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martedì 13 marzo 2012

Un po' di tempo per me.

Oggi, finalmente, ho un po' di tempo in più da dedicare a questo blog. Iniziamo con gli aggiornamenti:

  • sono stata bocciata all'esame (e ti pareva). La prof mi ha fatto una domanda su una specifica reazione chimica, ma quando ho sbagliato a scrivere una molecola (ho confuso la posizione di un ossigeno), mi ha bocciata dicendomi che non si può fare un esame di biochimica senza saper scrivere quella specifica molecola, e che, di conseguenza, non importava affatto che sapessi cos'è e in quali vie metaboliche è coinvolta. Durata dell'orale: 3 minuti netti. 
  • tre giorni fa è stato il mio compleanno. Festeggiamenti per due giorni, visto che era anche il compleanno del mio cognatino, tre torte diverse e una marea di regali costosi, per non parlare della montagna di fiori che ho ricevuto dal mio fidanzato. Tra l'altro, in questi tre giorni non ho fatto altro che pensare a due cose: 1) questo dovrebbe essere il mio ultimo compleanno in Italia e 2) nulla dice "ti amo" più di una gigantesca torta con meringhe e cioccolato, la cui preparazione ha richiesto una notte di lavoro. Mi sono sentita coccolata, amata e viziata.
  • la mia migliore amica è in Svezia ormai da un mese e un giorno. La sento spesso, più di quanto non la sentissi quando viveva a pochi km da me, ma ho l'impressione che non mi abbia detto niente di questo mese. Non so cosa mi aspettassi, probabilmente commenti entusiasti sull'acqua corrente (e magari pure calda) e l'esistenza dei bus, che nel mio quartiere sono miraggi. 
  • rimanendo in tema di acqua corrente, due anni fa, a febbraio, il mio palazzo e tutta la strada su cui poggia sembravano voler crollare, a causa di una perdita d'acqua che aveva corroso tutto il sottosuolo. Tanto spavento, ma poi siamo tornati a viverci rassicurati dal comune e da una colata di cemento. Ancora oggi mi chiedo come sia possibile riempire 500 mt di strada con una sola colata, ma queste sono domande esistenziali alle quali non avrò mai risposta. Sta di fatto che, pochi mesi dopo, si è ripresentato il problema, spostato di quei 10 mt necessari a coinvolgere un palazzo diverso dal nostro. E poi, un altro paio di mesi dopo, quello successivo. E poi... sono finiti i palazzi! Il bello di vivere nel terzultimo palazzo di Napoli. Sembrava tutto risolto, quando ieri è crollata una strada al centro del quartiere. Non trovate rassicurante l'idea che, dopo due anni, l'arin non abbia fatto assolutamente manutenzione, pur sapendo che nella zona c'è questo problema? A me basta che regga altri 11 mesi, poi fanculo a 'sto quartiere di...
Ed ora la risposta a due commenti:

  • a Zion, che mi diceva di laurearmi ed emigrare il giorno dopo, vorrei dire che io spero di emigrare molto prima della laurea. Questo perché non è giusto che il mio fidanzato, già laureato, debba perdere tempo prezioso qui in Italia solo per aspettarmi. Certo, potrei rimanere in Italia mentre lui inizia la sua nuova vita in Svezia, ma spero di poter continuare gli studi direttamente lì. So di gente che l'ha fatto, ma per il momento non sono riuscita a trovare nessuna facoltà di biotecnologie in Svezia, almeno non per il bachelor degree.
  • a Silvia, che mi spiegava il disturbo di identità di genere, vorrei dire che la cosa di cui mi sorprendevo non era questo cambiamento di sesso, ma gli elementi su cui si sono basati (almeno secondo l'articolo) per diagnosticare questo disturbo. Citando l'articolo:
    Le evidenze di questo disturbo sono comparse all'età di 3 anni: dai racconti della madre, si sa che Zach ha cominciato a fissarsi con giocattoli da bambina, poi a chiedere vestiti da femmina e a rifiutare qualsiasi cosa fosse tipicamente maschile.Io ho un fratello più piccolo; da bambini giocavamo insieme con le bambole ed entrambi usavamo pantaloni comodi e t-shirt. Non è certo questo che ha influenzato il nostro sviluppo sessuale. E, aggiungo, non me n'è mai fregato niente di come mia madre decideva di vestirmi. Personalmente trovavo scomodissime le calze e la maglia di lana e stavo bene se i miei vestiti erano comodi, larghi e mi permettevano di giocare liberamente. Non capisco cosa intenda certa gente con "cosa tipicamente maschile". Vuol dire che un maschietto non può giocare con le bambole, o che una femminuccia non può divertirsi con le macchinine? Questi mi sembrano preconcetti degli adulti che non hanno niente a che vedere con la sessualità dei bambini. Peggio ancora:
     da un anno si veste e gioca come preferisce, a scuola i compagni lo trattano come una bambina e da quando anche i familiari e gli educatori lo considerano una femminuccia, Zach è molto più sereno. 
    Innanzitutto, mi sembra ovvio che lasciare ad un bambino la libertà di giocare e vestirsi come crede corrisponda ad un miglioramento della sua condizione psicologica. La cosa che mi preoccupa, però, è  la frase "gli educatori lo considerano una femminuccia". Cosa vuol dire? Cosa fanno gli educatori con le femminucce? Come si può avere un comportamento diverso con i bambini di cinque anni, basandosi sul sesso? Io sono stata educata dalle suore, che sono il sessismo fatto essere umano e mandato in terra a punirci per le nostre vagine, eppure perfino loro non facevano distinzione tra maschietto e femminuccia e ci terrorizzavano e picchiavano senza alcuna distinzione di genere. Non sarà, forse, che certi "educatori" con le femminucce sono più pazienti e comprensivi, e per questo il bambino adesso è più sereno? Infine, la frase che, più di tutte, mi terrorizza:
    Zach non riusciva proprio a vivere tra macchinine, robottini e pistole giocattolo. Fin da piccolissimo — i genitori sostengono fin dall'età di 3 anni- Zach sognava di essere una bambina. Di indossare il tutù rosa, di giocare con Dora l'Esploratrice, di pettinare le bambole 
    Ma porca paletta! Io pretendo che il mio futuro figlio, maschio, sia libero di giocare con Dora l'esploratrice e di pettinare le bambole! Rivendico il diritto della mia bimba non ancora nata a far scontrare le macchinine e sparare con pistole giocattolo ai robottini! Voglio che la futura lei si senta libera di vestirsi da Batman per carnevale, e che il futuro lui non si vergogni di indossare una maglietta rosa (colore che, nei negozi partenopei, ormai spopola per gli uomini, insieme al lilla. La rivincita dei gay repressi?). Voglio che mio figlio non indossi la gonna perché è scomoda, e non perché è femminile, soprattutto considerato che i preti, i popoli arabi e pure i maghi di Harry Potter la indossano. Un giorno potrei ritrovarmi costretta a spiegargli che Gandalf, con quei capelli lunghi e la tunica bianca, non era abbastanza "virile", o che Legolas si è fatto prestare il vestitino di Trilli e no, non si fa!
    Ho conosciuto una bambina, ultima di 4 figli, che voleva a tutti i costi farsi spuntare il pisellino. Passava ore seduta sul gabinetto sperando di vederlo comparire, lo chiedeva come regalo a Babbo Natale e ad ogni doccia credeva che qualcosa, tra le sue gambe, stesse crescendo e che fosse solo questione di tempo prima di ritrovarsi un bel pene vero. Per non parlare del fatto che rubava i vestiti ai fratelli, che era il più "maschio" del gruppo, che aveva modi da scaricatore di porto (con tutto il rispetto per la categoria) e la famiglia non riusciva a tenerla ferma e buona un solo istante. Mai giocato con le bambole, mai ricamato, mai fatto le faccende domestiche perché donna, ma solo perché costretta e solo quando anche i fratelli capitolavano. Ecco, questa bambina, oggi è una giovane Donna, convinta della sua sessualità, tranquilla, pacata e riflessiva, perfetta nella gestione della casa e, ahimé, costretta a crescere troppo in fretta da una situazione familiare difficile. Del maschiaccio ribelle che era da piccola non c'è più traccia, né sessualmente, né caratterialmente. Non voglio dire che le donne siano per forza pacate e riflessive, o che gli uomini non lo siano, ma vorrei evidenziare che è diventata il contrario di quello che era da piccola: da mostro ingestibile a persona tranquilla, serena e in pace col suo corpo e la sua sessualità.
Un'ora intera passata a scrivere. Come mi sento soddisfatta!

martedì 6 marzo 2012

A chi affidiamo i nostri bambini?

L'altra sera, chiacchierando del progetto emigrazione con la famiglia del mio fidanzato, scherzavamo confrontando aspetti più o meno divertenti della Svezia e dell'Italia. Sempre scherzando, una mia cognata conclude dicendo "mi avete convinta! Vengo con voi e... uhm... faccio la maestra d'asilo!". Giusto per distruggerle anche il sogno, le ho detto che le maestre, in Svezia, devono essere laureate, seguire corsi d'aggiornamento, aver studiato determinate materie, ecc. Ok, scherzava, ma a me piace sottolineare che nessuno potrà seguirmi fin lì. Non ho mica scelto di trasferirmi a 2000 km di distanza per ritrovarmi i parenti a cena la domenica?!? Tornando a noi, la sua frase mi ha fatto riflettere sul fatto che, fino a poco tempo fa, fare la maestra o la professoressa era un ripiego per chi non era riuscito a trovare proprio nient'altro. E se per insegnare all'università bisogna avere almeno una minima conoscenza della materia (minima davvero, ve l'assicuro), già al liceo si possono incontrare soggetti che discutono del grande fratello piuttosto che di letteratura italiana e di tette rifatte piuttosto che d'inglese. Esperienza personale. E sono stata fortunata, perché ho fatto il classico; agli studenti degli istituti tecnici va molto peggio. Chi vuole il diploma "finito" non ha intenzione di andare all'università, quindi perché sprecare tempo nel tentativo di insegnar loro qualcosa? Sono falliti in partenza, il loro destino è scritto già dai 13 anni. Nessun professore perderà mai il suo tempo nel tentativo di insegnare qualcosa ad un futuro meccanico, o ad una sarta, o ad un idraulico. Ditemi voi dove mai s'è visto un carrozziere appassionato di letteratura! Suppongo sia per mantenere un certo ordine sociale: un po' come nel medioevo, il figlio del contadino deve fare il contadino, il figlio del medico farà il medico. Accendere in un ragazzo povero la scintilla della conoscenza equivarrebbe ad appiccare un incendio nella prossima generazione. Soprattutto in un quartiere come il mio, il morto di fame deve rimanere tale, la camorra ha bisogno di manodopera. Così mettiamo pure i primi idioti che capitano ad insegnare nelle scuole di questa città, distruggiamo il lavoro dei maestri di strada, ostacoliamo i volontari che si fanno un cuore così per riuscire a far arrivare quanti più ragazzi possibile almeno alla fine delle medie.
Quello che mi preoccupa di più, però, è il criterio con cui vengono scelti i maestri e le maestre delle elementari. Se alle medie e alle superiori si possono insegnare cose banali ed evidentemente inutili come la coscienza civica e il rispetto delle leggi, alle elementari si forma l'essere umano nella sua completezza. Si impara ad interagire col prossimo, a creare quell'equilibrio che, da adulti, è la base della società; per farla breve, si impara a vivere. E noi cosa facciamo? Diamo quei bambini in pasto a maestre incompetenti, a suore violente, a bidelli pedofili, a "nonni civici" già condannati per spaccio di droga. Nessuno lo trova strano, nessuno si indigna, nessuno cerca di proteggere i bambini. Se non vogliamo farlo per loro, dovremmo almeno farlo per noi stessi: la generazione che ora gattona negli asili sarà quella che ci governerà quando saremo vecchi. Quale futuro ci stiamo costruendo?

giovedì 29 dicembre 2011

The Canadian Holocaust

Avevo più o meno 10 anni quando decisi che l'Italia non era il paese adatto a me. L'idea di emigrare me la porto dalla culla, ma solo qualche anno fa ho deciso in quale paese. Sono arrivata alla Svezia come scelta ragionata, anche se amo l'Inghilterra, perchè è lo stato europeo che offre di più agli immigrati. E, più di tutto, si adatta alle mie necessità di silenzio ed isolamento. Prima di considerare l'Europa, però, sognavo il Canada. Per me era il paese dei cretini presi in giro da Homer, e questo mi piaceva. Dopo aver passato la vita in una città in cui "nisciuno è fesso", sognavo un paesino pieno di gente semplice, un po' ingenua. Un paesino dove non succede mai niente, dove si vive serenamente, dove non devi barricarti in casa e aver paura di ogni essere umano. Cercando informazioni, però, ho scoperto che il Canada non è quel paradiso che sembra. Anzi, sta perpetrando crimini contro l'umanità, portando avanti un vero e proprio genocidio a danno dei popoli nativi; genocidio che sta avvenendo ora, mentre io scrivo e voi leggete. I crimini di cui si è macchiato questo paese sono così tanti e così atroci che non riuscivo a crederci. Fino a metà degli anni novanta, ad esempio, i nativi sono stati costretti a mandare i figli in scuole cristiane che fungevano da veri e propri campi di concentramento per bambini. Le cose che venivano fatte a quei bimbi... da quando ne sono venuta a conoscenza non c'è notte che il mio pensiero non voli a loro. Arrivo addirittura a pregare, a chiedere perdono alle loro anime, pur non credendoci davvero. Sto parlando di più di 50.000 bambini torturati e uccisi senza alcuna pietà. Bambini frustati fino alla morte, o costretti a seppellire i loro fratellini, neonati bruciati vivi, annegati, usati per esperimenti medici senza nessun tipo di anestesia, costretti a dormire con i malati di tifo e vaiolo e poi usati per sterminare intere famiglie.
Ancora oggi, nonostante le scuole siano state chiuse (l'ultima nel 1996), i bambini vengono tolti alle loro famiglie ed affidati a pedofili già condannati in passato. Vancouver è citata in una relazione dell'UNESCO, datata 1998, come uno dei tre principali centri per la prostituzione infantile, insieme a Bangkok e Rotterdam.
La definizione di genocidio data dall'ONU è "atti commessi con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso"
In questa ottica, la politica di sterilizzazione delle donne native, l'isolamento dei bambini dalle loro famiglie perchè non imparino la loro lingua, il divieto di praticare ogni tipo di rituale religioso, oltre, ovviamente, al sistematico sterminio delle nuove generazioni, costituiscono a tutti gli effetti un genocidio.
L'unico ad agire concretamente per denunciare questo crimine contro l'umanità è stato il reverendo Kevin Annett. Dopo essere stato cacciato dalla sua chiesa, aver perso famiglia e lavoro ed essere stato dichiarato incapace di intendere e di volere affinchè non potesse rivedere i figli, quest'uomo, questo EROE, ha continuato a lottare per i diritti dei nativi. Ha scritto dei libri, ha girato un documentario, perchè la memoria delle torture a cui sono stati sottoposti decine di migliaia di bambini innocenti non si perda negli anni. 
Ha anche provato a manifestare in vaticano, a pasqua dell'anno scorso. Insieme ad un paio di nativi e ad uno sparuto gruppo di italiani (evidentemente gli unici ai quali interessa dare giustizia a quei bimbi e alle loro famiglie) è stato bloccato dai carabinieri, identificato e pedinato per tutto il giorno, per impedirgli di parlare con i media italiani. Quelle persone avevano il diritto di manifestare, ma i carabinieri hanno vietato a tutti loro di mostrare cartelli di ogni tipo, di usare slogan o provare a spiegare che diamine stessero facendo in vaticano. In pratica, avevano il diritto di manifestare, ma in silenzio, da soli, senza cartelli, senza spiegazioni. Ecco la nostra democrazia!
In Inghilterra, invece, è andata anche peggio. Bloccato all'aeroporto, è stato trattenuto in cella per una notte senza alcuna spiegazione e poi rispedito in Canada perchè "my giving public lectures was “unusual” for a tourist, that I was "suspect", and would therefore be barred from entering England."
Di tanto in tanto provo a parlare di questi crimini con le persone che mi circondano. La prima reazione è di stupore, ma ben presto diventa negazione. Non è possibile che tanti bambini siano stati uccisi, non è possibile che nel civilissimo Canada ci siano tanti pedofili, non è possibile che nessuno ne parli, che l'ONU non faccia niente, che il mondo intero venga tenuto all'oscuro. 
Pensatela come vi pare. Io vi lascio le mie fonti e vi sfido a guardare il documentario Unrepentant fino alla fine. Non ne sarete capaci. Così come non sarete capaci di togliervi dalla mente le voci di quelle persone, le loro storie, il pensiero dei bambini massacrati senza pietà.

domenica 24 luglio 2011

Perchè io valgo!

Bloccata da uno schifosissimo esame universitario, in questi giorni mi sono passati per la mente centinaia di post che non ho avuto il tempo di scrivere. Ovviamente, ora che il tempo abbonda la mia mente li ha cancellati tutti.
Intanto, per sfogare il mio bisogno di scrivere, ho invaso il blog di Fiammetta con un numero di commenti tale da meritare la denuncia per stalking. Non posso farci niente, è più forte di me! Lei domanda (e solleva questioni davvero interessantissime) ed io mi sento in dovere di risponderle. Proprio nei commenti ad un suo messaggio è emersa una fondamentale differenza tra il modo di vivere italiano e quello svedese. Non ricordo come è saltato fuori, ma tante persone emigrate in Svezia si lamentano del concetto di "uguaglianza" applicato alla cultura. Insomma, non si può essere "uguali" su certe cose. C'è chi apprende prima, chi ci mette più tempo, chi è più portato per le materie scientifiche e chi, come me, impara le lingue al ritmo di una ogni due anni, ma va in tilt davanti alla tabellina del tre. Il sistema svedese, da quel che ho capito, punta a far arrivare la classe ad un certo traguardo; se qualcuno è più lento, saranno quelli bravi a doversi adeguare. La cosa, sempre da quel che raccontano le persone sui blog, sembra estendersi anche al mondo universitario: più di una volta mi è capitato di leggere i messaggi di una ragazza (che, credo, sia sempre la stessa) criticata dai professori universitari perchè ha acquisito più crediti di quanti richiesti dal programma di studio.
Io, ovviamente, posso basarmi solo su quello che leggo in giro, non avendo alcuna esperienza diretta del modo di vivere svedese. Però il tono di certi messaggi mi fa riflettere anche sul mio modo di vivere. Prima di esporvi il mio punto di vista, premetto che sono stata una bambina prodigio. Questo per bloccare sul nascere i commenti di certi troll, che potrebbero accusarmi di essere invidiosa di quelli bravi, un po' come capita alle blogger che denunciano modelle che incitano all'anoressia e vengono etichettate come racchie invidiose.
Io ero bravissima. Quando ho iniziato le elementari, con un anno di anticipo (all'epoca si chiamava primina, ora non so), già sapevo leggere, scrivere e far di conto. All'asilo, le suore si disperavano perchè io rifiutavo caparbiamente ogni tipo di gioco, troppo impegnata a leggere tutti i libri a mia disposizione. Tra un libro e l'altro, miglioravo la grafia, perchè le a e le o non perfettamente rotonde mi facevano saltare i nervi. A cinque anni ho fatto amicizia con le principali leggi della fisica, a dieci ho iniziato a studiare chimica, a tredici parlavo correntemente inglese, a quindici ho deciso di aggiungere il francese, a diciotto, per complicarmi la vita, ho scelto il russo - e già mi immagino la faccia di qualcuno che urlerà KOMUNISTA (con la k perchè loro non si sono presi il disturbo di imparare nemmeno la lingua madre). Quindi posso garantirvi che non parlo spinta dall'invidia. 
Passare gli anni dell'asilo immersa in qualche libro non ha certo favorito la mia vita sociale. Non ho ricordi di giochi, nè di amici, nè di giochi fatti con gli amici. Ero sola, sempre e comunque. Se qualche bambino mi invitava a casa sua andavo in tilt. Sapevo come studiare, sapevo come compiacere gli adulti, ma non avevo alcuna idea su come comportarmi in presenza di miei coetanei. E certe cose non possono essere insegnate dalle maestre, nè si possono trovare sui libri. Soprattutto, se non si impara da bambini, non si impara più.
Ricordo bene che odiavo Pippi Calzelunghe: lei doveva studiare, doveva fare la brava, doveva comportarsi come una bambina civile. Che razza di mostro era quella bimba che faceva ciò che voleva, che non imparava, che addirittura rispondeva male alla maestra! Io, invece, ero la gioia di tutta la famiglia: ero educata, brava, sempre pronta ad esibirmi davanti ad amici, parenti e vicini di casa.
Forse mi illudo, ma penso che, se fossi nata il Svezia, la maestra mi avrebbe strappato i libri dalle mani e mi avrebbe costretta a giocare come tutti gli altri bambini. Lì è una colpa ciò che qui è un pregio: imparare più degli altri. Capisco che un genitore si senta orgoglioso dei progressi del figlio, ma forse bisognerebbe chiedersi qual è il prezzo di certi "vantaggi". Molte persone si preoccupano perchè, un giorno, il loro intelligentissimo bambino potrebbe venir bloccato da un mezzo idiota che proprio non riesce ad imparare. E allora? Siete davvero certi che memorizzare le tabelline renda vostro figlio più felice degli altri? Questo è un discorso che può essere applicato anche all'università. Imparare di più vi rende felici? Dare un numero maggiore di esami rispetto alla media, seguire più corsi, approfondire le materie studiate rende felici? Forse dà l'illusione di essere migliore degli altri, ma è davvero questo che importa, nella vita? Sentirsi -non essere- migliori degli altri vuol dire vivere sempre in competizione con qualcuno, dover dimostrare continuamente la propria superiorità, prendere ogni impegno quotidiano come una sfida, essere sempre sotto stress, sempre alla prova, sempre tesi come corde di violino. E mai, mai soddisfatti di sè.
Da quando ho ricominciato a studiare, colleziono voti dal 27 in su (tra l'altro, quel 27 in chimica proprio non se ne scende. Bastarda di un'assistente!). Eppure ho accettato un 18 in biologia cellulare. L'ho accettato perchè l'abbiamo superato in 8 su 110: tre 18, tre 19 un 20 e un 21. Rispetto agli altri, sono andata bene. Rispetto alle 102 persone bocciate, il mio 18 era migliore, quindi era accettabile; ma un 18 rimane sempre un 18, e comunque influisce negativamente sulla media. Sul mio libretto non ci sarà scritto "18, ma migliore degli altri", però mi basta sapere di aver raggiunto un risultato superiore alla media. Che senso ha tutto ciò? Quale perverso meccanismo mentale mi spinge a sentirmi bene se gli altri vengono bocciati, mentre mi porta a vergognarmi di me se i miei colleghi ottengono un risultato migliore?
Aspettare che tutti i bambini raggiungano lo stesso livello forse non permetterà a qualcuno di loro di diventare un futuro premio nobel (cazzata colossale, ma prendiamo per buone le paure di certi genitori), ma aiuterà tutti loro a sentirsi uguali e a considerare i propri limiti come normali e non come disabilità mentali. Dire ad un bambino "non capisci? Va bene, non fa nulla, riproviamoci insieme" equivale a dirgli "tu non sei diverso, non sei inferiore, hai solo bisogno di riflettere di più su questo argomento"; allo stesso tempo, però, si invia un chiaro messaggio anche ai bambini che fanno della loro bravura un'arma per affrontare il mondo: tu non sei umanamente migliore degli altri. Impari più in fretta, sei più veloce nel fare i conti, leggi meglio, ma questo non ti rende speciale. Ci saranno cose che non capirai, materie in cui andrai male, e allora sarai tu ad aver bisogno di aiuto. E l'aiuto ti verrà dato, i tuoi compagni rispetteranno i tuoi tempi ed i tuoi limiti, perchè tu sei uguale a loro e, come loro, hai diritto ad avere dei dubbi, hai il diritto di sbagliare, e non per questo devi sentirti inferiore a qualcuno.
Un bambino, durante i 5 anni delle elementari, deve imparare a leggere, a scrivere, a svolgere le quattro operazioni fondamentali e ad avere un vago concetto di cosa siano la storia e la geografia; tutte cose per le quali basta pochissimo tempo. Tutto il resto della sua vita scolastica deve essere incentrato sui rapporti con i compagni e sulla crescita della sua personalità. Il ruolo della scuola deve essere questo. Non importa quante nozioni riescano a memorizzare i bambini, se poi non riescono a giocare serenamente tra di loro.
Infine, una piccola considerazione rivolta a certe mamme che temono che la genialità del loro piccolo bimbo prefetto possa essere gravemente ed irreversibilmente danneggiata dalla presenza, nella stessa aula, di alcuni idioti senza speranza. Sappiate, care signore, che Einstain ha iniziato a parlare a tre anni e, da piccolo, era proprio uno di quegli stessi idioti senza speranza.

martedì 12 aprile 2011

Morire di fame.

Sto progettando questo post da tantissimo tempo. Mesi ormai. Eppure ancora non so come iniziare il discorso, cosa dire, quali argomenti trattare e quali no.
Mi piacerebbe parlare di anoressia.
Inizio col dire che io non sono un'anoressica "vera". Quando il nutrizionista me l'ha detto, la mia risposta è stata "anoressica? Chi, io? Ma noooo! Non ci credo!"; in effetti peso 55 kg e sono alta un metro e mezzo, quindi non sono proprio una mazza da scopa. Anzi, ho un po' di pancetta, il culo grosso, i fianchi larghi, tutti i muscoli flaccidi... insomma, non sono proprio il ritratto della fame. E nemmeno quello della salute, purtroppo.
Volevo prendere spunto da un meraviglioso post di Orma, "educare all'obesità", per raccontare come mi hanno educata al digiuno, ma non sarò mai brava quanto lei a descrivere, in poche frasi, quei meccanismi che portano ad avere un rapporto sbagliato col cibo.
Forse dovrei iniziare con la distinzione tra persone che non sanno mangiare e persone che vivono il cibo come "altro". Alla prima categoria appartiene quella gente che, troppo pigra per cucinare un piatto di pasta, strafoga schifezze nei fast food pensando di essere immortale; alla stessa categoria appartengono anche tutte quelle cretine che non mangiano perchè "vogliono fare le modelle" (ma quanto era diseducativa la pubblicità del philadelphia?). Questi non sono disturbi alimentari; si tratta di ignoranza, cattiva educazione e stupidità.
Escludendo quindi le persone che non sanno mangiare, rimangono quelli che vedono nel cibo qualcosa di più: la concretizzazione dei sentimenti, la soddisfazione dei bisogni, il piacere di scoprire nuovi gusti. L'anoressia è la negazione di tutto ciò, è il rifiuto dell'affetto altrui, è il desiderio di autodistruzione, è la chiusura verso il mondo e ciò che può offrire. Credo che sia la più grande forma di odio, quello verso se stessi. Vuol dire non sentirsi mai all'altezza, mai amate, mai in grado di affrontare la vita, e colpevolizzarsi per questo.
Io ho iniziato a digiunare a 5 anni, a scuola. Quelle adorabili suore non controllavano certo che mangiassi, nè si sono mai preoccupate di avvisare i miei genitori che saltavo i pasti, le volte che se ne sono accorte. Ricordo che mi sedevo in disparte, a volte da sola, in un angolo del refettorio, e giocavo con il cibo finchè tutti i miei compagni di classe non finivano di mangiare. A quel punto la suora mi ricordava che razza di problema fossi, così lenta, così svogliata, così dannatamente decisa a rifiutare il cibo che dio mi aveva concesso, poi chiamava a rapporto tutti gli altri bambini e mi lasciava sola nella stanza. A sua discolpa, devo dire che ha provato a convincermi a mangiare con diverse argomentazioni: pensa ai bambini poveri, sei una schifosa egoista, tutte le altre classi hanno già finito e noi stiamo aspettando te, tutto il cibo che non mangi adesso dovrai mangiarlo all'inferno, stai facendo piangere Gesù bambino, brucerai per l'eternità e sentirai un dolore atroce. Un bel modo, insomma, di insegnarmi ad associare il cibo alla sofferenza, al demonio, alla cattiveria. Io resistevo, comunque. Sfidavo tutte le mie paure, venivo pubblicamente umiliata ogni giorno, ma non ingoiavo un maccherone. Appena rimasta sola, buttavo tutto e aspettavo un po' prima di tornare in classe. Alcune compagne di classe mi hanno anche insegnato a spargere la pasta sui tavoli, visto che il mucchietto nel bidone era facilmente individuabile e non ci sarebbe voluta una laurea per capire chi l'aveva buttata. E così ho imparato a non ascoltare il mio corpo, a non sentire la fame, a non mangiare dalla colazione alle 7 alla cena alle 21. Questo mi ha aiutata quando, a casa, ho iniziato a rifiutare i pasti che mi preparava mamma: una volta ha provato la tecnica del "se non vuoi questo piatto di verdura, allora non avrai altro" e ho resistito per due giorni, finchè lei, preoccupatissima, non si è arresa.
I ricordi che ho dei miei pasti sono tremendi. Almeno a scuola c'era un tempo limite, dopo il quale la suora mi lasciava sola e potevo liberarmi del cibo. A casa, invece, impiegavo ore a finire un pasto. Una volta una fettina di carne mi è durata da pranzo a cena, dalle 12 alle 22. Non potevo alzarmi da tavola finchè non finivo ciò che avevo nel piatto. Non so se fossero realmente porzioni esagerate, ma io vedevo ogni piatto come una montagna da scalare. Non sono mai stata grassa, quindi credo che le quantità fossero adeguate al mio bisogno fisico. Tuttavia, non si teneva conto della sofferenza psicologica. Ogni pasto era una tortura, ogni cibo, dalla carne alla cioccolata, era il male. Odiavo mangiare. Odiavo nutrirmi, sentire il sapore delle cose, masticare, sentirmi sazia. Ho ancora davanti agli occhi lo sguardo furioso di mia madre che, esasperata, mi chiudeva il naso per obbligarmi ad aprire la bocca e poterci infilare cibo. Masticavo per ore senza ingoiare, così da non dover passare al boccone successivo. Dovevano picchiarmi per costringermi ad assaggiare cose nuove, ed anche di questi episodi ho il chiaro ricordo di me con le spalle al muro e dei miei genitori a bloccarmi ogni via di fuga finchè non avessi ceduto. Vincevano loro, ovviamente, ma ad ogni pasto, ad ogni boccone, mi ripromettevo che da grande non avrei mai e poi mai mangiato.
Sognavo la libertà dal cibo.
Crescendo ho imparato a controllarmi, a mangiare in tempi decenti se c'erano testimoni e ad inventare pasti inesistenti ogni volta che non ce n'erano; raccontavo di aver mangiato da amici, oppure per strada, sporcavo i piatti di salsa prima che i miei genitori tornassero da lavoro, inventavo nausee e mal di testa, rifilavo la mia porzione a quell'aspiratutto ambulante che era mio fratello.
A 12 anni ho vissuto una splendida esperienza in un centro estivo. Camminavo, facevo sport, ero continuamente in giro. A pranzo mangiavo due fettine di pane, a cena non mi presentavo nemmeno. Potevo farlo, ero libera e mi godevo la sensazione che mi procurava una vita senza pasti: ero felice. Ho perso 7 kg in 6 giorni; quando i miei genitori sono venuti a riprendermi non mi hanno nemmeno riconosciuta.
A 13 anni calcolavo quanto tempo mi ci sarebbe voluto per morire di fame, per poi concludere che non ce l'avrei mai fatta, perchè i miei se ne sarebbero accorti e mi avrebbero obbligata a recuperare giorni e giorni di pasti. Però sognavo comunque di morire, lasciandomi andare allo stato di confusione e spossatezza che causa il digiuno. Perfino il mal di stomaco e i crampi mi piacevano. Non avevo, psicologicamente, la forza necessaria ad affrontare la vita, quindi puntavo a togliermi ogni forza fisica, a rimanere stesa sul letto fino a svenire dalla fame, per non risvegliarmi mai più.
A 18 anni la mia dieta consisteva in sogliola, pollo, mucca, legumi, tantissimi dolci. Non mangiavo nessun altro tipo di pesce, nè frutta, nè verdura. Già durante le elementari avevo imparato che una buona botta di zuccheri mi sosteneva per tantissimo tempo e mi evitava anche il mal di testa, quindi dosavo i dolci in modo da non sentire mai la fame. Piuttosto che mangiare una merendina a pranzo, la dividevo in tante parti e ne mangiavo un boccone ogni ora; in tal modo mi sembrava di avere continuamente un apporto di energie sufficiente a tirare avanti, senza però dover mangiare davvero. Il problema, in fondo, era sempre lo stesso: mangiare. Non mi è mai interessato dimagrire.
Io non volevo mangiare.
Ho tenuto fede alle mie promesse di bambina: appena ho potuto oppormi alla volontà dei miei genitori, non solo non ho assaggiato cibi nuovi, ma ho anche smesso di mangiare i vecchi. Ho limitato la mia dieta a carne, pasta e legumi una volta a settimana. Non c'era niente che mi piacesse. Persino i dolci, che mangiavo tanto spesso, non mi "piacevano" nel vero senso della parola. Li preferivo ad altro, ma non mi procuravano quel piacere che il cibo dovrebbe dare. In realtà, non ho mai provato piacere nel mangiare. Mi sento come una cieca, che immagina i colori ma non può vederli. Io so che esistono persone che si sentono bene quando mangiano, che si sentono appagate, che provano il gusto di assaporare le cose; io stessa provo curiosità quando sento un buon profumo provenire da un ristorante, ma il gusto non mi soddisfa mai. Quando sento il profumo della frittura, ad esempio, provo un fortissimo impulso verso il cibo, mi viene voglia di assaggiarlo, mi sembra addirittura di aver fame; poi, però, passare dal gusto dedotto e immaginato dall'odore a quello reale è sempre una delusione. Ho un palato estremamente sensibile e tutto mi disgusta. Sento il profumo e penso "diamine, come mi piacerebbe mangiare questa cosa!", e quando la assaggio mi rendo conto che mi fa schifo come il resto e che mai, mai potrò provare il piacere di mangiare, di soddisfare una voglia. Per questo non sono mai tentata da niente, anche quando certi profumi mi fanno venire il mal di stomaco dal desiderio.
La mia dieta, assolutamente priva di tutte le sostanze necessarie, non mi ha portata a dimagrire. Al contrario, il mio corpo ha "capito" che il cibo scarseggia e ha  sviluppato la tendenza a trasformare tutto in riserve di grasso. Ecco perchè nessuno mi ha mai considerata anoressica. Ecco perchè nemmeno io ci ho mai pensato, nonostante i segnali. Durante i periodi più difficili della mia vita, arrivavo a pesarmi anche una volta all'ora, come se saltare il pranzo o fare la pipì potessero avere un effetto immediato sul mio peso. Ma poi io stessa frenavo questa follia e mi dicevo che l'importante non era dimagrire, era non mangiare.
Non ero anoressica, io.
Le anoressiche erano quelle ossessionate dal peso, io ero una ragazza normale a cui non piacevano certi cibi. Ok, tutti i cibi. Ma, in fondo, ogni persona ha le sue preferenze, no?
E poi ho dovuto ammettere che qualcosa non andava. Ho perso i capelli (e non riesco a recuperarli), gli ormoni mi si sono completamente sballati, non sono cresciuta, mi bruciava la pelle (letteralmente!), la vista andava e veniva a seconda della giornata, avevo un sistema immunitario praticamente inesistente, non riuscivo a concentrarmi.
Anche se mi ero resa conto che la dieta sbagliata mi stava facendo male, non è stato facile credere alla diagnosi del nutrizionista. Ancor più difficile è stato iniziare un percorso di guarigione, continuamente ostacolata dai miei genitori. Ma di questo parlerò la prossima volta.

venerdì 18 febbraio 2011

Sana educazione cattolica

Visto che stasera sono di pessimo umore, sorvolerò su tutti i "bei" ricordi che ho della scuola elementare, quando per la prima volta ho incontrato quella particolare razza di esseri viventi definiti, a scelta, "suore/sorelle/madri". Qualche volta, per sadismo divino, anche maestre.
Stasera ho deciso di sorvolare sulle accurate descrizioni dei forni crematori, sulle processioni per baciare le bare delle suore morte, sulle giornate di digiuno, sulle ore passate a pregare e quelle passate a spazzare, lavare e ripulire, come novelle Cenerentole.
Stasera vi scrivo una filastrocca. Me l'hanno insegnata in prima elementare, ed ero così carina quando la recitavo che i miei genitori hanno registrato la mia voce e, non paghi, me l'hanno anche fatta ripetere per anni.

La gallinella sciocca.

Disse un giorno una gallina:
"la campagna non fa per me!
Son graziosa e son carina
e so fare coccodè.
Io non voglio stare qua
voglio andarmene in città."
Così fece una mattina
quella stupida gallina.
E sapete come andò?
Passò un tram e la schiacciò!


E ora spiegatemi perchè la gallina della filastrocca che hanno insegnato al mio fidanzato -che andava alla scuola pubblica- riusciva a diventare una cantante famosa!