi fanno sentire in ogni momento la sua presenza accanto, dovranno rimanere qui, e già so che mi sentirò tremendamente sola senza questi piccoli segni d'amore intorno.
Credo che molte delle persone che leggono questo blog siano già passate per questa fase. So bene che, una volta salita sull'aereo (e dopo un disperato pianto liberatorio) tutte queste paure lasceranno spazio alla voglia di scoprire e all'entusiasmo di un nuovo inizio. Per il momento, però, prevale la tristezza. Spero davvero che il mio fidanzato mi raggiunga presto, come ha promesso di fare, ma credo anche che per lui sarà più difficile e  sto tentando di rassegnarmi all'idea di rimanere senza di lui per parecchi mesi.
Insomma, come vi dicevo, e come si capisce benissimo dai miei discorsi sconclusionati, mi sento davvero in un frullatore. Troppe emozioni in pochissimo tempo, e una partenza troppo vicina. Ho la sensazione di essere stata spinta in un burrone, e la caduta mi fa paura anche se so che ad aspettarmi c'è un morbido materasso.
Dopo due anni, il titolo di questo blog non ha più ragione d'essere. Non so se scriverò ancora, se avrò il tempo di farlo, se avrò voglia di dire qualcosa o sarò così perfettamente felice (o così disperatamente depressa) da non sentire il bisogno di parlare. Mi rendo conto che certe emozioni sono davvero difficili da descrivere, e ancor di più da capire, se non si sono provate in prima persona. Per il momento si chiude un capitolo importante, e quel "se solo fosse la Svezia" diventerà presto un "adesso sì che è la Svezia".
E chissà cosa ci sarà ad attendermi, in Svezia.


martedì 13 marzo 2012

Un po' di tempo per me.

Oggi, finalmente, ho un po' di tempo in più da dedicare a questo blog. Iniziamo con gli aggiornamenti:

  • sono stata bocciata all'esame (e ti pareva). La prof mi ha fatto una domanda su una specifica reazione chimica, ma quando ho sbagliato a scrivere una molecola (ho confuso la posizione di un ossigeno), mi ha bocciata dicendomi che non si può fare un esame di biochimica senza saper scrivere quella specifica molecola, e che, di conseguenza, non importava affatto che sapessi cos'è e in quali vie metaboliche è coinvolta. Durata dell'orale: 3 minuti netti. 
  • tre giorni fa è stato il mio compleanno. Festeggiamenti per due giorni, visto che era anche il compleanno del mio cognatino, tre torte diverse e una marea di regali costosi, per non parlare della montagna di fiori che ho ricevuto dal mio fidanzato. Tra l'altro, in questi tre giorni non ho fatto altro che pensare a due cose: 1) questo dovrebbe essere il mio ultimo compleanno in Italia e 2) nulla dice "ti amo" più di una gigantesca torta con meringhe e cioccolato, la cui preparazione ha richiesto una notte di lavoro. Mi sono sentita coccolata, amata e viziata.
  • la mia migliore amica è in Svezia ormai da un mese e un giorno. La sento spesso, più di quanto non la sentissi quando viveva a pochi km da me, ma ho l'impressione che non mi abbia detto niente di questo mese. Non so cosa mi aspettassi, probabilmente commenti entusiasti sull'acqua corrente (e magari pure calda) e l'esistenza dei bus, che nel mio quartiere sono miraggi. 
  • rimanendo in tema di acqua corrente, due anni fa, a febbraio, il mio palazzo e tutta la strada su cui poggia sembravano voler crollare, a causa di una perdita d'acqua che aveva corroso tutto il sottosuolo. Tanto spavento, ma poi siamo tornati a viverci rassicurati dal comune e da una colata di cemento. Ancora oggi mi chiedo come sia possibile riempire 500 mt di strada con una sola colata, ma queste sono domande esistenziali alle quali non avrò mai risposta. Sta di fatto che, pochi mesi dopo, si è ripresentato il problema, spostato di quei 10 mt necessari a coinvolgere un palazzo diverso dal nostro. E poi, un altro paio di mesi dopo, quello successivo. E poi... sono finiti i palazzi! Il bello di vivere nel terzultimo palazzo di Napoli. Sembrava tutto risolto, quando ieri è crollata una strada al centro del quartiere. Non trovate rassicurante l'idea che, dopo due anni, l'arin non abbia fatto assolutamente manutenzione, pur sapendo che nella zona c'è questo problema? A me basta che regga altri 11 mesi, poi fanculo a 'sto quartiere di...
Ed ora la risposta a due commenti:

  • a Zion, che mi diceva di laurearmi ed emigrare il giorno dopo, vorrei dire che io spero di emigrare molto prima della laurea. Questo perché non è giusto che il mio fidanzato, già laureato, debba perdere tempo prezioso qui in Italia solo per aspettarmi. Certo, potrei rimanere in Italia mentre lui inizia la sua nuova vita in Svezia, ma spero di poter continuare gli studi direttamente lì. So di gente che l'ha fatto, ma per il momento non sono riuscita a trovare nessuna facoltà di biotecnologie in Svezia, almeno non per il bachelor degree.
  • a Silvia, che mi spiegava il disturbo di identità di genere, vorrei dire che la cosa di cui mi sorprendevo non era questo cambiamento di sesso, ma gli elementi su cui si sono basati (almeno secondo l'articolo) per diagnosticare questo disturbo. Citando l'articolo:
    Le evidenze di questo disturbo sono comparse all'età di 3 anni: dai racconti della madre, si sa che Zach ha cominciato a fissarsi con giocattoli da bambina, poi a chiedere vestiti da femmina e a rifiutare qualsiasi cosa fosse tipicamente maschile.Io ho un fratello più piccolo; da bambini giocavamo insieme con le bambole ed entrambi usavamo pantaloni comodi e t-shirt. Non è certo questo che ha influenzato il nostro sviluppo sessuale. E, aggiungo, non me n'è mai fregato niente di come mia madre decideva di vestirmi. Personalmente trovavo scomodissime le calze e la maglia di lana e stavo bene se i miei vestiti erano comodi, larghi e mi permettevano di giocare liberamente. Non capisco cosa intenda certa gente con "cosa tipicamente maschile". Vuol dire che un maschietto non può giocare con le bambole, o che una femminuccia non può divertirsi con le macchinine? Questi mi sembrano preconcetti degli adulti che non hanno niente a che vedere con la sessualità dei bambini. Peggio ancora:
     da un anno si veste e gioca come preferisce, a scuola i compagni lo trattano come una bambina e da quando anche i familiari e gli educatori lo considerano una femminuccia, Zach è molto più sereno. 
    Innanzitutto, mi sembra ovvio che lasciare ad un bambino la libertà di giocare e vestirsi come crede corrisponda ad un miglioramento della sua condizione psicologica. La cosa che mi preoccupa, però, è  la frase "gli educatori lo considerano una femminuccia". Cosa vuol dire? Cosa fanno gli educatori con le femminucce? Come si può avere un comportamento diverso con i bambini di cinque anni, basandosi sul sesso? Io sono stata educata dalle suore, che sono il sessismo fatto essere umano e mandato in terra a punirci per le nostre vagine, eppure perfino loro non facevano distinzione tra maschietto e femminuccia e ci terrorizzavano e picchiavano senza alcuna distinzione di genere. Non sarà, forse, che certi "educatori" con le femminucce sono più pazienti e comprensivi, e per questo il bambino adesso è più sereno? Infine, la frase che, più di tutte, mi terrorizza:
    Zach non riusciva proprio a vivere tra macchinine, robottini e pistole giocattolo. Fin da piccolissimo — i genitori sostengono fin dall'età di 3 anni- Zach sognava di essere una bambina. Di indossare il tutù rosa, di giocare con Dora l'Esploratrice, di pettinare le bambole.  
    Ma porca paletta! Io pretendo che il mio futuro figlio, maschio, sia libero di giocare con Dora l'esploratrice e di pettinare le bambole! Rivendico il diritto della mia bimba non ancora nata a far scontrare le macchinine e sparare con pistole giocattolo ai robottini! Voglio che la futura lei si senta libera di vestirsi da Batman per carnevale, e che il futuro lui non si vergogni di indossare una maglietta rosa (colore che, nei negozi partenopei, ormai spopola per gli uomini, insieme al lilla. La rivincita dei gay repressi?). Voglio che mio figlio non indossi la gonna perché è scomoda, e non perché è femminile, soprattutto considerato che i preti, i popoli arabi e pure i maghi di Harry Potter la indossano. Un giorno potrei ritrovarmi costretta a spiegargli che Gandalf, con quei capelli lunghi e la tunica bianca, non era abbastanza "virile", o che Legolas si è fatto prestare il vestitino di Trilli e no, non si fa!
    Ho conosciuto una bambina, ultima di 4 figli, che voleva a tutti i costi farsi spuntare il pisellino. Passava ore seduta sul gabinetto sperando di vederlo comparire, lo chiedeva come regalo a Babbo Natale e ad ogni doccia credeva che qualcosa, tra le sue gambe, stesse crescendo e che fosse solo questione di tempo prima di ritrovarsi un bel pene vero. Per non parlare del fatto che rubava i vestiti ai fratelli, che era il più "maschio" del gruppo, che aveva modi da scaricatore di porto (con tutto il rispetto per la categoria) e la famiglia non riusciva a tenerla ferma e buona un solo istante. Mai giocato con le bambole, mai ricamato, mai fatto le faccende domestiche perché donna, ma solo perché costretta e solo quando anche i fratelli capitolavano. Ecco, questa bambina, oggi è una giovane Donna, convinta della sua sessualità, tranquilla, pacata e riflessiva, perfetta nella gestione della casa e, ahimé, costretta a crescere troppo in fretta da una situazione familiare difficile. Del maschiaccio ribelle che era da piccola non c'è più traccia, né sessualmente, né caratterialmente. Non voglio dire che le donne siano per forza pacate e riflessive, o che gli uomini non lo siano, ma vorrei evidenziare che è diventata il contrario di quello che era da piccola: da mostro ingestibile a persona tranquilla, serena e in pace col suo corpo e la sua sessualità.
Un'ora intera passata a scrivere. Come mi sento soddisfatta!

lunedì 2 maggio 2011

Gomenasai

Questi sono giorni difficili per me. Improvvisamente, senza alcuna ragione apparente, ho iniziato ad avere forti reazioni dopo i pasti. Non saprei nemmeno come descriverle: sono un incrocio tra una crisi d'asma e una d'epilessia, per cui mi trovo dopo ogni cena con le convulsioni e senza fiato. Non so davvero cosa pensare, visto che, per un motivo o per un altro, ho scartato tutte le patologie di cui sono a conoscenza; tuttavia, vivendo in un posto inquinato come Napoli, il pensiero corre subito al cancro. Non che pensi realmente di averlo, ma ultimamente ho visto più di una persona scoprire di averlo partendo da sintomi banalissimi, e guardando la sofferenza degli altri viene naturale chiedersi "e se capitasse anche a me?". Me lo chiedevo anche prima, figuriamoci se non mi pongo certi problemi ora che non posso più mangiare senza avere la sensazione di morire soffocata.
Ecco, se capitasse a me vorrei che le persone che amo sapessero quale meravigliosa impronta hanno lasciato nella mia vita. E siccome non voglio aspettare di star male veramente per ricordarmi di ringraziare chi mi ha donato tanto, lo faccio ora, spinta dalla paura ma non certo da una patologia seria.
Il mio fidanzato è tutto per me, ma non perdo occasione per dirglielo dal vivo, quindi mi sembra inutile ripeterlo su internet.
In realtà c'è un'altra persona a cui voglio dedicare questo messaggio, una persona che avrà già capito tutto dal titolo...
Ci siamo conosciute 11 anni fa, ad un concerto. Da allora ho scritto lettere più o meno a tutti, dai miei genitori ai miei vecchi prof, passando per tutti i ragazzi che mi sono piaciuti, eccetto che a lei. Non l'ho fatto perchè ho sempre pensato che non ce ne fosse bisogno, dal momento che riuscivo a dirle qualsiasi cosa. Ieri notte, pensando a quanti e quali rimpianti avrei avuto se la mia vita fosse finita in quel momento, ho capito l'importanza di questo "dettaglio". Ho dato per scontata la sua amicizia, quasi fino a perderla.

Sana, questa è la lettera che non ti ho mai scritto... sono stata una stupida a rischiare di perdere la tua amicizia, pensando che le differenze religiose ci avrebbero separate. Sono stata ancor più stupida a non capire quanto tu fossi importante per me e per la mia vita. Tutte, tutte le altre persone che ho conosciuto sono passate come piccole comete, amicizie intense e sincere, ma lunghe un'estate. L'unica che mi sia rimasta veramente vicina sei tu. E l'hai fatto quando non stavo bene, quando ero intrattabile, quando cercavo di minare la tua fede, quando ti ripetevo che il tuo ragazzo era un imbecille. Mi ricorda un messaggio dei baci perugina (dotte citazioni su questo blog!): amami quando meno me lo merito, perchè è quando ne ho più bisogno. Quando tutto andava bene, invece, rimanevi un po' in disparte, condividendo con me la gioia per le piccole cose, senza mai essere invadente. Perdonami se non sono stata una buona amica, se ho sempre messo i miei problemi prima di ogni altra cosa, se non ti sono stata accanto quando avevi bisogno di una spalla su cui piangere. Ti assicuro, rimpiango tutto. Vorrei poter tornare indietro e cambiare tutti i miei errori, rimanerti accanto e non lasciarti allontanare mai, per niente al mondo.
Ti voglio bene, ti amo, ti adoro! Sei una stella, uno dei pochi punti fissi nella notte buia che è la mia vita.
Ti prego, perdonami se non l'ho capito prima e sono stata un'idiota.

martedì 26 aprile 2011

Benvenuti a casa mia

La mia geniale amica Francesca ha modificato lo sfondo del mio blog. Erano mesi che volevo farlo, la rosa era bellissima ma non rispecchiava affatto il mio carattere. Per questo splendido lavoro non mi sembrava abbastanza ringraziarla privatamente su internet, così lo faccio pubblicamente, e a caratteri cubitali, su questo blog.
GRAZIE FRANCESCA!
Ognuno di noi ha un'immagine speciale dentro, qualcosa che fa parte di noi, che ci ricorda un momento bello, che riflette il nostro modo di vivere, la nostra personalissima filosofia...
Io adoro la pioggia.
Quando la gente apre gli ombrelli è costretta a mantenere una certa distanza. Non ci si ferma per strada a chiacchierare. Non si perde tempo in shopping e passeggiate romantiche. Non si esce se non si è costretti. E così perfino una città caotica come Napoli diventa più silenziosa, le strade si svuotano, le vaiasse non urlano da vicolo a vicolo, i teppistelli non escono dai loro bassi, e la cosa peggiore che può capitarmi è ritrovarmi bloccata nel traffico in bus. Ma anche a quello c'è rimedio: basta alzare la voce del lettore mp3. E poi, quando piove, nemmeno i vecchietti in pullman hanno voglia di parlare.
L'immagine che fa da sfondo a questa pioggia virtuale rappresenta tutto ciò che c'è di negativo nella mia vita. Signore e signori, benvenuti nel mio quartiere.
Su internet bisognerebbe fare attenzione a dare il proprio indirizzo (e non è che quelle case ce l'abbiano scritto sopra), ma io non mi preoccupo più di tanto: innanzitutto non abito proprio in quei casermoni, quindi scrivervi che vivo nel raggio di 500 mt dal cosiddetto bronx  non vi sarebbe di nessun aiuto; più di tutto, però, mi fa sentire sicura il fatto che qualsiasi non-napoletano non uscirebbe vivo da quei mostri di cemento. Non è un'esagerazione, prendetemi pure alla lettera. Se non ci sei nato, non puoi entrare in certi posti.
Credo che siano stati costruiti per abituare gli abitanti a vivere rinchiusi in qualcosa di molto simile ad un carcere; il passaggio a Poggioreale  (praticamente obbligatorio, se vivi lì) è una promozione sociale.
Mi piaceva tantissimo l'idea di usare un'immagine così brutta e squallida unendola a qualcosa che mi fa sentire bene. Fonde il meglio e il peggio della mia personalità e rispecchia la mia anima, nel vero senso della parola. L'immagine sfocata, poi, mi fa sognare una bella pioggia acida capace di liquefare tutto questo orrore.
Ma forse ora sto chiedendo troppo.

mercoledì 20 aprile 2011

She's afraid of the light in the dark

Sfrutto la frase di una splendida canzone di Tori Amos per introdurre la seconda parte della discussione sui miei disturbi alimentari. Non essendo anoressica nel vero senso del termine, non mi permetto di dare consigli su come guarire da questa patologia, ma spero che condividere la mia esperienza aiuti qualche ragazza di passaggio a capire che il problema va affrontato. Una delle chiavi di ricerca grazie alle quali le persone finiscono sul mio blog è proprio anoressia, e il post più visitato in assoluto è quello su Isabelle Caro, quindi è evidente che l'argomento interessa.
"Aver paura della luce nel buio" è un ottimo punto di partenza per spiegare come ci si sente quando si affronta una sfida del genere; anche se dovrebbe essere una speranza, quella luce è un'incognita, la fine di un tunnel che a suo modo è rassicurante. Non vedere e non sentire è il primo passo per cadere nell'anoressia. Bisogna essere ciechi, veramente, per non accorgersi di come il proprio corpo si riduce, giorno dopo giorno. Quando mi sono rivolta al mio nutrizionista per la prima volta perdevo i capelli a ciocche, avevo la pelle secca, che spesso mi bruciava come se mi fossi scottata, le mie unghie avevano la stessa consistenza di fogli di carta, i miei ormoni erano completamente impazziti, avevo sbalzi d'umore degni di una schizofrenica, eppure mi sono rivolta a lui per dimagrire! O, meglio ancora, per mangiare di meno, dal momento che per me "dieta" significava fare a meno del cibo.
Fortunatamente ho incontrato una persona molto preparata e sensibile. Non so come abbia fatto, ma ha capito tutto appena mi ha vista. Mi ha fatto una serie di domande che mi sembravano del tutto inutili (ti piace cucinare? Bevi molta acqua? Secondo te, quanto è grande la tua gamba?), poi mi ha detto che, anche se non presentavo tutti i sintomi, il mio comportamento era da anoressica. Peggio ancora, non avendo una patologia ben definita, avrei potuto trasformarmi in bulimica. Come ho scritto nel messaggio precedente, non riuscivo a credergli. Mi ha convinta quando è riuscito ad "indovinare" certi miei comportamenti; evidentemente ero un caso da manuale. Molto onestamente, mi ha detto che non sapeva se il suo intervento sarebbe bastato o se sarebbe stato necessario ricorrere all'aiuto di uno psicologo; avendo avuto pessime esperienze con gli psicologi, ho deciso che mi sarebbe bastato lui e che, in alternativa, avrei accettato l'anoressia. Comunque lui non si è mai presentato come un guaritore con la soluzione ad ogni mio male, ma mi ha sempre detto che avremmo lavorato insieme, e che insieme avrammo affrontato i problemi.
In effetti, mi sembra davvero che ci sia stato uno scambio: io, come paziente, ho seguito le sue regole ed ho imparato come lavorare su me stessa senza alcun aiuto esterno; lui, come medico, ha potuto (e dovuto) imparare dalle mie reazioni, adattandosi a sbalzi d'umore, crisi isteriche, momenti di rabbia, depressioni più o meno passeggere... di sicuro sono stata un'ottima palestra.
In mesi di incontri non mi ha mai detto quanto avrebbe dovuto essere il mio peso forma. A parte il peso che leggevo dalla bilancia, non abbiamo mai parlato di grasso, di diete, di dimagrimento, di metabolismo. Mai. Non mi ha mai detto di mangiare una cosa piuttosto che un'altra, mai vietato dolci e grassi. L'unica condizione era riuscire a fare cinque pasti al giorno: un primo, un secondo ed un contorno a pranzo e a cena, due spuntini e la colazione. Per una che era abituata a farne solo uno, la cena, era una missione impossibile.
Non mi ha mai posto limiti di quantità. Volendo, avrei potuto fare una colazione all'americana, con bacon e uova fritte, e mangiare un cucchiaio di brodo per pranzo; l'importante era abituarmi a mangiare e non saltare i pasti. La cosa più facile di tutte è stata la colazione. Una tazza di latte, tre biscotti e via, già finita. La cosa più dura di tutte è stata la verdura. Anche se non avevo quantità minime da mangiare, perfino una forchettata mi sembrava troppo.
Continuavo ad odiare il cibo con tutta me stessa. Imparare a mangiare non mi sembrava affatto una cosa positiva, mi sembrava una sconfitta! Avevo sofferto per anni, costretta a mangiare roba che non volevo, prima di riuscire a liberarmi dal cibo, e stavo tornando indietro. Ero furiosa! Furiosa con me stessa, perchè non riuscivo a fare a meno di mangiare. Pur non provando un vero e proprio senso di fame, quindi non sentendo il bisogno di pranzare, il mio corpo mi stava chiaramente dimostrando che non poteva farne a meno. E, di conseguenza, io odiavo il mio corpo. Avevo la capacità di rimanere digiuna per giorni, con costanza e senza alcuno sforzo e il mio corpo mi tradiva così. Cedeva molto prima della mia mente. Ero costretta ad ammettere che avevo bisogno di imparare a nutrirmi correttamente, ma non volevo farlo.
Così, sempre nella speranza di riuscire a risparmiarmi lo psicologo, il nutrizionista mi ha chiesto di tenere un diario dei pasti, in cui scrivere le quantità di ogni cibo mangiato, il senso di fame o sazietà e il mio stato d'animo.
I primi giorni sono stati durissimi. Ero davvero tentata di vomitare tutto, sentivo il cibo riempirmi come un palloncino e mi sembrava di esplodere. Sul diario la parola ricorrente era "schifo":
- oggi ho mangiato la sogliola. Il pesce puzza, mi fa schifo;
- come verdura ho scelto la lattuga. Non sono una capra, tutto quel verde nel piatto mi fa sentire un ruminante. E poi è viscida! Che schifo;
- ho assaggiato degli animali nuovi. Calamari? Seppie? Polipi? Non lo so e non voglio saperlo. Sono tutti pieni di zampette, sembrano insetti. Mi fanno schifo;
- la frutta sembra fatta di capelli bagnati, è piena di fili di chissà che e perde liquidi, sporcandomi tutte le mani. Devo lavare via questo schifo.
Per una settimana, non ho fatto altro che scrivere cose del genere. Odiavo il cibo, odiavo il mio corpo, odiavo me stessa. Fortunatamente la situazione è cambiata in pochissimo tempo. Dopo aver sfogato tutta la mia rabbia durante i primi giorni, aver pianto, urlato, maledetto tutto e tutti e riempito quattro righe del diario con la scritta ODIO MANGIARE, mi sono calmata. Il tono dei miei scritti è cambiato e si è trasformato in una sorta di riflessione. Di tanto in tanto scrivevo cose che nemmeno sapevo di pensare. Solo dopo averle scritte mi rendevo conto di cosa significavano. Ho scoperto che mi infastidiva assaggiare piatti nuovi davanti agli altri, perchè avevo paura di essere derisa; ho capito che mi piaceva scoprire il sapore di cose "esotiche", spesso cucina cinese, ma non quello dei cibi conosciuti e usati abitualmente a casa mia.
Dopo le prime due settimane di diario, sono tornata dal nutrizionista, forte delle mie nuove scoperte. Ne abbiamo discusso insieme, abbiamo adattato la cura ai miei limiti e alle mie esigenze, e poi ho ricominciato. Di nuovo, non so come abbia fatto, ma ha individuato ancora una volta il problema e mi ha spinta a concentrarmi solo su quello: il rapporto tra me ed i miei genitori, relativamente al cibo. Bisogna tener conto del fatto che entrambi i miei genitori hanno problemi col cibo: mio padre non mangia pesce e alcuni tipi di carne, mia madre non mangia frutta e verdura, quindi la mia dieta non comprendeva nessuna di queste cose. Il loro comportamento influiva (e influisce ancora) molto negativamente sul mio senso di fame, un po' per come mi hanno trattata da bambina, associando sempre il cibo a sgridate, urla e a volte perfino botte, un po' perchè rifiutando il cibo rifiutavo loro. Ho dovuto quindi imparare a distinguere le due cose: il senso di fame o sazietà che era realmente presente e quello che era legato al mio stato d'animo. Vi è mai capitato di avere la "fame nervosa"? Il concetto è lo stesso. Ho chiuso la mia mente ad ogni emozione e ho affrontato il cibo per quello che era. All'inizio è stato difficile e ancora non posso dire di essermici abituata, ma ci sto lavorando.
Il passo successivo è stato imparare a comprendere il mio corpo. In quanto essere umano, non potevo certo pensare di non aver bisogno di cibo; se non riuscivo a sentire la fame, non voleva dire che il mio fisico non aveva bisogno di mangiare, ma solo che ero abituata al dolore.
Distinguere gli stimoli fisici dagli stati mentali non è semplice come sembra. Sempre tornando all'esempio della fame nervosa, molte persone provano in situazioni di stress un impulso irrefrenabile di masticare, pur non avendo fisiologicamente bisogno di assumere cibo. Si confonde il bisogno fisico con  quello psicologico e ci si lascia andare ad entrambi, non riuscendo a distinguerli.
Infine, una volta capito qual era il problema, dopo aver abituato (più o meno) il mio corpo a quantità di cibo sempre maggiori, ho dovuto scoprire il gusto delle cose. Non avevo mai guardato il cibo come una cosa piacevole, al massimo era commestibile. Per me non c'era differenza tra un risotto ai funghi e uno di quei piatti esotici pieni di vermi: entrambi erano gusti nuovi, incognite, problemi da affrontare. Non c'era niente che poteva sembrarmi più o meno appetibile, quindi ho dovuto scoprire tutti i gusti da zero, separando il cibo dallo stato d'animo che l'accompagnava, in una sorta di svezzamento. Ci sono quasi riuscita. Da quando ho conosciuto il mio nutrizionista, la mia dieta si è arricchita di: gamberi, tonno, dentice, orata, anguilla, capitone, platessa, tacchino, lattuga, indivia, bietole, zucca, cavolo, spinaci, carciofi, mozzarella, fiordilatte, yogurt, pere, ananas, kiwi, arance, limoni, cous cous, alcuni tipi di fagioli, zuppe varie. Tutte cose che non avevo mai mangiato (sì, non avevo mai assaggiato lo yogurt!). Posso finalmente dire, con cognizione di causa, che non mi piacciono le mele e il merluzzo. L'unico scoglio che non riesco a superare sono i latticini: quando ero piccola, per farmi assaggiare le sottilette mia madre ha minacciato di lasciarmi sola in ospedale il giorno prima dell'intervento di appendicite. Avevo più o meno 10 anni e già in passato le avevo chiaramente dimostrato che i latticini mi facevano schifo, ma mia madre sa essere infame quando vuole e quella sera le giravano male. E, come ricorda anche la bibbia, le colpe dei padri (e delle madri) ricadono sui figli.
Ovviamente i miei genitori non hanno creduto ad una sola parola di ciò che ho raccontato: per loro il nutrizionista è un incompetente, io sono una bambina capricciosa che vuole scaricare su di loro le proprie responsabilità, non ci sono disturbi alimentari in famiglia. E dire che mio fratello, sovrappeso, ha dovuto affrontare la stessa battaglia contro di loro per riuscire a non cadere nell'obesità. Invece, i miei genitori non solo hanno negato spudoratamente l'evidenza, ma mi hanno anche ostacolata: siccome molti alimenti non facevano parte della nostra dieta, spesso mi impedivano di comprarli e cucinarli. Oppure mi deridevano e tentavano di scoraggiarmi, non perdendo mai l'occasione di ricordarmi quanto tutto ciò che stavo facendo fosse inutile. Infine, per una sorta di perversa gelosia, più volte mia madre mi ha detto di sentirsi offesa dal fatto che seguissi i consigli di un estraneo, mentre avevo sempre rifiutato il cibo che mi dava lei. Io ho fatto la mia buona azione annuale e non le ho risposto.
Affrontando temi delicati come il rapporto con i miei, la paura dei gusti nuovi, l'incapacità di ascoltare il mio corpo e l'eccessiva emotività con cui vivo certe cose, avevo bisogno di una spalla su cui piangere. Anche su questo il mio nutrizionista è stato bravissimo: non è stato solo un medico, è diventato un po' psicologo, un amico, un confidente, un angelo custode. Eppure, è riuscito a non farsi coinvolgere, a non diventare uno scoglio a cui troppo spesso avevo la tentazione di aggrapparmi. Nei momenti difficili mi ha sempre fatto sentire il suo appoggio, ma se capiva che mi stavo lasciando andare, mi dava un metaforico calcio nel posteriore per "aiutarmi" a rialzarmi e ricordarmi che dovevo camminare con le mie gambe. Tutto dipendeva da me, sempre e comunque. Mi ha dato gli strumenti per poter reagire, nel caso dovessi caderci di nuovo, senza l'aiuto di nessuno. E questo è stato il suo regalo più grande.
Certo, ci sarebbe ancora tantissimo da dire. Per ognuno le motivazioni sono diverse, ma i disturbi alimentari non sono mai un capriccio. Nascono sempre dalla sofferenza, che ne siamo coscienti o meno. Il passo più difficile è proprio individuare il problema. Limitarsi a mangiare di più o di meno può risolvere momentaneamente un problema di peso, ma non guarisce le ferite profonde che portano a desiderare perfino la morte attraverso il cibo.
Alla base c'è sempre un disperato bisogno d'amore.

martedì 12 aprile 2011

Morire di fame.

Sto progettando questo post da tantissimo tempo. Mesi ormai. Eppure ancora non so come iniziare il discorso, cosa dire, quali argomenti trattare e quali no.
Mi piacerebbe parlare di anoressia.
Inizio col dire che io non sono un'anoressica "vera". Quando il nutrizionista me l'ha detto, la mia risposta è stata "anoressica? Chi, io? Ma noooo! Non ci credo!"; in effetti peso 55 kg e sono alta un metro e mezzo, quindi non sono proprio una mazza da scopa. Anzi, ho un po' di pancetta, il culo grosso, i fianchi larghi, tutti i muscoli flaccidi... insomma, non sono proprio il ritratto della fame. E nemmeno quello della salute, purtroppo.
Volevo prendere spunto da un meraviglioso post di Orma, "educare all'obesità", per raccontare come mi hanno educata al digiuno, ma non sarò mai brava quanto lei a descrivere, in poche frasi, quei meccanismi che portano ad avere un rapporto sbagliato col cibo.
Forse dovrei iniziare con la distinzione tra persone che non sanno mangiare e persone che vivono il cibo come "altro". Alla prima categoria appartiene quella gente che, troppo pigra per cucinare un piatto di pasta, strafoga schifezze nei fast food pensando di essere immortale; alla stessa categoria appartengono anche tutte quelle cretine che non mangiano perchè "vogliono fare le modelle" (ma quanto era diseducativa la pubblicità del philadelphia?). Questi non sono disturbi alimentari; si tratta di ignoranza, cattiva educazione e stupidità.
Escludendo quindi le persone che non sanno mangiare, rimangono quelli che vedono nel cibo qualcosa di più: la concretizzazione dei sentimenti, la soddisfazione dei bisogni, il piacere di scoprire nuovi gusti. L'anoressia è la negazione di tutto ciò, è il rifiuto dell'affetto altrui, è il desiderio di autodistruzione, è la chiusura verso il mondo e ciò che può offrire. Credo che sia la più grande forma di odio, quello verso se stessi. Vuol dire non sentirsi mai all'altezza, mai amate, mai in grado di affrontare la vita, e colpevolizzarsi per questo.
Io ho iniziato a digiunare a 5 anni, a scuola. Quelle adorabili suore non controllavano certo che mangiassi, nè si sono mai preoccupate di avvisare i miei genitori che saltavo i pasti, le volte che se ne sono accorte. Ricordo che mi sedevo in disparte, a volte da sola, in un angolo del refettorio, e giocavo con il cibo finchè tutti i miei compagni di classe non finivano di mangiare. A quel punto la suora mi ricordava che razza di problema fossi, così lenta, così svogliata, così dannatamente decisa a rifiutare il cibo che dio mi aveva concesso, poi chiamava a rapporto tutti gli altri bambini e mi lasciava sola nella stanza. A sua discolpa, devo dire che ha provato a convincermi a mangiare con diverse argomentazioni: pensa ai bambini poveri, sei una schifosa egoista, tutte le altre classi hanno già finito e noi stiamo aspettando te, tutto il cibo che non mangi adesso dovrai mangiarlo all'inferno, stai facendo piangere Gesù bambino, brucerai per l'eternità e sentirai un dolore atroce. Un bel modo, insomma, di insegnarmi ad associare il cibo alla sofferenza, al demonio, alla cattiveria. Io resistevo, comunque. Sfidavo tutte le mie paure, venivo pubblicamente umiliata ogni giorno, ma non ingoiavo un maccherone. Appena rimasta sola, buttavo tutto e aspettavo un po' prima di tornare in classe. Alcune compagne di classe mi hanno anche insegnato a spargere la pasta sui tavoli, visto che il mucchietto nel bidone era facilmente individuabile e non ci sarebbe voluta una laurea per capire chi l'aveva buttata. E così ho imparato a non ascoltare il mio corpo, a non sentire la fame, a non mangiare dalla colazione alle 7 alla cena alle 21. Questo mi ha aiutata quando, a casa, ho iniziato a rifiutare i pasti che mi preparava mamma: una volta ha provato la tecnica del "se non vuoi questo piatto di verdura, allora non avrai altro" e ho resistito per due giorni, finchè lei, preoccupatissima, non si è arresa.
I ricordi che ho dei miei pasti sono tremendi. Almeno a scuola c'era un tempo limite, dopo il quale la suora mi lasciava sola e potevo liberarmi del cibo. A casa, invece, impiegavo ore a finire un pasto. Una volta una fettina di carne mi è durata da pranzo a cena, dalle 12 alle 22. Non potevo alzarmi da tavola finchè non finivo ciò che avevo nel piatto. Non so se fossero realmente porzioni esagerate, ma io vedevo ogni piatto come una montagna da scalare. Non sono mai stata grassa, quindi credo che le quantità fossero adeguate al mio bisogno fisico. Tuttavia, non si teneva conto della sofferenza psicologica. Ogni pasto era una tortura, ogni cibo, dalla carne alla cioccolata, era il male. Odiavo mangiare. Odiavo nutrirmi, sentire il sapore delle cose, masticare, sentirmi sazia. Ho ancora davanti agli occhi lo sguardo furioso di mia madre che, esasperata, mi chiudeva il naso per obbligarmi ad aprire la bocca e poterci infilare cibo. Masticavo per ore senza ingoiare, così da non dover passare al boccone successivo. Dovevano picchiarmi per costringermi ad assaggiare cose nuove, ed anche di questi episodi ho il chiaro ricordo di me con le spalle al muro e dei miei genitori a bloccarmi ogni via di fuga finchè non avessi ceduto. Vincevano loro, ovviamente, ma ad ogni pasto, ad ogni boccone, mi ripromettevo che da grande non avrei mai e poi mai mangiato.
Sognavo la libertà dal cibo.
Crescendo ho imparato a controllarmi, a mangiare in tempi decenti se c'erano testimoni e ad inventare pasti inesistenti ogni volta che non ce n'erano; raccontavo di aver mangiato da amici, oppure per strada, sporcavo i piatti di salsa prima che i miei genitori tornassero da lavoro, inventavo nausee e mal di testa, rifilavo la mia porzione a quell'aspiratutto ambulante che era mio fratello.
A 12 anni ho vissuto una splendida esperienza in un centro estivo. Camminavo, facevo sport, ero continuamente in giro. A pranzo mangiavo due fettine di pane, a cena non mi presentavo nemmeno. Potevo farlo, ero libera e mi godevo la sensazione che mi procurava una vita senza pasti: ero felice. Ho perso 7 kg in 6 giorni; quando i miei genitori sono venuti a riprendermi non mi hanno nemmeno riconosciuta.
A 13 anni calcolavo quanto tempo mi ci sarebbe voluto per morire di fame, per poi concludere che non ce l'avrei mai fatta, perchè i miei se ne sarebbero accorti e mi avrebbero obbligata a recuperare giorni e giorni di pasti. Però sognavo comunque di morire, lasciandomi andare allo stato di confusione e spossatezza che causa il digiuno. Perfino il mal di stomaco e i crampi mi piacevano. Non avevo, psicologicamente, la forza necessaria ad affrontare la vita, quindi puntavo a togliermi ogni forza fisica, a rimanere stesa sul letto fino a svenire dalla fame, per non risvegliarmi mai più.
A 18 anni la mia dieta consisteva in sogliola, pollo, mucca, legumi, tantissimi dolci. Non mangiavo nessun altro tipo di pesce, nè frutta, nè verdura. Già durante le elementari avevo imparato che una buona botta di zuccheri mi sosteneva per tantissimo tempo e mi evitava anche il mal di testa, quindi dosavo i dolci in modo da non sentire mai la fame. Piuttosto che mangiare una merendina a pranzo, la dividevo in tante parti e ne mangiavo un boccone ogni ora; in tal modo mi sembrava di avere continuamente un apporto di energie sufficiente a tirare avanti, senza però dover mangiare davvero. Il problema, in fondo, era sempre lo stesso: mangiare. Non mi è mai interessato dimagrire.
Io non volevo mangiare.
Ho tenuto fede alle mie promesse di bambina: appena ho potuto oppormi alla volontà dei miei genitori, non solo non ho assaggiato cibi nuovi, ma ho anche smesso di mangiare i vecchi. Ho limitato la mia dieta a carne, pasta e legumi una volta a settimana. Non c'era niente che mi piacesse. Persino i dolci, che mangiavo tanto spesso, non mi "piacevano" nel vero senso della parola. Li preferivo ad altro, ma non mi procuravano quel piacere che il cibo dovrebbe dare. In realtà, non ho mai provato piacere nel mangiare. Mi sento come una cieca, che immagina i colori ma non può vederli. Io so che esistono persone che si sentono bene quando mangiano, che si sentono appagate, che provano il gusto di assaporare le cose; io stessa provo curiosità quando sento un buon profumo provenire da un ristorante, ma il gusto non mi soddisfa mai. Quando sento il profumo della frittura, ad esempio, provo un fortissimo impulso verso il cibo, mi viene voglia di assaggiarlo, mi sembra addirittura di aver fame; poi, però, passare dal gusto dedotto e immaginato dall'odore a quello reale è sempre una delusione. Ho un palato estremamente sensibile e tutto mi disgusta. Sento il profumo e penso "diamine, come mi piacerebbe mangiare questa cosa!", e quando la assaggio mi rendo conto che mi fa schifo come il resto e che mai, mai potrò provare il piacere di mangiare, di soddisfare una voglia. Per questo non sono mai tentata da niente, anche quando certi profumi mi fanno venire il mal di stomaco dal desiderio.
La mia dieta, assolutamente priva di tutte le sostanze necessarie, non mi ha portata a dimagrire. Al contrario, il mio corpo ha "capito" che il cibo scarseggia e ha  sviluppato la tendenza a trasformare tutto in riserve di grasso. Ecco perchè nessuno mi ha mai considerata anoressica. Ecco perchè nemmeno io ci ho mai pensato, nonostante i segnali. Durante i periodi più difficili della mia vita, arrivavo a pesarmi anche una volta all'ora, come se saltare il pranzo o fare la pipì potessero avere un effetto immediato sul mio peso. Ma poi io stessa frenavo questa follia e mi dicevo che l'importante non era dimagrire, era non mangiare.
Non ero anoressica, io.
Le anoressiche erano quelle ossessionate dal peso, io ero una ragazza normale a cui non piacevano certi cibi. Ok, tutti i cibi. Ma, in fondo, ogni persona ha le sue preferenze, no?
E poi ho dovuto ammettere che qualcosa non andava. Ho perso i capelli (e non riesco a recuperarli), gli ormoni mi si sono completamente sballati, non sono cresciuta, mi bruciava la pelle (letteralmente!), la vista andava e veniva a seconda della giornata, avevo un sistema immunitario praticamente inesistente, non riuscivo a concentrarmi.
Anche se mi ero resa conto che la dieta sbagliata mi stava facendo male, non è stato facile credere alla diagnosi del nutrizionista. Ancor più difficile è stato iniziare un percorso di guarigione, continuamente ostacolata dai miei genitori. Ma di questo parlerò la prossima volta.

domenica 13 marzo 2011

Quarant'anni dopo, stiamo ancora "immaginando"

Continua la saga degli orrori a sfondo religioso. Quello che sto per raccontarvi è successo ieri, quindi ve lo propongo fresco fresco, quasi di giornata.
Il mio fidanzato ha un fratellino che ha appena compiuto 10 anni. Essendo nati lo stesso giorno, di solito festeggiamo insieme il compleanno. Lo conosco ormai da 7 anni e posso dire di aver visto tutte le tappe più importanti della sua vita. A parte lo svezzamento e i primi passi, ho partecipato più o meno attivamente ad ogni traguardo importante, quasi come una sorella maggiore. Era mia la prima telefonata della sua vita, e mia la prima casa "estranea" in cui è entrato. Da sette anni monopolizza la mia attenzione e il mio tempo ogni volta che vado a casa sua, tanto che non sono mai riuscita a fare una chiacchierata decente con i suoi genitori. Finchè il mio corpo ha retto il suo peso, a pranzo e a cena la sua sedia ero io.
Non penso di esagerare nel dirvi che sarei disposta a dare la mia vita per quel bimbo. Penso anche che l'affetto sia ricambiato, visto che non perde mai occasione di dimostrarmelo. I primi tempi i fratelli erano perfino gelosi di tutte le smancerie che dedicava a me, e a me soltanto. Eppure...
Ieri il padre l'ha accompagnato all'associazione cattolica. Al ritorno, scherzavano sull'utilità di un simile impegno e il bimbo si prestava al gioco senza prenderlo troppo sul serio. Poi, però, si è rivolto a me:
- Tu ci vai a messa?
- No, tesoro, io non vado mai a messa.
- Fai male! Andare a messa fa bene.
- E perchè?
- Andare a messa fa bene.
- A chi?
- Andare a messa fa bene.
- Ho capito, ma a chi fa bene?
- Fa bene a se stessi.
- No, amore, a me non fa bene, perchè io non credo che dio esista.
- Ah, ho capito. Tu sei... atea!
- Esatto. Quindi per me non avrebbe senso andare a messa, visto che non ci credo.
- Mi dispiace per te. Ora non posso più volerti bene.
- Ehm... tesoro, ma dio non esiste! Ricordi che quando eri più piccolo credevi in babbo natale?
Occhiataccia. Ok, era meritata, lo ammetto.
- Oh, Merlino! Non dirmi che credevi ancora in babbo natale!
- Mi stai offendendo, paragonando il mio Dio a babbo natale. E ora scusami, preferirei non parlarne più con te.

Scema io che mi stupisco ancora. Capisco (o almeno spero) che crescendo cambierà idea, ma sentirmi dire "sei atea, quindi non posso volerti bene" da un bimbo che fino a qualche minuto prima mi considerava come una sorella fa un male cane. Ma, indipendentemente dai sentimenti personali, è davvero impressionante come siano riusciti ad insegnargli a non confrontarsi mai con idee diverse e a bollare come cattivi tutti quelli che non sono cattolici. Così piccolo e già sa che deve chiudersi a riccio di fronte ai ragionamenti altrui, che è poi l'unico modo che hanno i credenti per scappare alla logica evidenza della non esistenza di dio.


Imagine there's no heaven
It's easy if you try
No hell below us
Above us only sky
Imagine all the people
Living for today...

Imagine there's no countries
It isn't hard to do
Nothing to kill or die for
And no religion too
Imagine all the people
Living life in peace...

You may say I'm a dreamer
But I'm not the only one
I hope someday you'll join us
And the world will be as one

lunedì 7 marzo 2011

Piccoli cambiamenti

Stanotte ho preso una piccola, grande decisione: ho modificato il sottotitolo. Adesso è "che colpa ne ho se sono nata in Italia?". Ho aperto questo blog pensando di usarlo per raccontare le cose assurde che succedono nella mia città, per sfogarmi e lamentarmi di un modo di vivere che sento lontano. La situazione, anche se dai messaggi non si direbbe, mi è leggermente scappata di mano, visto che mi sono ritrovata a pensare di voler raccontare di tutto, eccetto quanto succede a Napoli. Mi sono accorta che vivere in questa città è davvero l'ultimo dei miei problemi.
Il problema vero è che Napoli è in Italia.
Non mi sembra che B. sia napoletano o che ci siano leggi diverse a Milano e a Venezia (in compenso loro hanno i leghisti); non c'è lavoro, non c'è rispetto per i cittadini, non c'è un futuro per noi giovani, non c'è speranza di miglioramento in tutto il paese, senza distinzione tra nord e sud. Se voglio andarmene dall'Italia è perchè abbiamo un governo disastroso (e, mi duole dirlo, la colpa non è esclusivamente del nano), perchè non c'è lavoro, perchè non potrò mai sperare di costruire qualcosa nelle condizioni in cui versa il paese. Quindi no, non mi va di parlare di certi problemi e attribuirne la colpa ai miei concittadini. Se fosse Napoli il vero problema, mi basterebbe trasferirmi a Roma, per dirne una. Ma non mi sembra che a Roma se la passino meglio.
E, sinceramente, se proprio dovessi avere la sfortuna di rimanere bloccata in Italia, non cambierei Napoli per nessun'altra città italiana.
Un altro cambiamento, stanotte, è avvenuto nel mio modo di pensare. Esistono persone capaci di farmi saltare i nervi anche via web. Non so come sia possibile; io sono qui, nel mio salotto, accendo il pc e mezz'ora dopo mi esce il fumo dalle orecchie! Odio il fatto che esistano persone capaci di farmi perdere il controllo a tal punto. Stanotte ho fatto un passo in avanti verso la mia "svedesizzazione": ho aperto uno di questi blog, ho letto un messaggio che, come sempre, sembrava rivolto contro di me (e in parte lo era) e... niente! Posso dire con orgoglio di non essermi affatto arrabbiata. Per la prima volta, ho davvero capito che questa persona non merita ascolto. Non lo dico con astio, anzi mi fa pena. Purtroppo non si tratta di differenti punti di vista o di diversi orientamenti politici, dal momento che idee diverse meritano sempre e comunque ascolto e sono un ottimo mezzo di crescita culturale attraverso il confronto. Ma lui non ha idee, nè ideali, nè cultura. Era questo il dettaglio che mi sfuggiva, il motivo per cui ero incapace di rispondere a quelle affermazioni che tanto divergevano dal mio modo di vedere la vita. Non c'è pensiero, solo lapidari commenti di condanna contro tutto e tutti. Mi sono accorta che l'autore è una sottospecie di bestia, visto che i suoi messaggi tengono conto esclusivamente del suo interesse e del suo benessere. Se i terremotati sono ancora "in vacanza" poco importa, tanto lui la casa ce l'ha; se ci sono migliaia di operai ridotti alla fame, sono solo dei pessimisti che vogliono parlar male del loro paese, visto che lui lavora, e la crisi ce la siamo inventata, perchè lui riesce anche a mantenerlo, il lavoro; se qualcuno osa denunciare la camorra, ci fa fare brutta figura all'estero, perchè lui, la camorra, non ce l'ha in casa. Ho reso l'idea? Ci ho messo un po' per capire. Inizialmente ero assolutamente incapace di metabolizzare i suoi messaggi, non riuscivo proprio a comprendere come una persona potesse pensare veramente certe cose. Stanotte, per la prima volta, ho capito che una persona così incapace di empatia, così concentrata su se stessa e così schifosamente egoista davvero non merita il mio tempo. Rimango in bilico tra la pena e lo schifo (propendo più per lo schifo, però!), ma non ho intenzione di donargli anche la mia rabbia. Non la merita. Fortunatamente non sono l'unica a pensarla così, visto che è ridotto a commentarsi i messaggi con false identità, fin troppo facili da scoprire perchè sono tutti anonimi, tutti col suo stesso stile di scrittura e tutti pronti a leccargli il culo in un modo così sfacciato da essere palesemente falso. Gli unici commenti veri sono di persone che non ce la fanno più a leggere certe cazzate e lo mandano dove merita. Io, però, non sarò nella lista. Ora ho smesso di cercare di capire per trovare un punto di incontro, un dialogo o uno spunto per una sana riflessione.
Fortunatamente con certa gente non ho niente in comune.

mercoledì 19 gennaio 2011

28 Novembre 2010

Accidentally in love
E' meraviglioso come qualche bicchiere (non bicchierino) di liquore ti permetta di vedere la vita sotto tutt'altro punto di vista. Stasera lascio un post sull'amore. Chiedo perdono a Francesca, alla quale avevo promesso un messaggio ben diverso, che arriverà quando sarò tornata sobria.
Amore è imbrogliare a Sinco a favore di un bimbo che spera di mettere da parte 5 euro con le vincite natalizie; è chiedere al proprio fidanzato di sopportare un silenzio un po' pesante, solo perchè "oggi va così"; è "distrarsi" mentre si gioca a scopa, sperando che le carte buone escano all'avversario; è vedere un bambino che ha rubato dalla cucina due patatine fritte e ne regala una e mezza a te; è fregarsene altamente dell'influenza che l'altro può passarti, solo perchè non resisti senza abbracciarlo e baciarlo; è pensare di lavorare a maglia un vestito, solo perchè tua cognata ti ha detto che le piace il modello; è bruciare quattro dvd pur di masterizzare un programma per la persona che ami; è sperare che gli altri siano più fortunati di te, perchè ti fa male pensare che possano rimanere delusi.
Alla famiglia del mio fidanzato, per la splendida serata passata, va tutta la mia gratitudine. E un bacio al bimbo influenzato, che stasera non sono riuscita a coccolare abbastanza, almeno per i miei gusti.

giovedì 13 gennaio 2011

In Svezia si vive di merda

L'anno appena iniziato, è iniziato di merda.
Il titolo del post, invece, l'ho preso dalle "parole chiave per la ricerca" nelle statistiche di questo blog. Vorrei capire a quale mente malata può venire in mente di ricercare una frase del genere. Perchè gli sia uscito il mio blog tra i risultati è facile comprenderlo: "di merda" è un'espressione che uso un po' per tutto ciò che riguarda Napoli. Rimane il fatto che "in Svezia si vive di merda" è un'affermazione e non una domanda. Se ho affermazioni del genere da fare, le scrivo su un blog, non chiedo conferma a google! E, soprattutto, utente decerebrato che fai certe ricerche, se sai (dal momento che affermi) che in Svezia si vive male, che cazzo cerchi?
Ma vabbè, passiamo avanti.
Vorrei potervi scrivere che l'anno nuovo ha portato una nuova luce sulle mie considerazioni, ma mi trovo costretta a riferire solo cose negative. Innanzitutto, come buon augurio, dal momento che ciò che si fa a capodanno si fa tutto l'anno, io ho passato il 1 gennaio a guardare i pasti altrui. Per educazione, visto che ero ospite, sono rimasta a tavola fino alla fine del lunghissimo pranzo, preda di mal di pancia e dolori di stomaco che MAI avevo provato prima di quel giorno - e dire che io ho una lunga e fruttuosa esperienza in fatto di mal di pancia. Così ho passato metà giornata inchiodata ad una sedia come se mi avessero piantato il manico di una scopa su per il sedere, a fare colossali figure di niente davanti ai miei suoceri, e l'altra metà a desiderare tutti i dolci che mia madre aveva comprato per l'occasione.
Bell'inizio, davvero.
Il secondo giorno l'ho passato a piangere perchè la mia canarina, già da tempo malata, è improvvisamente peggiorata. Ovviamente avevo ancora mal di stomaco.
Il terzo giorno l'ho passato a piangere perchè la mia canarina, già da tempo malata, è improvvisamente morta. Colgo l'occasione per ringraziare il dottor Noviello per la pazienza, la disponibilità e la cortesia che ha sempre dimostrato con lei e con noi e il dottor D'Ovidio per aver tentato l'impossibile per salvarla. Loro magari non leggeranno mai, ma qualche povera canarina malata potrebbe aver bisogno del nome di un buon veterinario.
Sempre quel giorno, per consolarmi un po', il mio fidanzato mi ha portata a fare shopping ed ho scoperto che l'epilatore che avevo comprato tre giorni prima in un altro negozio, all'auchan vicino casa del mio amore costava 20 euro in meno.
Il quarto giorno ho scoperto di aver perso lo scontrino dell'epilatore, e di conseguenza il diritto di recesso e i 20 euro.
Il quinto giorno è morta la direttrice dell'ufficio dove lavora mamma. Non la vedevo da più di 8 anni, ma mi è dispiaciuto comunque, perchè ha sofferto tantissimo.
Vorrei evidenziare il fatto che sia la direttrice che la canarina sono morte di cancro. E, in quanto a tumori, sia io che mia madre abbiamo abbondantemente dato. Quindi brucerò nell'acido chiunque proverà a dirmi che l'emergenza rifiuti è colpa nostra e che noi napoletani ce la siamo cercata e ci va bene così.
Dal sesto giorno in poi ho strafogato la cioccolata dell'enorme calza che mi ha regalato il mio amore. Due chili e seicento grammi di schifezze ingrassanti (non tutti, eh!).
Sabato ho deciso di darmi allo shopping sfrenato e ho speso ben 60 euro in: quattro magliette, due vestiti, un paio di pantofole. Per poi scoprire che una maglietta e un vestito erano rotti.
Capisco che sia colpa mia, visto che non ho controllato prima di uscire dal negozio, però è evidente che la stoffa non è strappata, ma il tessuto non è stato proprio cucito. Stasera sono tornata al negozio e ho mostrato il problema alla commessa. La quale, con la gentilezza tipica delle commesse napoletane, mi ha detto che li avevo rotti io e che non poteva cambiarmeli. Se fossi stata un tantinello più napoletana e meno svedese, le avrei risposto per le rime. Invece sono tornata a casa senza dire una parola, ho acceso il pc, ho stampato la legge che afferma che lei è obbligata a cambiare la merce difettata e sono tornata da lei.
Speravo che mettere in evidenza il fatto che stesse infrangendo la legge la riducesse a più miti consigli, invece...
Lei ha preso i fogli e li ha lanciati per aria, dicendomi cose tipo "chi se ne frega, sei ridicola, io la maglietta non te la cambio". Così l'ho informata del fatto che, in caso di ulteriore rifiuto, sarei stata costretta a chiamare la polizia. E mentre lei continuava ad inveire contro di me, l'ho fatto.
Non ci posso credere!
L'ho fatto veramente!
Mi sono ribellata ad una commessa arrogante, aggressiva, ignorante e presuntuosa ed ho chiamato le forze dell'ordine a proteggermi!
Cioè... 'nzomma...
Ho chiamato il 113 e NON MI HANNO RISPOSTO! (Della serie: iniziamo bene...)
Allora ho chiamato il 112 e un gentilissimo carabiniere mi ha detto che non è compito loro, ma della polizia, intervenire in certi casi, e che comunque avrebbe chiamato la polizia per me e li avrebbe informati dell'accaduto. Mi ha anche suggerito di ritelefonare al 113 per sollecitarli. Devo dire, invece, che sono arrivati dopo pochissimo tempo e che sono stati gentilissimi. Mi hanno spiegato che, per procedere contro il negozio, avrei dovuto querelarli e hanno dovuto ammettere che ("fatta la legge, trovato l'inganno") per me non c'era altra scelta.
L'atteggiamento della commessa, comunque, è cambiato tantissimo. Appena ha visto le divise mi ha proposto di contattare la responsabile e di risolvere la cosa tra di noi. Io speravo che la polizia potesse fare qualcosa in più, tipo dirle che rischiava una multa o roba del genere, visto che stava palesemente contravvenendo alla legge. Invece, nisba. Mi hanno dato ragione, mi hanno consigliato di contattare un'associazione di consumatori e mi hanno detto che loro avrebbero potuto fare qualcosa solo in caso di rissa. Ricorderò di farmi picchiare, la prossima volta.
Sembra strano a dirsi, visto tutto ciò che si racconta di loro, ma devo ringraziare i poliziotti che sono stati gentilissimi, disponibili, e anche velocissimi, nonostante le previsioni del carabiniere. Anzi, ammetto che tutte le esperienze avute con la polizia ed i carabinieri fino ad oggi sono state positive. A parte una cosa degna di una barzelletta successa tempo fa al mio ragazzo, ma di quella ve ne parlerò in un altro post.
Io, comunque, ho ancora una maglietta ed un vestito rotti nell'armadio ed un'intossicazione da bile causata dalla commessa. Anche se sembra una frase fatta, non sono scesa al suo livello: mentre io le facevo semplicemente notare che la legge è legge, anche se lei non è la titolare del negozio, lei continuava a provocarmi e ad arrampicarsi sugli specchi. E forse è stata proprio questa la soddisfazione più grande di tutte: vedere quella piccola arrogante cambiare tono, chiedere scusa e proporre una soluzione come la personcina civile che non è. Il tutto senza che io le rispondessi nemmeno. Comunque vi aggiornerò sugli sviluppi tra due giorni, quando è prevista la chiacchierata con la famosa responsabile.
Il negozio in questione, tanto per la cronaca, è Cache Chace, al primo piano dell'Auchan di via Argine.
Nel caso vi capitasse di acquistarci qualcosa, fate estremamente attenzione, perchè mi hanno venduto tre capi difettati su cinque! La prima volta si trattava di un piccolo difetto che poteva anche capitare, e la commessa non ha creato problemi per cambiare il vestito. Stavolta, evidentemente, hanno deciso di liberarsi di un po' di merce scadente approfittando dei saldi. E, dalla reazione della commessa, la quale ci ha tenuto particolarmente a sottolineare che è lei stessa a mettere i vestiti sui ripiani e che MAI le sarebbe passato per la mente di vendere roba rotta, ho capito che non si è trattato di un errore, bensì di una cosa più che voluta. Un po' come quando mi hanno venduto la canarina assicurandomi che era solo un po' giù di tono perchè faceva freddo, perchè loro MAI avrebbero venduto animali malati!
A volte mi chiedo se sarei capace di capire certe sottigliezze di significato in frasi del tutto innocenti, se fossi nata in un posto diverso da Napoli. Sono così abituata a leggere tra le righe e ad interpretare gli atteggiamenti di chi mi circonda che ho la "nausea da doppi sensi". Mi piacerebbe, di tanto in tanto, trovare qualcuno sincero, capace di dirmi quello che realmente pensa; come faccio io che, al massimo, mi astengo dal commentare. Non sono andata mica a dire alla commessa "sai, non litigherei MAI con te, mi stai troppo simpatica". Eppure lei avrebbe capito, vi assicuro che avrebbe capito.
Infine, giusto per coronare il quadro della disperazione, mi sono tornate le crisi di panico.
Bell'inizio, davvero.


EDIT: qualcosa di buono c'è, ed è il mio fidanzato, il cavaliere senza macchia e senza paura che ha lasciato che portassi avanti la mia causa senza interferire, ma al quale sono saltati completamente i nervi quando mi ha sentita definire "ridicola" e che, a quel punto, ha sbranato la commessa.
Ti amo, angelo mio!

venerdì 31 dicembre 2010

Addio

Forse non sono dell'umore adatto per scrivere questo post, visto che ho passato la serata ad imprecare e bere, ma so che ciò che ho dentro mi perseguiterà finchè non lo scriverò e vorrei iniziare l'anno nuovo senza lasciar nulla in sospeso.
So che a molti sembrerà un'eresia, ma per me la vita ha sempre e comunque la stessa importanza: ciò significa che non distinguo tra scarfaggio o essere umano, o tra Michael Jackson e una cavalletta. Non c'è nulla, eccetto una biologicamente insignificante "percezione di sè", a distinguerci dagli animali. Figuriamoci poi se faccio distinzioni tra esseri umani e altri esseri umani. In base a cosa la vita di un bambino africano morto di fame vale meno di quella di Rita Levi Montalcini? Certo, questa convinzione porta anche delle conseguenze concettuali difficili da accettare, tipo che la mia vita vale quanto quella di un politico italiano. Capirete che è difficile che l'idea mi vada giù.
Rimane il fatto, però, che ci sono vite che lasciano il segno, vite che portano sviluppo alla società, vite che diventano importanti perchè intrecciano le nostre. Più o meno un mese fa si è spenta una di quelle vite che per me erano importanti. Non che lo fosse in assoluto, perchè so che molti di voi nemmeno hanno idea di chi sia, ma mi era cara quanto una parte della mia anima. Parte che adesso non c'è più... e se non ce l'ha fatta lei, mi domando come potrei mai farcela io.
Sto parlando di Isabelle Caro.
Lei non era solo una vita. Era un esempio. Era un simbolo. Era l'Anoressica, nel senso pieno e vero della parola. Non era una ragazzina che voleva dimagrire, era una persona con il passato di sofferenza e di angoscia che è l'imprescindibile base della vera anoressia. Solo che non si odiava abbastanza da lasciarsi morire così e ha cercato di lottare, di uscirne. Ha capito che doveva amarsi, la vera chiave per iniziare la guerra contro l'anoressia. Inutile sottolineare chi abbia vinto.
Ed io cerco le parole per esprimere tutta la stima e l'affetto che provavo nei confronti di questa donna, ma non ce ne sono. Non capisco come abbia potuto perdere questa guerra, proprio lei, così forte e determinata. Mi fa ancora più rabbia conoscere la sua storia e pensare che sarebbe bastato l'amore di qualcun altro, al momento giusto, per evitare che la sua vita andasse persa così. E il pensiero vola a tutte quelle persone che stanno soffrendo come lei e rimangono sole. Perchè, diciamocela tutta, l'anoressia non è un capriccio, ma una sofferenza così profonda e radicata da portarci all'autodistruzione. E' la forma suprema di odio, quella verso noi stessi. E questa donna non era solo l'immagine vivente delle conseguenze della malattia, era il simbolo del percorso interiore che ogni persona anoressica deve avere il coraggio di compiere per guarire.
Lei era riuscita a trovare il coraggio, ma il suo corpo l'ha tradita. E con lei è morta la parte di me che pensava che bastasse volerne uscire, per uscirne davvero.
Avrei voluto scriverle un messaggio bellissimo. Non ne sono in grado, e spero mi perdonerà. Se davvero c'è qualcosa dopo la morte, sicuramente sentirà come il mio cuore si spezza in due al pensiero che non ci sia più.
Addio, Isabelle.

venerdì 17 dicembre 2010

Intermezzo romantico

La mia felicità è tutta racchiusa in un sorriso.

Il tuo.