Bloccata da uno schifosissimo esame universitario, in questi giorni mi sono passati per la mente centinaia di post che non ho avuto il tempo di scrivere. Ovviamente, ora che il tempo abbonda la mia mente li ha cancellati tutti.
Intanto, per sfogare il mio bisogno di scrivere, ho invaso
il blog di Fiammetta con un numero di commenti tale da meritare la denuncia per stalking. Non posso farci niente, è più forte di me! Lei domanda (e solleva questioni davvero interessantissime) ed io mi sento in dovere di risponderle. Proprio nei commenti ad un suo messaggio è emersa una fondamentale differenza tra il modo di vivere italiano e quello svedese. Non ricordo come è saltato fuori, ma tante persone emigrate in Svezia si lamentano del concetto di "uguaglianza" applicato alla cultura. Insomma, non si può essere "uguali" su certe cose. C'è chi apprende prima, chi ci mette più tempo, chi è più portato per le materie scientifiche e chi, come me, impara le lingue al ritmo di una ogni due anni, ma va in tilt davanti alla tabellina del tre. Il sistema svedese, da quel che ho capito, punta a far arrivare la classe ad un certo traguardo; se qualcuno è più lento, saranno quelli bravi a doversi adeguare. La cosa, sempre da quel che raccontano le persone sui blog, sembra estendersi anche al mondo universitario: più di una volta mi è capitato di leggere i messaggi di una ragazza (che, credo, sia sempre la stessa) criticata dai professori universitari perchè ha acquisito più crediti di quanti richiesti dal programma di studio.
Io, ovviamente, posso basarmi solo su quello che leggo in giro, non avendo alcuna esperienza diretta del modo di vivere svedese. Però il tono di certi messaggi mi fa riflettere anche sul
mio modo di vivere. Prima di esporvi il mio punto di vista, premetto che sono stata una bambina prodigio. Questo per bloccare sul nascere i commenti di certi troll, che potrebbero accusarmi di essere invidiosa di quelli bravi, un po' come capita alle blogger che denunciano modelle che incitano all'anoressia e vengono etichettate come racchie invidiose.
Io ero bravissima. Quando ho iniziato le elementari, con un anno di anticipo (all'epoca si chiamava primina, ora non so), già sapevo leggere, scrivere e far di conto. All'asilo, le suore si disperavano perchè io rifiutavo caparbiamente ogni tipo di gioco, troppo impegnata a leggere tutti i libri a mia disposizione. Tra un libro e l'altro, miglioravo la grafia, perchè le
a e le
o non perfettamente rotonde mi facevano saltare i nervi. A cinque anni ho fatto amicizia con le principali leggi della fisica, a dieci ho iniziato a studiare chimica, a tredici parlavo correntemente inglese, a quindici ho deciso di aggiungere il francese, a diciotto, per complicarmi la vita, ho scelto il russo - e già mi immagino la faccia di qualcuno che urlerà KOMUNISTA (con la k perchè loro non si sono presi il disturbo di imparare nemmeno la lingua madre). Quindi posso garantirvi che non parlo spinta dall'invidia.
Passare gli anni dell'asilo immersa in qualche libro non ha certo favorito la mia vita sociale. Non ho ricordi di giochi, nè di amici, nè di giochi fatti con gli amici. Ero
sola, sempre e comunque. Se qualche bambino mi invitava a casa sua andavo in tilt. Sapevo come studiare, sapevo come compiacere gli adulti, ma non avevo alcuna idea su come comportarmi in presenza di miei coetanei. E certe cose non possono essere insegnate dalle maestre, nè si possono trovare sui libri. Soprattutto, se non si impara da bambini, non si impara più.
Ricordo bene che odiavo Pippi Calzelunghe: lei
doveva studiare,
doveva fare la brava,
doveva comportarsi come una bambina civile. Che razza di mostro era quella bimba che faceva ciò che voleva, che non imparava, che
addirittura rispondeva male alla maestra! Io, invece, ero la gioia di tutta la famiglia: ero educata, brava, sempre pronta ad esibirmi davanti ad amici, parenti e vicini di casa.
Forse mi illudo, ma penso che, se fossi nata il Svezia, la maestra mi avrebbe strappato i libri dalle mani e mi avrebbe costretta a giocare come tutti gli altri bambini. Lì è una colpa ciò che qui è un pregio: imparare più degli altri. Capisco che un genitore si senta orgoglioso dei progressi del figlio, ma forse bisognerebbe chiedersi qual è il prezzo di certi "vantaggi". Molte persone si preoccupano perchè, un giorno, il loro intelligentissimo bambino potrebbe venir bloccato da un mezzo idiota che proprio non riesce ad imparare. E allora? Siete davvero certi che memorizzare le tabelline renda vostro figlio
più felice degli altri? Questo è un discorso che può essere applicato anche all'università. Imparare di più vi rende
felici? Dare un numero maggiore di esami rispetto alla media, seguire più corsi, approfondire le materie studiate rende felici? Forse dà
l'illusione di essere migliore degli altri, ma è davvero questo che importa, nella vita?
Sentirsi -non essere- migliori degli altri vuol dire vivere sempre in competizione con qualcuno, dover dimostrare continuamente la propria superiorità, prendere ogni impegno quotidiano come una sfida, essere sempre sotto stress, sempre alla prova, sempre tesi come corde di violino. E mai,
mai soddisfatti di sè.
Da quando ho ricominciato a studiare, colleziono voti dal 27 in su (tra l'altro, quel 27 in chimica proprio non se ne scende. Bastarda di un'assistente!). Eppure ho accettato un 18 in biologia cellulare. L'ho accettato perchè l'abbiamo superato in 8 su 110: tre 18, tre 19 un 20 e un 21. Rispetto agli altri, sono andata bene. Rispetto alle 102 persone bocciate, il mio 18 era migliore, quindi era accettabile; ma un 18 rimane sempre un 18, e comunque influisce negativamente sulla media. Sul mio libretto non ci sarà scritto "18, ma migliore degli altri", però mi basta sapere di aver raggiunto un risultato superiore alla media. Che senso ha tutto ciò? Quale perverso meccanismo mentale mi spinge a sentirmi bene se gli altri vengono bocciati, mentre mi porta a vergognarmi di me se i miei colleghi ottengono un risultato migliore?
Aspettare che tutti i bambini raggiungano lo stesso livello forse non permetterà a qualcuno di loro di diventare un futuro premio nobel (
cazzata colossale, ma prendiamo per buone le paure di certi genitori), ma aiuterà tutti loro a sentirsi uguali e a considerare i propri limiti come normali e non come disabilità mentali. Dire ad un bambino "non capisci? Va bene, non fa nulla, riproviamoci insieme" equivale a dirgli "tu non sei diverso, non sei inferiore, hai solo bisogno di riflettere di più su
questo argomento"; allo stesso tempo, però, si invia un chiaro messaggio anche ai bambini che fanno della loro bravura un'arma per affrontare il mondo: tu non sei
umanamente migliore degli altri. Impari più in fretta, sei più veloce nel fare i conti, leggi meglio, ma questo non ti rende speciale. Ci saranno cose che non capirai, materie in cui andrai male, e allora sarai tu ad aver bisogno di aiuto. E l'aiuto ti verrà dato, i tuoi compagni rispetteranno i tuoi tempi ed i tuoi limiti, perchè tu sei uguale a loro e, come loro, hai diritto ad avere dei dubbi, hai il diritto di sbagliare, e non per questo devi sentirti inferiore a qualcuno.
Un bambino, durante i 5 anni delle elementari, deve imparare a leggere, a scrivere, a svolgere le quattro operazioni fondamentali e ad avere un vago concetto di cosa siano la storia e la geografia; tutte cose per le quali basta pochissimo tempo. Tutto il resto della sua vita scolastica deve essere incentrato sui rapporti con i compagni e sulla crescita della sua personalità. Il ruolo della scuola
deve essere questo. Non importa quante nozioni riescano a memorizzare i bambini, se poi non riescono a giocare serenamente tra di loro.
Infine, una piccola considerazione rivolta a certe mamme che temono che la genialità del loro piccolo bimbo prefetto possa essere gravemente ed irreversibilmente danneggiata dalla presenza, nella stessa aula, di alcuni idioti senza speranza. Sappiate, care signore, che Einstain ha iniziato a parlare a tre anni e, da piccolo, era proprio uno di quegli stessi idioti senza speranza.